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Dall’autoscatto al selfie, Narciso non abita più qui?

Scritto da on 27 febbraio 2014 – 10:24nessun commento

Un tempo si chiamava autoscatto oggi  selfie. Il selfie impazza dovunque, spopola sui social e sui maggiori media, unisce Obama e Lady Gaga alla signora della porta accanto, diventa la parola dell’anno,  citata nell’Oxford Dictionary. Un premio come il Limen, che si tiene ogni anno a Vibo Valentia gli ha dedicato una sezione (ha vinto Giada Rochira) ed il critico Giorgio Bonomi un libro, Il corpo solitario, edito da Rubbettino.

bonomiBonomi analizza il lavoro di 700 artisti in ogni parte del mondo che dagli anni ’70 ad oggi hanno rappresentato il proprio corpo attraversi la fotografia, alla ricerca di una identità o di identità multiple, come tecnica di narrazione o  strumento di denuncia, affrontando temi non solo estetici o psicologici, ma politici e sociali.

 

 

Rappresentare sé stessi transita, così, da tecnica a testimonianza di una solitudine irriducibile, segno di malessere –individuale e sociale- e nello stesso tempo, di denuncia e di salvezza.

 

Non è una novità. Nel corso dei secoli gli artisti hanno utilizzato spesso l’autoritratto come firma dei propri lavori o per sancire il profondo legame tra sè stessi e l’ arte o, ancora, come segno della ricerca faticosa di un’identità attraverso la creazione artistica.

 

In tempi più vicini a noi, Francesca Woodman, Andy Warhol, Cindy Shearman, Mario Pischedda, Shirin Neshat usano il proprio shirin_neshat_4__1corpo come soggetto di autonarrazione ed insieme come oggetto di una narrazione collettiva, di volta in volta ritraggono sulla propria pelle stereotipi e modelli sociali e culturali, nascondono il corpo in contrapposizione ad una società in cui il corpo domina ovunque e comunque o lo espongono in tutta la sua sacralità ed essenzialità.

 

WOODMANIl corpo, da rappresentazione del Narciso che si autoriflette in una solitudine senza vie di fuga, diventa il Narciso che attraverso lo specchio vuol conoscere l’Altro, segno del dialogo irrisolto tra noi e il mondo, e del desiderio di immergersi nel flusso degli eventi, di essere protagonisti di una storia collettiva oltre che individuale.

 

 

Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza. (Francesca Woodman)

L’arte svela l’altro volto del selfie, come ha scritto Tara Isabella Burton qualche giorno fà su The Paris Review che, nel ricondurne la genersi direttamente ai dandy del secolo scorso, individua nel selfie la nuova ossessione collettiva che ci consente di crearci e ri-crearci costantemente, attraverso lo sguardo altrui. Che sia vero o un inganno, poi, poco importa…