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Giorgio Bartocci, la street art torna nel centro di Catanzaro

Scritto da on 25 marzo 2016 – 08:18nessun commento

Il clamore mediatico sollevato dalla decisione di Blu, uno dei dieci migliori street artist al mondo, di cancellare qualche giorno fa le sue opere sui muri di Bologna in dissenso con una mostra, Street Art Banksy & Co., che vuole ripercorre il cammino della Street art di qua e di là dell’Atlantico, ha riproposto contenuti e messaggi di un fenomeno globale, che poggia essenzialmente sulla contrapposizione all’establishment e all’arte mainstream e agli spazi ad essa destinati.

La città e le sue strade sono lo spazio privilegiato alla creatività, laboratorio in cui esprimersi Blu Bolognaliberamente fuori dai luoghi deputati mentre i muri sostituiscono la tela per raccontare il nostro presente.

Il gesto di Blu, artista puro, creatore e distruttore, svela contraddizioni e ipocrisie, denuncia i molteplici tentativi di speculare e appropriarsi di un movimento che da oltre 50 anni utilizza la strada come vettore mediatico di riflessioni critiche e antagonismo sociale, cimentandosi con la complessità dello spazio urbano.

Una complessità citata esplicitamente da un altro noto street artist come Giorgio Bartocci, che torna a Catanzaro per cimentarsi, questa volta, con un duplice intervento, il primo open air, sui muri del centro cittadino e, dal prossimo 26 marzo, negli spazi espositivi di Altrove Gallery (Palazzo Fazzari, C.so Mazzini, 178), nuovo spazio dedicato alle arti contemporanee, in cui viene riversata e consolidata l’esperienza maturata in questi anni da ALTrove Festival,  dove espone le sue ultime opere sotto il titolo di Miniera, una produzione Altrove Gallery, in collaborazione con il MARCA e la Fondazione Rocco Guglielmo.

Un evidente filo rosso lega l’intervento nello spazio cittadino, che ha già suscitato polemiche, in cui Bartocci rilegge il motto Sanguinis effusione, concesso insieme all’uso dell’aquila imperiale da Carlo V alla città, per ricordarne la resistenza contro le truppe francesi, utilizzando forme e colori che, sopravvissuti alle temperie del tempo, emergono nel tessuto urbano, testimonianze di un passato che si lega al presente e al futuro, e le opere esposte in Miniera. Che raccontano un luogo dell’anima prima che dello spazio, e

una comunità sotterranea in continuo movimento, riflesso di una società dominata dall’istante, dallo spazio pubblico incivile, dall’azione che annienta l’interazione.

Un gioco di maschere, luminescenze, fiamme guizzanti che perforano il buio della notte e raccontano

un luogo magico, mistico e inesplorato dove tutti gli esseri sono uniti inconsapevolmente in vorticose danze nello spazio, come scrive il curatore, Edoardo Suraci.

Il rapporto luce-ombra è stato più volte esplorato da Bartocci che risolve l’apparente impasse nel dinamismo delle forme saettanti, erranti, che si espandono lungo traiettorie diverse per trasformarsi poco per volta in una danza vitale e liberatoria. In un ciclo spazio-tempo senza fine, forme umane, animali, vegetali si incontrano, si contaminano, fluttuano in una sorta di universo parallelo in cui ansie e paure, i nostri impulsi più nascosti, insondabili profondità si materializzano in forme instabili scandite da rapidi passaggi cromatici.

Figlio d’arte, Bartocci parte dalla grafica per alimentare la sua cifra stilistica con molteplici spunti e bartocci 36_4964221507150841292_ninterazioni, dal graffitismo al lettering. Dentro ci sono Matisse, Moore, il Bauhaus e le avanguardie, i murales di Keith Haring. L’intento, sostiene, è quello di “trovare un compromesso compositivo tra gestualità, istinto, improvvisazione, segno grafico, sintesi, continuando la ricerca espressiva anche sul tratto” porgendoli allo spettatore perché li percepisca e li riconosca.

Da bravo artista urbano, Bartocci allestisce tra le vie delle città, nelle periferie, negli spazi in e di transito, in attesa di nuove destinazioni, il palcoscenico dove raccontare la vita e il suo incessante flusso ma soprattutto uno spazio comune a tutti, quello creativo.