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La Shoah dell’Arte a Mendicino. Raccontando l’Architettura dell’orrore

Scritto da on 29 gennaio 2018 – 08:37nessun commento

Hitler pensava che anche le arti e l’architettura avrebbero dato un contributo importante alla creazione dell’immaginario nazista. Così, pure gli spazi e i luoghi vennero utilizzati per offrire un palcoscenico adeguato alla rappresentazione del dramma che il Fuhrer e i suoi scriveranno in oltre 15 anni di storia. A ricostruire questo pezzo di storia è il progetto La Shoah dell’arte, ideato da ECAD in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che ha ottenuto la medaglia del Presidente della Repubblica, il patrocinio del Parlamento Europeo e di MiBACT, UCEI, AICI e SIAE.

 

Il progetto, che in passato ha visto la partecipazione di una trentina tra musei e teatri su tutto il territorio nazionale, approda anche in Calabria, al Teatro Comunale di Mendicino, con una serie di manifestazioni che dal 25 al 31 gennaio affrontano il tema con mostre, spettacoli teatrali, proiezioni, che toccano anche la storia del campo di Ferramonti a Tarsia (Cs).Ferramonti4

Quest’anno la quarta edizione della Shoah dell’Arte apre una finestra in particolare sullo spazio urbano e sulle architetture della Shoah intese come teoria dello spazio e delle architetture del pensiero. Architetti come Albert Speer vennero chiamati a (ri)edificare le città del Reich, ispirandosi alla grandezza della Roma imperiale. Il Lustgarten, il Palazzo del Reichstag a Berlino, che oggi ospita il Parlamento tedesco, le cattedrali di luce a Norimberga traducono nelle loro strutture mastodontiche, de-bordanti, nelle loro rigorose geometrie, nello stile pulito, nelle linee razionali, l’idea di un’età dell’oro tedesca che può rivivere grazie al nazionalsocialismo, diventando spazi-palcoscenico, in cui si rappresenta la grandezza del popolo tedesco, e simbolici, usando la classicità e i suoi miti per narrare ai contemporanei ferramontie tramandare ai posteri l’ideologia hitleriana.

Le architetture della Roma imperiale, i progetti ciclopici, l’uso della pietra sno le parole d’ordine del regime. Accanto troviamo un’altra architettura, un’architettura di orrore e morte, quella dei lager. Sachsenhausen, Buchenwald, Auschwitz, Majdanek. Li chiamano campi di lavoro, ma sono in realtà campi di concentramento e in alcuni casi di sterminio.

Una simmetria inquietante e in tutti e due i casi la persona veniva cancellata o dalla magniloquenza costruttiva o dall’essere ammassata in pochi centimetri quadrati. Il lager come città-industria dell’annullamento e come specifica architettura della Shoah, insieme alla città monumento vivente del potere. E a guerra finita si arriverà alle architetture della memoria.

A questa architettura della memoria appartiene anche Ferramonti, il più grande campo di concentramento italiano, 90 capannoni in 160 mila metri quadri, oltre millecinquecento internati, tra ebrei Ferramonti5italiani o provenienti da altri Paesi, come lo psichiatra Ernst Bernhard, allievo di Jung, o Imi Lichtenfeld, padre di una delle tecniche di autodifesa e combattimento più praticate nel mondo, il Krav Maga, oltre a un gruppo di francesi, greci, cinesi non ebrei. Sul quale molto si è detto, scritto, rappresentato al cinema, teatro, nelle lettere degli internati (come quelle di Bernhard alla moglie), e nelle ricostruzioni successive.

La Shoah dell’arte vuole offrire un altro tassello per ricomporre il puzzle ancora non del tutto ricomposto del nostro non così lontano passato.

(Ph. campo di Ferramonti di Tarsia)