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PARTI: Mendicino, Ferraiuolo e Rocca in mostra a Roma

Scritto da on 15 febbraio 2016 – 08:06nessun commento

Si è aperta a Roma al Centro Sarri e rimarrà aperta sino al 4 marzo la mostra PARTI / Paradigmi di itinerari creativi. Francesca Ferraiuolo, Domenico Mendicino, Antonella Rocca curata da Tonino Sicoli. Organizzata in collaborazione con il MAON, Museo d’arte dell’Otto e Novecento di Rende (Cosenza) e sponsorizzata dalla BCC Mediocrati (Rende), MPM Delma (Rende) e BFT logistic (Lamezia Terme), la mostra segue il percorso artistico di tre artisti lametini, in un dialogo intergenerazionale e

provocatorio tra esperienze diverse, in cui coabitano cultura visiva post-pop, immagini tecnologiche, mediatiche, oservate con approccio critico, come un linguaggpartiio possibile ma non come un modello concettuale o uno stereotipo di valori da comunicare.

Francesca Ferraiuolo, Domenico Mendicino e Antonella Rocca fanno  uso della digitalizzazione, della fotografia e dell’assemblaggio oggettuale per una gestazione di opere a prima vista “normali” ma che si rivelano subito di un visionarismo particolare, in una specie di parto fantastico e irreale, in cui la realtà fa da spunto ad una creazione immaginifica, che si spinge in una dimensione evocativa e portatrice di suggestioni.

Non a caso l’allestimento si intitola PARTI. Che rimanda a un  gruppo di artisti che si confronta senza intraprendere la strada della poetica comune ma in un atteggiamento condiviso di ricerca aperta e di linguaggi che si intrecciano. Ma è anche  un invito alla partenza, al viaggio, al nomadismo  come itinerario interiore e come mobilità fisica.

Ma PARTI è anche  party,  festa, il momento del piacere creativo e dell’incontro con il

Domenico Mendicino

Domenico Mendicino

pubblico, dell’art show, che con allegria propone le opere di tre artisti capaci di esaltare il divertimento emotivo ed intellettuale insito nel mettersi in gioco con l’arte, la celebrazione di un rito un po’ dissacratorio dei luoghi comuni della visione.

I tre artisti pur dalla periferia dell’impero  hanno saputo con la loro ricerca aprirsi ed entrare in sintonia con i filoni di una contemporaneità dell’arte, contaminata da correnti diverse e da un plurilinguismo meditato.

Partendo da un’immagine oggettuale essi ne elaborano una soggettivizzata, evocativa di una visione “altra”, in cui il prelievo dell’aspetto realistico viene alterato strutturalmente e concettualmente, per diventare ir-realistico (Ferraiuolo), trans-realistico (Mendicino) e sur-realistico (Rocca). C’è in tutti loro un ritorno all’immagine ma liberata sia da ogni preoccupazione ostensiva che interpretativa, nel senso che dà all’interpretazione la filosofia del linguaggio.
Usando generi diversi (digitalizzazione, fotografia e scultura d’assemblaggio) questi artisti si addentrano in una interiorità psico-fisica, sospesa fra l’occhio e la mente reciprocamente influenzati, adottano tecniche vecchie e nuove, artigianali e tecnologiche, in un superamento di schemi e modus operandi che preferiscono invece la contaminazione.

Francesca Ferraiuolo evoca immagini diafane, accarezzando superfici traslucide con apparizioni di forme e figure ancestrali e astrali, creature di un mondo remoto-interiore ma anche aliene di un avvenire-esteriore, a metà strada fra i fantasmi del passato e le illusioni del futuro. Quella di Ferraiuolo è un tipo di digital art apparentemente astratta ma incline ad una figurazione post-videogame ovvero un po’ fantasy e un po’ realistica ma con un’ottica di superamento di entrambi i generi verso visioni ibride, dal simbolismo psicoanalitico, allusive ad immagini rimosse.
Domenico Mendicino fa della fotografia un mezzo di analisi della realtà, catturata da un occhio per niente neutro bensì enucleatore di dettagli, che danno nuovo senso alle cose. Lo scatto non coglie in un fotogramma un momento della vita che scorre visivamente ma lo costruisce ex novo, concentrando in esso un tempo passato, presente e futuro, in un attraversamento dell’immagine naturalistica tramite la mente, ovvero tramite quell’occhio interiore che restituisce simboli e metafore. Nel suo reportage “oltre la natura” Mendicino non si attarda a contemplare e cogliere il linguaggio della natura ma scopre la natura stessa del linguaggio fotografico, che alla pari degli altri linguaggi, ha una sua autoreferenzialità ovvero non rappresenta sic et simpliciter le cose dal vero ma interpreta con le sue forme più complesse le proiezioni della psiche.
Antonella Rocca costruisce sculture inquietanti con strutture modulari fatte di posate saldate fra di loro. I moduli di questi assemblaggi sono forchette, cucchiai, coltelli di servizi da tavola saldati in grovigli che prendono la forma di nuovi oggetti surreali. Con un pizzico di ironia e provocazione i ready made di una quotidianità domestica vengono riproposti manipolati, ricomposti e inseriti in nuovi contesti di senso. La creatività riscatta la banalità cercando e inventando immagini contorte di un improbabile ma stupefacente universo irrazionale.
Le proposte di questi artisti sono il baluardo di una gestazione intellettuale, che assume le problematiche culturali e linguistiche di una generazione senza modelli unici ma figlia di un pluralismo di poetiche e di declinazioni. I paradigmi della ricerca contemporanea si fanno strada in un panorama vario ma ricco anche di confusioni; in un tempo in cui tutto sembra già fatto e scontato e la postmodernità avanzata suggerisce solo le nicchie di studio e gli approfondimenti, la serena opera di sperimentazione e di riflessione sugli ambiti dell’arte, lancia una prospettiva di confronti critici e di una creatività consapevole, che fa ben sperare per l’avvenire.

( Estratto dal testo in catalogo di T. Sicoli )