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Mostre: Veronica Montanino nel Paese delle Meraviglie. L’intervista

Scritto da on 18 marzo 2016 – 08:08nessun commento

It’s a wonderful world. E’ un mondo meraviglioso. Fatto di arcobaleni cromatici, geometrie prismatiche, forme optical. Spazi dominati dalla circolarità delle forme e da una atmosfera che ha una allegria contagiosa. Come il sorriso di Veronica Montanino, romana, classe 1973, che venerdì 18 marzo alle ore 18.30 inaugura al MARCA di Catanzaro una personale, aperta fino al 22 maggio, proponendo al pubblico, con il contributo dei curatori Giorgio De Finis e Simona Gavioli, un ampio spaccato della sua produzione artistica.

 

Sessanta opere tra quadri, assemblaggi e installazioni site specific, un tripudio di colori, forme, materiali, strutture concentriche e spiraliforme, che si muovono a volte con movimenti ascensionali e discendenti, a volte per stratificazioni progressive. Una vertigine della visione, calamitata in uno spazio/tempo parallelo, allucinato e ipnotico. Spazio della fantasia e dell’utopia, e nello stesso tempo/luogo in cui essere fino in fondo se stessi, sulle orme di Alice nel Paese delle Meraviglie.

veronica montanino 872_4447500220205107859_nLe sagome umane e le galassie coloratissime di Veronica Montanino fluttuano, ondeggiano, si librano in volo, invadono lo spazio saturandolo, si mescolano in un territorio in cui sembrano perdere dimensioni, proporzioni, prospettive, per risvegliarsi a nuova vita in una esplosione di energia che si propaga come un virus liberatorio, benefico e benaugurante.

Per l’uomo il colore non è letteralmente vita, ma è la rappresentazione di un’idea-immagine della vita – dice Veronica-. Il colore subisce questa trasposizione ad opera dell’uomo: da funzione ad espressione, da materia a non materia, da realtà a idea.

Un microcosmo che utilizza segni, gesti, modelli iconografici per (ri)modellarli e riconsegnarli al pubblico in modo coloratissimo, leggero e ironico. E –in apparenza- caotico, perché in realtà, dietro, c’è un rigore concettuale e una progettualità alimentate nel tempo. Ogni opera è un crocevia di linguaggi, citazioni -da Klimt all’arte psichedelica, dall’architettura al design-, che ne fa una sorta di stanza delle meraviglie che è anche un’autentica sfida sensoriale e mentale per il pubblico.

Incontro Veronica, che ha già esposto in passato nel capoluogo, in una pausa dell’allestimento e ne approfitto per farle qualche domanda.

Bentornata, Veronica. Vogliamo anticipar intanto qualcosa della tua mostra che sarà inaugurata venerdì al MARCA?

It’s a Wonderful World, la personale che presento dal 18 marzo al MARCA, comprende tre interventi ambientali, di cui uno, il primo, da cui origina il percorso espositivo, è un’opera – veronica montanino 15192_973055823956321911_ngiardino realizzata insieme all’architetto paesaggista Michela Pasquali e al garden designer Maurizio Bartolini, in collaborazione con gli studenti dell’ABA. Il fatto che si trovi fisicamente al piano di sotto, e che sia di fatto la prima “stanza” della mostra, è proprio funzionale all’idea che il giardino rappresenti la base dalla quale partire per arrivare al mio lavoro pittorico. Lavorare con la natura non è una scelta casuale né sta a significare che l’arte si fa con tutto (che pure è una componente contemplata nel mio lavoro). Quella della materia botanica è una scelta ponderata ed ha un significato ben preciso. L’invasività, la moltiplicazione vitale, che è crescita movimento e trasformazione, si manifesta sotto forma di fenomeno prima di tutto ‘naturale’ (in quanto organismo vivo) e come rappresentazione di un’idea e di un modus operandi che sono poi contenuti nella pittura e nelle installazioni che si trovano al piano di sopra.  Non volevo fare tanto un giardino come se fosse un quadro, o non solo, ma utilizzare il giardino e le piante come esemplificazione del mio modo di fare i quadri.

 

Perché It’s a wonderful world? Un bell’atto di coraggio di questi tempi…

 E’ il titolo che ho scelto insieme ai curatori Giorgio de Finis e Simona Gavioli.  Viviamo in un mondo molto difficile, che è oggettivamente impossibile definire ‘meraviglioso’. Che cos’è questa meraviglia? È una cosa che riguarda me? In che modo può interessare gli altri? Io credo che la meraviglia, centro del mio lavoro, sia quel tratto universale che risiede nella capacità, di tutti, di immaginare qualcosa di diverso da quello che la cronaca ci propone. Credo sia la possibilità di non adeguarsi all’esistente, la facoltà di ribellarsi con la costruzione invece che con la distruzione, con il nichilismo.

It’a Wonderful World non è il mondo così com’è, ma come potrebbe essere se seguissimo le nostre fantasie più vitali ed edificanti. È quell’utopia che l’arte ha il potere di rendere visibile, tangibile, vera, come la realtà fisica. L’arte non è imitazione, non è ripetizione, non è descrizione delle cose che vediamo, ma è creatività (termine che è diventato quasi una parolaccia!). Questo è il valore sociale e politico dell’arte. La capacità di ribellarsi e non rassegnarsi all’ordine costituito delle cose è legato veronica montanino 5alla capacità di immaginare altro. Per immaginare bisogna essere soli, astrarsi dalle cose viste e conosciute, proprio come reazione a quanto visto, conosciuto e rifiutato. Non è una idea di autismo, impermeabilità o fuga. È una idea di reazione vitale (e biologica direi!)

C’è inoltre una punta di autoironia nel titolo, in risposta a quanti pensano, sbagliando, che il mio lavoro sia, perché pieno di bollicine colorate, sciocco e un po’ superficiale.

Fare un’arte non intellettuale, non aristocratica, non di nicchia, non per pochi, non per specialisti, un’arte che si riappropri della dimensione percettiva ed esperienziale, legata ai sensi, significa rivendicare la possibilità di arrivare a tutti (e non solo a un pubblico di pochi addetti ai lavori) attraverso la sensibilità, attraverso le emozioni che riesce a suscitare.

 

Osservo i tuoi lavori e, non so perché, mi viene in mente Alice che oltrepassa lo specchio e arriva nel Paese delle Meraviglie… C’è nella tua opera una sorta di caos ordinato o di ordine caotico che si libera nell’aria raccogliendo man mano stimoli, forme, colori…

Non voglio anticipare troppo per lasciare anche un po’ di sorpresa…ma l’idea di entrare nello specchio è una bella intuizione! Caos ordinato o ordine caotico, esattamente. Ci sono sempre queste due forze opposte nei miei lavori. Un principio ordinatore che sviluppo in opposizione a un principio sregolato, che sono un invito allo spettatore a sperimentare la percezione di perdersi ma lasciando aperta la possibilità di ritrovarsi, che è poi quello che succede a me quando lavoro. Sono fasi che attraverso nella costruzione della pittura così come delle installazioni di oggetti: c’è un momento in cui libero il movimento che mi serve a guadagnare lo spazio, che letteralmente invadendo, quasi aggredendolo. Pratico una gestualità il più possibile spontanea per poi fermarmi e comincio a sviluppare queste macro tracce in dettagli minuziosi ed estremamente controllati, fino al sopraggiungere di un nuovo livello di gestualità di nuovo libera, aperta, macro, per poi ricominciare tutto da capo.

Anche il tuo rapporto con il colore è sicuramente forte, e inusuale. A me ricorda Klimt e Rousseau il Doganiere, ma, al di là degli accostamenti, richiama un uso eterodosso, quasi provocatorio dei colori, che si impongono, quasi assertivamente, debordano oltre la cornice o i confini di una parete, dilagano a ricoprire lo spazio. O la realtà…

La realtà viene fagocitata, inghiottita, dentro il mio modo di procedere e questo determina un aumento dello spazio. Uno spazio fortemente ‘altro’, idealizzato, trasfigurato in senso immaginifico. Lo strumento attraverso il quale compio questa operazione è principalmente il colore. L’uso che ne faccio è provocatorio. Esagerato, sfacciato, irriverente. È una dichiarazione di guerra a coloro che vorrebbero l’arte grigia, mortuaria, il più possibile lontana dal regno del sensibile e assimilabile al regno dell’intellegibile. A monte c’è una battaglia culturale vera e propria, perchéé l’uso massiccio della dimensione cromatica va contro tutta una cultura che, da Platone in poi, afferma e persegue la scissione tra corpo e mente, la supremazia del pensiero astratto sulla dimensione sensibile, che poi si traduce nella scissione tra materia e spirito che caratterizza la nostra cultura. Posso azzardare a dire che l’uso del colore è addirittura ‘politico’.

 

Tornando al ‘giardino’, non è la prima volta che ti confronti con questa dimensione. Già in Overlook giochi sulla dimensione arte-natura, sulla enorme ricchezza di forme e colori, sul continuo ciclo dell’esistenza e delle sue metamorfosi.

 Un giardino l’ho dipinto per l’ingresso della Casa dell’Architettura di Roma, un lavoro site specific quattro metri per quattro intitolato ‘La bella stagione’. Un altro intervento molto ‘mimetico’ l’ho realizzato per il giardino di Rocco Guglielmo, dove ho dipinto un cancello che si incastra tra due siepi e una ‘collezione’ di piante grasse strepitosa…

Con Michela Pasquali ho realizzato il giardino galleggiante per il Chelsea Freange Festival di

Ph. P. Landriscina

Ph. P. Landriscina

Londra a Regent’s Park, molto apprezzato dalla fauna avicola del luogo. Anche se fino ad ora non avevo mai utilizzato direttamente le piante come materiali plastici. In questo senso quello al MARCA è il mio primo giardino.

 

Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti.

(L. Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie)