Primo Piano »

Arrivederci a presto!

3 aprile 2018 – 09:39 |

Cari amici e amiche, il nostro sito sospende le pubblicazioni.
 
Share

Leggi tutto »
Home » Arte

Per un’arte responsabile. Intervista a Pietro Gaglianò

Scritto da on 4 luglio 2012 – 17:14nessun commento

<<Davanti a un muro ogni cittadino ha il diritto di scegliere da quale parte collocarsi, gli artisti e gli intellettuali invece hanno un dovere: quello di sollevare il problema dell’esistenza dei muri>>.

Pietro Gaglianò (Ph. G. Woueté)Così Pietro Gaglianò, critico d’arte ed attento studioso dei nuovi linguaggi contemporanei, vibonese di nascita ma in movimento perpetuo tra Firenze, la città in cui vive e lavora, ed il resto del mondo, presenta uno dei suoi lavori più recenti ed apprezzati, The Wall, un laboratorio in progress che raccoglie  contributi sul concetto geopolitico di muro, che ha coinvolto sino ad oggi oltre 150  tra artisti, curatori, antropologi, registi.

Pietro, hai girato l’Italia come curatore e animatore di The Wall, un progetto che ha riscosso grande attenzione in Italia ed all’estero, presentato recentemente anche all’Università della Calabria. Vuoi parlarcene?

The Wall è  una raccolta di contributi sul concetto di muro, inteso inizialmente nella sua concretizzazione geopolitica e poi esteso a tutte le possibili ramificazioni semantiche.

Artisti, studiosi, studenti e altri professionisti vengono chiamati a esprimersi in prima persona, definendo con creazioni originali o con documenti di qualsiasi tipo il proprio rapporto con un muro mentale, culturale, sociologico, politico, sia esso un impedimento o una forma di protezione.

Non è un progetto  curatoriale in senso stretto, dal momento che non c’è una mostra come esito e come spazio in cui si verificano i contributi e gli attori coinvolti. L’elaborazione dei contenuti avviene nell’ambito di incontri informali o di workshop intensivi, realizzati a volte autonomamente, in spazi no profit, o all’interno di istituzioni di vario tipo. Il materiale prodotto viene poi catalogato e caricato sul sito www.thewallarchives.net , dove è quasi interamente scaricabile gratuitamente.

In alcune occasioni l’archivio è stato presentato anche fisicamente, per brevi periodi, come spazio per la consultazione in cui tutti i documenti (immagini, video, audio, testi) sono rimasti a disposizione del pubblico in un’area più simile ad una biblioteca che ad un’esposizione. In queste occasioni vengono anche organizzati calendari con performance, dibattiti e lecture, sempre collegati al tema principale.

A Cosenza, nel mese di aprile, The Wall  si è svolto come cantiere creativo che ha coinvolto studenti dell’Unical (che ha ospitato parte delle attività) delle facoltà di Ingegneria, Economia e Lettere. È stata una delle esperienze più coinvolgenti e fertili, con una risposta complessa e sofisticata da parte dei partecipanti che in pochissimi giorni hanno realizzato una mappatura dei muri, fisici o percepiti, della città.

I risultati sono stati presentati alla fine in forma di screening nella sede della Centrale dell’Arte, uno spazio no profit in centro città.

OA. Opera di Jannis Kounellis (Ph. C. Cantini)

Collabori da tempo con  un altro enfant terrible del panorama culturale italiano come Giancarlo Cauteruccio, anche lui calabrese, con il quale hai realizzato di recente OA, cinque atti teatrali sull’opera d’arte, presentato al Teatro Studio di Scandicci, con opere di Pirri, Kounellis, Volpi, Castellani, Cecchini.  

Il legame con Cauteruccio e con la sua compagnia Krypton è parte integrante del mio percorso.

Nel 1990, liceale, vidi a teatro Teorema, uno spettacolo che con la sua sintesi linguistica tra mondo classico e tecnologie, tra corpo e parola, è rimasto per me un riferimento basilare.

Poi, dal 2003, ho collaborato con loro anche per lunghi periodi, facendo stabilmente parte del gruppo di lavoro al Teatro Studio di Scandicci come responsabile per i progetti sulle arti visive. Tutte le mie esperienze legate a Cauteruccio hanno il respiro della vera apertura tra le discipline dell’arte, e spaziano dalla realizzazione di mostre e rassegne di video o performance che ho firmato nell’ambito delle attività del teatro, alla consulenza su progetti teatrali di ricerca come, tra gli ultimi, OA. Cinque atti teatrali sull’opera d’arte, dove il lavoro di artisti contemporanei è stato posto al centro della creazione, come testo, elemento propulsore per una drammaturgia alla ricerca di nuovi spazi di indagine per il teatro e gli altri linguaggi.

Ho scritto molto su Krypton e su Giancarlo  ed adesso sto lavorando alla chiusura di un mio progetto di ricerca sul Teatro Architettura, una cifra specifica della ricerca di Cauteruccio che attraversa gli ultimi trent’anni di storia delle arti (il volume verrà edito da Titivillus).

Pietro, buona parte dei tuoi ultimi lavori, tra cui News from Nowhere, che si svolge in questi giorni a Firenze, sono dedicati alla necessità di un’arte ‘responsabile’.  Non pensi che l’arte oggi sia lontana dalle emergenze del nostro tempo, alla ricerca di una propria identità, e che sia più che mai necessario riappropriarsi di quella figura di intellettuale militante tracciata da Gramsci o di intellettuale ‘nel mondo’ di cui Sartre ha scritto lungamente?

La risposta a questa domanda potrebbe tenermi al computer per giorni! Io cerco di indirizzare ogni mia attività alla costruzione di una forma di responsabilità individuale.

L’arte è necessariamente responsabile: verso l’universo culturale che la esprime, e senza il quale non esisterebbe; verso il pubblico, in quanto ‘fruitore’ e come collettività che, in varia misura, contribuisce ad assicurarle  la possibilità di manifestarsi; non ultima deve essere responsabile verso se stessa, verso le proprie scelte intellettuali e linguistiche, verso la propria coerenza e la propria indipendenza.

In assenza di queste condizioni di base siamo davanti non più all’Arte ma ad oggetti decorativi o a spettacoli da intrattenimento, la cui unica forma di dovere riguarda la congruità del prodotto rispetto al prezzo pagato. Rimane aperto, tuttavia, il problema su cosa è chiamato a essere l’artista, quale sia il suo ruolo in seno alla formazione di una coscienza collettiva, quali gli strumenti di sostegno cui ricorrere per realizzare i propri progetti. Il dibattito è acceso su tali questioni, anche se in Italia se ne parla poco.

Un aspetto importante riguarda il rapporto tra i processi e gli esiti, al centro fra l’altro della Biennale di Berlino che si è appena conclusa. Qui il lavoro dei singoli gruppi di attivisti o di artisti (e delle figure meticcie che costituiscono il profilo culturale per me più interessante e fertile) è stato presentato ancora una volta nella forma asfittica della mostra. In molte occasioni il lavoro artistico ha dimostrato che alcuni cambiamenti sociali e politici sono possibili nel momento in cui si verifica una accresciuta consapevolezza, che l’arte da sola non ha il potere di creare e che l’attivismo senza l’arte non sa come gestire.

Tutto questo, nel momento in cui deve raggiungere un pubblico distante dal centro dell’azione, viene ancora immaginato nelle forme convenzionali della mostra. Credo che ci sia ancora moltissimo lavoro da fare. L’importante è prendere una posizione, per citare Gramsci, odiando gli indifferenti.