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Rotella e la tela strappata del reale

Scritto da on 31 ottobre 2016 – 10:31nessun commento

Le sue opere, che hanno raggiunto quotazioni da record, si trovano nei grandi musei di mezzo mondo, in prestigiose collezioni private e nelle case di star come Johnny Depp e Al Pacino. Fino alla fine dell’anno sono diversi i musei e le gallerie (vedi il nostro Primo Piano) che gli tributano omaggi di qua e di là dai confini nazionali. Come è doveroso, d’altro canto, verso uno degli artisti più rivoluzionari del suo tempo, capace di perdersi nei labirinti della nostra storia e di uscirne restituendone intatti colori, forme e tendenze.

Artista globale e globe-trotter Mimmo Rotella lo è sempre stato, viaggiatore tra paesi e universi mimmo-rotella-blanksartistici diversi, con i sensi sempre all’erta, proiettati in un mondo in fermento, che si rappresenta bulimicamente per segni e immagini. Immagini da manipolare, scomporre e ricomporre, non per furore iconoclasta ma alla ricerca di un senso, di fronte agli eccessi della (iper)rappresentazione imperante, sottraendoli alla riproduzione omologante, per farne immagini senza spazio nè tempo.

“Nouveau réaliste ante litteram a Roma negli anni Cinquanta, pre-pop a Parigi negli anni Sessanta, graffitaro e graffitista a Milano negli anni in cui lo era Basquiat a New York”, scrive di lui il critico e amico di sempre Pierre Restany. Ma Rotella riesce a superare canoni e stili per diventare lui stesso un’icona dei mimmo rotella 2nostri tempi.

Nel silenzio assordante che nella sua terra, la Calabria, ne circonda la memoria noi continuiamo a rendergli omaggio con questo contributo critico di un altro artista calabrese, Angelo Merante, tratto dalla Introduzione a Mimmo Rotella. Uno strappo alle regole, un fumetto edito da La Rondine ed..

 

Due percorsi paralleli d’arte e comunicazione, affascinanti e seducenti. Uno affonda le radici nella preistoria e traccia i progressi – cognitivi ed estetici, innanzitutto – che hanno indotto a rappresentare le idee attraverso le immagini (prima che venisse inventata la scrittura idealizzando le immagini stesse) e, in seguito, a fonderle con la scrittura in un’unica comunicazione di ordine superiore. Il primo percorso è la comunicazione verbo-visiva. L’altro – prettamente artistico – riguarda i progressi creativi del novecento e soprattutto l’avanguardia. È la poetica verbo-visiva. Era inevitabile che, un giorno o l’altro, le due traiettorie si dovessero incontrare, incrociare, abbracciare. Che da tali interazioni nascessero idee. (…)

Quando le prime scritture, gli ideogrammi, ritornarono al disegno e lo affiancarono per accrescere la comprensibilità del messaggio, la comunicazione verbo-visiva si dimostrò assai efficace nel raggiungere tutti e da tutti farsi comprendere. In tutte le culture, essa si è sviluppata con straordinarie (ma, a ben vedere, inevitabili) concordanze. In epoca romana, sulle tabulae pictae i disegni affiancavano i messaggi scritti, trasmettendo contenuti complessi in modo chiaro e fruibile. Anche le decorazioni a bassorilievo che rivestivano monumenti quali l’Ara Pacis Augustae costituivano un messaggio nel quale le figure avevano sostituito il testo. Il linguaggio veicolato dalle immagini riusciva a raggiungere anche i non alfabetizzati e attuava le sue finalità politiche nell’accrescere e diffondere il consenso, dunque l’appoggio popolare al governante. Pure i bassorilievi che circondavano a spirale le grandi colonne celebrative romane erano narrazioni delle imprese militari e del tutto analoghe erano le finalità propagandistiche dei messaggi veicolati. Considerazioni dello stesso tipo possono essere rivolte all’uso di linguaggi visivi per tutto il medioevo. Le cosiddette Biblia pauperum narravano la vita e gli insegnamenti del Cristo mediante illustrazioni comprensibili a tutti. Anche le vetrate “figurate” delle cattedrali gotiche recavano messaggi didattici o etici e i grandi cicli di affreschi suddivisi in più scene raccontavano storie, comprese le narrazioni evangeliche o le vite dei santi. (…)

Si tratta di una storia d’immagini che – attraverso l’arte casuale di strappi occasionali unita all’arte mirata di strappi intenzionali – hanno creato altre immagini. Nuove immagini. (…)

Il secondo percorso, nella nostra lettura, ci conduce, invece, al CHI. La poetica verbo-visiva è la chiave di lettura di tutta l’avanguardia, cominciando dai Futuristi che avevano avviato una sistematica fusione dei generi espressivi. Le loro poesie, le tavole parolibere, erano anche quadri e come quadri si potevano leggere. La simultaneità era la filosofia che dava un senso più ampio (immaginazione senza fili) e vitale alle loro performance (le soirée e il teatro futuristi). La nuova poetica dell’immagine si estese al collage, da quelli del futurista Ivo Pannaggi alle straordinarie composizioni verbo-visive dei Dada. La capacità di vedere oltre della poetica verbo-visiva aprì la strada al gesto dissacrante dei ready made di Marcel Duchamp. Il concetto lo compresero i Surrealisti, che sugli oggetti (e sull’inconsueto accostare più oggetti diversi) avrebbero fondato un nuovo capitolo della poesia.

Lo comprese, nei primi anni ’50, anche un giovane artista calabrese, insoddisfatto delle possibilità espressive dell’informale, che sentiva ormai prossime a esaurirsi. La poetica verbo-visiva che, in un modo o nell’altro, ha interagito con tutte le avanguardie post belliche ci conduce alla figura e all’opera di Mimmo Rotella. La sua visione creativa abbracciò le tensioni estetiche che attraversavano l’Europa e l’America. Volle spingersi oltre. Oltre il collage (gli strappi intenzionali) e oltre il ready made (gli strappi occasionali). La sua sintesi tratteneva le filosofie dell’uno e dell’altro, ne fondeva le essenze e le caricava di valori e significati nuovi, per puntare diritto – da protagonista – al cuore di una stagione artistica che sarebbe sfociata nella Pop Art e nella Poesia Visiva, collegandosi all’action painting e alla performative art. Il maestro calabrese fu un assoluto protagonista dell’arte del secondo novecento, anticipando istanze creative ed espressive che si sarebbero diffuse ovunque. Il suo sentire attento e immerso nel suo tempo sapeva cogliere e interpretare in modo personale il sentire e le idee, amplificandone la portata e la fruibilità proprio attraverso una profonda poetica dell’immagine.

L’immagine (del manifesto strappato) si riflette a sua volta quale “narrazione strappata dalle immagini” in una narrazione per immagini. E ci ricorda che “il manifesto strappato” non è solo l’atto fisico compiuto dall’autore. Con il gesto, infatti, ha creato un’icona creativa che rende sostanzanuova ciò che prima era “solo” messaggio. Lo “strappo” (l’operazione creativa) ha anche strappato il manifesto al suo destino funzionale ed effimero altrimenti prefissato dalle convenzioni. Diventa perciò (filtratura poetica dell’immagine) un nuovo oggetto di fruizione estetica, e perciò eterno, grazie a una poesia dello strappo nel quale non avvertiamo violenza (infatti, non è atto che distrugge) ma evento creativo che impone e trasmette valori estetici nuovi e di ampia “leggibilità”. Evento creativo che – non si dimentichi – diviene produttore di significati. Lo strappo ri-composto è paradigma della vita e dell’arte del maestro Rotella.

(Angelo Merante, catanzarese, è uno degli esponenti di punta dell’Inismo, corrente d’avanguardia nata in Francia trent’anni fà. Ha partecipato a diverse mostre, anche internazionali, come la grande retrospettiva che Parigi ha voluto dedicato agli Inisti nel 2015. In questi giorni ha rappresentato l’Italia in una esposizione internazionale, Silence, a cura di Anna Marie Vandormael, a Maasmechelen, in Belgio)