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30 ottobre 2017 – 10:59 |

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Enzo Cucchi. Visioni di un artista rabdomante

Scritto da on 23 dicembre 2011 – 07:40nessun commento

Morsa

Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.

Pur decontestualizzando la canzone di Fabrizio De Andrè dalla sua argomentazione tragica,  il suo ritmo, il susseguirsi  delle immagini descritte  mi hanno accompagnato “inconsciamente”  sin dal primo incontro  con le opere di Cucchi tra le sale appena allestite al museo MARCA di Catanzaro.

Enzo Cucchi è stato definito l’artista più visionario tra quelli del gruppo della Transavanguardia fondato e teorizzato da Achille Bonito Oliva nel 1979. Di origine marchigiana, è sempre stato sensibile all’espressione artistica, da lui concepita non come un mezzo, ma come un medium per l’epifania dell’immagine che egli sente premere quotidianamente dall’interno verso l’esterno.

Inizialmente queste immagini venivano descritte attraverso le parole e i versi della poesia, poi il disegno e la pittura hanno dato resa più immediata a quello che è un immaginario intimo dell’artista. Ecco, però, che sin da subito sulle tele sono stati inseriti alcuni cocci di ceramica, e nel corso degli anni Cucchi ha approfondito la tecnica creando delle piccole sculture autonome, prima in ceramica, poi in bronzo, in una attenta sperimentazione di materiali e di tecniche tradizionali, che lo ha portato alla collaborazione con diversi artisti, designer ed architetti.

Il suo “fare” rientra nel “campo mobile” di quell’arte rinata dalle ceneri della crisi dell’esperienze e dei gruppi degli anni Sessanta: la “transavanguardia, intesa come attraversamento della nozione sperimentale dell’avanguardia, secondo l’idea che ogni opera presuppone una manualità sperimentale, la sorpresa dell’artista verso un’opera che si costruisce non più secondo la certezza anticipata di un progetto e di un’ideologia, bensì si forma sotto i suoi occhi e sotto la pulsione di una mano che affonda nella materia dell’arte, in un immaginario fatto di un incarnamento tra idea e sensibilità”.

La creazione avviene, così come l’artista stesso racconta in un’intervista, in maniera non programmatica.

Ogni mattina, uscendo da casa comincia un percorso, un viaggio la cui meta non è stata prevista; alla fine il viaggio finisce sempre nello suo studio; una volta arrivato lì, ricomincia allora un nuovo viaggio, dove altre visioni, che continuamente ritornano alla mente, spingono per non essere ignorate.

Porta grande

 

Così scrive di lui Achille Bonito Oliva: “Dio è il signore dello spazio, l’artista quello del tempo. Ma quest’ultimo deve poggiare la sua opera nello spazio per darle stabilità e peso reale. Enzo Cucchi si assume il peso della creazione artistica, quello di modellare visivamente la forza dell’eco”.

Da subito queste immagini hanno cercato una loro indipendenza sulla tela: nei primi lavori degli anni Settanta fuoriuscivano da pennellate e sovrapposizioni di colori, sempre ben riconoscibili e con forme “semplificate”, ma in un racconto visionario ed ancestrale  non classificabile e non soggetto al raziocinio di chi lo guarda o studia; ancora oggi quel racconto continua a farci sorprendere, così come ha fatto ben notare nel suo testo di presentazione Alberto Fiz, curatore insieme allo stesso Bonito Oliva della mostra appena inaugurata al MARCA di Catanzaro.

Inoltre, anche  i titoli dati alle opere, sono sempre stati non una descrizione o una spiegazione di esse, quanto piuttosto frammenti di una autentica passione per la poesia: sono parole che si aggiungono in modo autonomo all’immagine, confermando l’indisponibilità dell’artista a rientrare in una qualche categoria, comunque delimitante.

Mentre tra gli altri nudi
Io striscio verso un fuoco
Che illumina fantasmi
Di questo osceno giuoco.

Riprendendo l’immagine del viaggio mattutino dell’artista, egli – così ci racconta – arriva nudo allo studio, cioè libero, senza costringimenti, pronto per lavorare, con la testa vuota senza pensieri; cosicché i suoi fantasmi vengono reificati sulla tela. In alcuni casi la tela non costringe la forma su una superficie opaca, ma in molti lavori questa è stata sostituita da una rete sottile di metallo che fa respirare l’immagine rendendola immateriale, come nell’opera Morsa, dove con larghe pennellate date con veloci gesti, una figura “cade” o è “sospesa” sopra una silhouette di palazzi, case, o forme geometriche ed all’improvviso un tocco di rosso acceso di una tavolozza da pittore, cattura lo sguardo di chi le è di fronte.

L’opera è di grandi dimensioni ed accoglie lo spettatore all’ingresso del museo, ed egli è subito immerso in un mondo “altro”, dove le sale si trasformano in un luogo dell’anima. L’artista, come è stato sottolineato in apertura della mostra da Alberto Fiz, ha voluto infatti curare personalmente l’allestimento, poiché non si tratta tanto di una mostra, quanto di una nuova manifestazione di quello che è l’itinerario sempre sorprendente  di colui che è stato presentato come l’artista più originale e dirompente della Transavanguardia: “originale nel senso profondo di colui che si rinnova ritornando, ogni volta, all’origine” – ha precisato a Catanzaro il critico Achille Bonito Oliva.

quadro politico svizzero

Per fruire di questo luogo dell’anima si deve essere liberi dal dover per forza dare un senso alla mostra o ad una catalogazione stilistica; così ci si può far condurre dall’artista attraverso una costruzione spaziale delle sue opere, perdendo qualsiasi riferimento temporale. Per esempio in Quadro Politico Svizzero lo sguardo dello spettatore è costretto ad un’unica visuale attraverso delle strutture coniche alla cui estremità c’è un opera composta da una tela ed una ceramica. Laddove avviene una compenetrazione tra le due immagini, anche attraverso la diversa profondità data dalla tridimensionalità della ceramica e dalla bidimensionalità del dipinto. I soggetti, anzi gli elementi, sono teschi, cani, cavalli, paesaggi, e sono tutti giocati sulle tonalità del grigio, del bianco e del nero.

Cucchi con piacere parla del cimitero, che secondo lui è un luogo familiare ed è parte integrante della nostra vita e della nostra tradizione, poiché dalla terra nasce la vita.

Nella Porta Grande gli idoli si trovano in sequenza ai due bordi di una struttura nera: sono teste, corpi con fiamme al posto dei capelli, animali, scarpe, tutti in bronzo, simili a reperti contemporanei scaturiti dall’ombra della terra ed esposti allo sguardo pubblico. Come quei reperti archeologici che sono per il mondo testimonianza di un tempo e che vedono la luce dopo una lunga ricerca. Però in questo caso essi non hanno una catalogazione cronologica, perché fuoriescono dal buio dell’inconscio, e quindi da un dimensione atemporale, ma con riferimenti immaginari ancestrali.

Altri reperti, sono esposti in una struttura posta sopra delle mensole in Porta Piccola. Già Bonito Oliva aveva parlato di Cucchi in questi termini: “La vetrina espone l’opera e permette a Cucchi ancor di più di evidenziare la messa a nudo di ogni processo creativo (…). Cucchi sviluppa la potenzialità della vetrina, pubblico bersaglio frontale dello sguardo sociale e insonne inquadratura che espone l’opera senza interruzione tra il giorno e la notte”.

Il continuo inserire il teschio nelle opere lo chiarisce lo stesso artista, dicendo che non è un soggetto, ma semplicemente un immagine, così come l’ombra diventa elemento vitale se pensata come inseparabile dall’uomo. Ombra che si pone ancora, allo stesso tempo, come rigeneratrice delle fatiche dell’uomo che sotto di lei si riposa. Ecco allora che la scultura viene immaginata come ciò che fa ombra: l’arte come rigeneratrice dell’uomo in alternativa al mondo in cui vive, come salvezza per sfuggire alla meschinità di “questo osceno giuoco”.

Lara Caccia
(articolo pubblicato su Titolo n.3 (64) a. II (XXII), inv.2011-2012)