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La Calabria che frana. Incontro con il geologo Carlo Tansi a Catanzaro

Scritto da on 11 maggio 2011 – 17:24nessun commento

Venerdì 13 maggio 2011, ore 18.30, al Caffè Letterario di Catanzaro, incontro con Carlo Tansi, geologo presso l’Istituto di Ricerca  per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sul tema sempre impellente del rischio idrogeologico.

Non va dimenticato che la Calabria è una tra le aree al mondo più esposte ai rischi naturali, rivelato da oltre 200.000 vittime negli ultimi 250 anni.

La complessa storia geologica della Calabria, che ha reso i terreni estremamente fragili  e predisposti al dissesto idrogeologico e al rischio sismico; le precipitazioni sempre più simili a cicloni tropicali, con celle temporalesche intense, localizzate e imprevedibili che scaricano enormi quantitativi di acqua sui numerosi piccoli bacini idrografici tipici del territorio calabrese, determinando una rapida saturazione degli stessi bacini e l’innesco di diffusi fenomeni franosi e alluvionali; una massiccia quanto incauta edificazione che, anche a causa del superficiale controllo dei progetti negli uffici preposti, ha consentito di costruire su costoni franosi e negli alvei dei fiumi; lo spopolamento dei centri montani, che non garantisce più la manutenzione del territorio un tempo assicurata da pratiche agricole di salvaguardia come la regimazione delle acque piovane, la costruzione di fossi di scolo e di muri a secco che – nel pieno rispetto della natura dei luoghi – garantivano stabilità e durevolezza degli interventi: queste le cause del dissesto idrogeologico che opprime l’intero territorio regionale  .

In Calabria, infatti, il 100% dei comuni ricade in aree ad elevato rischio idrogeologico, di cui l’88 % presenta almeno una zona minacciata da frane o da alluvioni con rischio R3 (elevato) o R4 (molto elevato), cioè con rischio di perdita di vite umane.

157.225 sono i calabresi residenti in aree ad elevato rischio idrogeologico, 56.029 gli edifici che vi ricadono, di cui 245 edifici scolastici e 15 quelli ospedalieri.

 Attualmente la Regione stima in 1,5 miliardi di euro il costo per la messa in sicurezza della aree danneggiate dal maltempo dell’ultimo triennio.

Ma i fondi non coprono neanche il 20% del fabbisogno e costituiscono una goccia in un oceano.

Dagli anni ‘90 ad oggi, difatti, il rischio idrogeologico in Calabria non è stato mai fronteggiato in modo complessivo ed organico bensì in condizioni di perenne emergenza, connessa a finanziamenti occasionali elargiti dal governo centrale a seguito dei vari noti eventi alluvionali, da Crotone (1996) a Soverato (2001), Vibo Valentia (2002), Borgia (2004), Cavallerizzo (2005), Vibo Valentia (2006).

Interventi tutti scarsamente incisivi, in mancanza di un’azione preventiva organica e programmatica  di difesa del suolo, e limitati a fenomeni contingenti, senza procedere alla sistemazione globale di frane e corsi d’acqua.

L’unico strumento operativo a disposizione della Regione è il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico) che delimita le aree a rischio da frana, da alluvione e da erosione costiera, sulle quali cui l’edificabilità è negata o limitata, circoscritto tuttavia ai soli centri abitati e agli agglomerati urbani (con più di 200 abitanti), il cui mancato adeguamento, che – secondo la normativa – estendeva l’analisi del rischio a tutto il territorio regionale (e non ai soli centri abitati), ha procurato un’ulteriore fase di stallo nella programmazione degli interventi di difesa del suolo.

 In realtà tutti, dalle istituzioni ai diversi livelli (Regione, Province e Comuni) agli organismi di vigilanza ai semplici cittadini, siamo responsabili della difesa del territorio e come tali siamo tenuti a compiere quei piccoli gesti quotidiani (come le piccole manutenzioni o il rispetto di alcune regole basilari nelle costruzioni) a presidio di questa terra. Ne va della salute del pianeta e della nostra stessa esistenza.