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#FilieraSporca. Viaggio tra gli invisibili dell’arancia

Scritto da on 29 giugno 2015 – 19:43nessun commento

L’arancia è un concentrato di vitamina C. Mia madre me lo ripete da anni, e così è diventato ormai un gesto automatico inserire le arance nella spesa della settimana. Sulla confezione, però, difficilmente sono riportate indicazioni chiare sul loro sistema di produzione, che spesso salda sfruttamento degli immigrati, gli interessi criminali con quelli dei caporali e delle multinazionali. A fare luce ci prova #FilieraSporca. Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo…

 

A fare luce ci prova #FilieraSporca. Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo, il Rapporto di daSud, Terra!Onlus e Terrelibere.org, firmato dal giornalista Antonello Mangano, che entra negli agrumeti di Rosarno e Sibari, scende a Catania per risalire la penisola fino in Piemonte.

Rapporto filierasporcaUn viaggio, nell’anno dell’Expo, nel Bel Paese delle mille contraddizioni dove le clementine della Piana sono mescolate a succo che arriva dal Brasile, dove gli innumerevoli passaggi celano le responsabilità delle multinazionali e della grande distribuzione organizzata come dei produttori locali. Dove, soprattutto, le etichette sono opache e a volte non dichiarano neanche in quale stabilimento il prodotto è stato confezionato.

Il cuore della filiera – spiega il curatore del Rapporto, Antonello Mangano – è un ceto di intermediari che accumula ricchezza, organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa.

Da Rignano a Rosarno a Saluzzo le filiere sono tante, ma le caratteristiche comuni: Schermata 06-2457203 alle 19.16.19sfruttamento di una manodopera altamente ricattabile, priva di status giuridico; situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana; una “cultura imprenditoriale” basata sull’illegalità, con pervasive presenze mafiose;   necessità di forza lavoro molto flessibile, specie nelle raccolte per brevi periodi di tempo; manodopera organizzata in squadre e capisquadra, con conseguente  ricorso al caporalato; luoghi di lavoro estremi (serre, campagne isolate, spesso in stato di vera segregazione); uso massiccio della violenza che arriva alla riduzione in schiavitù e allo sfruttamento sessuale; filiera parcellizzata, quasi impossibile da ricostruire, di cui non si conoscono fornitori, costi, modalità di produzione.

Da un lato c’è la scomparsa dei piccoli produttori, soprattutto da quando l’Unione europea premia l’estensione di terreno piuttosto che la produzione; dall’altro i commercianti, capaci di determinare prezzi e forza lavoro, di organizzare una capillare macchina della distribuzione nei supermercati come all’estero. Poi ci sono loro, i braccianti, costretti a lavorare in nero e per paghe da fame, che a volte non arrivano neanche nelle loro mani perché trattenute ‘alla fonte’ per pagare alloggi fatiscenti e degradanti o gli scontrini del supermercato. Sono loro la parte visibile di una catena in cui convivono elementi illegali e perfettamente regolari.

Se i produttori di livello medio si rivolgono direttamente ai caporali, infatti, quelli più grandi si avvalgono di cooperative o società di servizi apparentemente in ordine, che in realtà assicurano braccia sempre disponibili e flessibili, il tutto low cost. Anche il trasporto è solo apparentemente ‘pulito’ ma in effetti nelle mani di ditte collegate alle mafie locali. Un business nel quale entra anche il porto di Gioia Tauro da cui transita, abilmente occultato, di tutto, dalla cocaina al succo chimico con cui si ‘taglia’ quello delle nostre arance.

Ph. Ivana Russo, Will we never forget this

Il Rapporto sfata anche miti e luoghi comuni, ad iniziare dalla leggenda metropolitana che gli italiani non facciano più i lavori agricoli (falso: piuttosto gli italiani, come i nordafricani non accettano i salari da fame accettati invece dagli operai dell’Est) a quella secondo la quale i braccianti siano tutti clandestini (a Rosarno secondo il Rapporto dei Medici per i Dirititti Umani 2015, solo 2 su 10 sono irregolari).

 

Fino a quando continueremo a guardare esclusivamente ai campi dello sfruttamento, alle tendopoli, fino a quando le telecamere non mostreranndove vanno a finire i prodotti raccolti, fino a quando cioè non creeremo una connessione netta tra il campo e la tavola, tra il bracciante e il consumatore che mangia il prodotto raccolto, sarà difficile trovare la soluzione a un problema complesso come questo. Quanti sono i consumatori che sarebbero disposti a comprare un’arancia, un pomodoro, una bottiglia di vino, un succo, una conserva, sapendo che vengono dallo sfruttamento e dalla schiavitù? Probabilmente nessuno. Ma nessuno al momento è in grado di sapere se quello che sta mangiando è frutto di questo sfruttamento, se è sporco. (…)Pensare invece a una filiera trasparente, limpida, dove tutti i passaggi sono fatti alla luce del sole aumenta la responsabilità delle aziende e dei fornitori lungo tutto la filiera e nei confronti dei consumatori, rendendo così antieconomico lo sfruttamento perché più facilmente rintracciabile, dagli organi preposti e dai consumatori stessi. Per farlo è necessario adottare misure legislative che prevedano un’etichettatura trasparente che fornisca indicazioni non solo sull’origine del prodotto ma anche sui singoli fornitori (quali fornitori, quanti passaggi lungo la filiera).

Insomma, etichette dettagliate e trasparenti come risposta concreta non solo alla domanda di tutela della nostra salute e di salvaguardia del made in Italy ma anche allo sfruttamento dei moderni schiavi della terra.

Per leggere l’intero Rapporto vai su filierasporca.org