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[sei x sei] x sei, sei artisti per narrare le insondabili strade dell’animo umano

Scritto da on 28 ottobre 2013 – 19:58nessun commento

[sei x sei] x sei.   Sei come gli scatti che fanno da motore ad un progetto inedito in cui la fotografia si incrocia con le arti visive in una mostra curata da Lara Caccia che resterà aperta sino al 30 novembre 2013 alla Casa d’Arte Visioni Mediterranee di Montepaone (Cz), terza tappa della rassegna Visioni Contemporanee.

Sei come il formato delle foto scattate da Davide Negro in giro per il mondo alla ricerca di posti, di volti, di storie. Davide non batte le strade della città alla ricerca di soggetti ‘interessanti’, non  carpisce nulla ma entra nella quotidianità dell’altro, lo invita a mettersi dinanzi alla macchina fotografica e attende che arrivi, alla fine, quell’unico, prezioso momento in cui ne verrà alla luce il nucleo più intimo e profondo.

E, infine, sei come gli artisti, tutti calabresi, che hanno accettato l’invito di Davide di cimentarsi in un personale ‘corpo a corpo’ con i suoi ritratti, (re)interpretandoli secondo i rispettivi codici, in un “doppio gioco di riflessi che partendo dalla ricerca dell’altro porta ad un confronto con sé stessi”, come scrive Lara Caccia, moltiplicato esponenzialmente, a sua volta, attraverso gli occhi del pubblico.

Così Giulio Manglaviti fissa lo sguardo enigmatico dell’uomo con la bombetta iscrivendolo  in un cerchio che ne racchiude “il lato oscuro”, mentre Melania Aitollo porta su tela  brandelli di sangue, carne, liquidi, espressione della nostra più profonda dimensione magmatica che attende continuamente di risalire in superficie e (ri)velarsi.

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Gabriele Nicolò usa cemento, catrame, tempera e smalto per esprimere l’interiorità di una donna, vestita da capo a piedi da un mantello, il capo coperto, in primo piano solo il volto bello e segnato dal tempo,  solida come una roccia che sembra affiorare dal muro che le fa da sfondo.

Alessandra Benigno dal canto suo incontra, attraverso lo scatto di Davide, l’uomo “che si chiude nelle sue braccia conserte, accenna un sorriso che non è il suo e si veste di panni che non sono i suoi” per carpirne gli occhi, quegli occhi che raccontano un’unica verità, nonostante tutto….

Anche Giuseppe Guerrisi si concentra sulla nostra interiorità, fragile e solida insieme, e ne rivela la capacità di rigenerarsi continuamente, incontaminata, come la spiga di grano che si intravede tra le assi di un cubo di legno grezzo su un basamento di argilla.

Una mostra bella, intensa e preziosa, nella capacità di ciascuno di questi artisti, appena trentenni, di esprimere e dare forma a quel nucleo intimo e luminoso che si nasconde dietro i volti, i corpi, gli atteggiamenti di ognuno di noi.

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Un progetto, dice Davide, che

 nasce da una riflessione sull’apparenza e l’essere. Quando vediamo una persona cerchiamo subito di analizzarla. In realtà, la nostra, più che una analisi del suo essere, è una superficiale lettura di ciò che riusciamo a cogliere attraverso la sua apparenza.

Ogni particolare dell’aspetto di una persona, anche quello che si pensa di nascondere o di non possedere, comunica qualcosa a chi osserva. Questo silenzioso processo a sua volta è mediato da chi riceve il messaggio. Ed è proprio questo il punto intorno al quale ruota il progetto.

Quello che è stato maturato si configura in un duplice ritratto: il primo, quello fotografico, che cerca di rimanere più obiettivo possibile; il secondo, quello dell’artista chiamato a studiarlo ed interpretarlo. Il risultato evidente è un incessante gioco di rimandi tra il ritratto formale e quello dell’inconscio, tra i due aspetti della stessa realtà.

 

Quel che mi ha colpito nei tuoi ritratti è che ognuno di essi parla della tua passione per la fotografia….

La fotografia come mezzo espressivo è una scelta che ho fatto inconsciamente quando ero piccolo e penso che le cose fatte per istinto provengano dal profondo del cuore. Ho deciso così di iniziare a studiare e ad affinare la tecnica.

La fotografia è come foglio bianco su cui annotare tutte le cose importanti. Fotografia che cattura l’attimo congelandolo per sempre. Fotografia come linguaggio universale, facilmente interpretabile da tutti.

In cui ha un ruolo rilevante il ritratto,  il genere di fotografia che preferisco, perché riesce a mettere a nudo molti aspetti psicologici della persona fotografata, anche quelli più celati.

 

I tuoi scatti mi ricordano molto Diane Arbus. Quali sono i tuoi maestri/riferimenti?

Non ho riferimenti, o forse tutti lo sono. Poiché mi nutro di qualsiasi tipo di immagine, dovrei stare qui a ringraziare molte persone. Ringrazio per tutti Gabriele Agostini, direttore e docente del Centro Sperimentale di Fotografia CSF Ansel Adams,  cui devo molto.

 

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Attraverso la mostra si intuiscono la bellezza e le difficoltà dell’incontro (e le sinergie) tra te e gli altri cinque artisti, anche rispetto all’uso di linguaggi diversi da quello fotografico.

Condividere un mio progetto con altri artisti che utilizzano differenti mezzi espressivi, osservare come ciascuno di loro ha affrontato lo stesso tema con la propria sensibilità, partecipare ad un confronto costruttivo mantenendo la propria individualità…sicuramente il rapporto tra me e gli altri cinque artisti è stato forte. Tutti si sono cimentati  in questo “esperimento” andando oltre le mie aspettative.

Devo ringraziare per questo gli artisti che hanno contribuito alla riuscita del progetto: Melania Aitollo, Giulio Manglaviti, Gabriele Nicolò, Alessandra Benigno, e Giuseppe Guerrisi. Sono molto soddisfatto del risultato finale, e spero che il progetto possa continuare a crescere, anche perché lavorare in gruppo è una cosa che mi stimola a fare sempre meglio.

 

Ultima domanda: che ne pensi dello stato attuale dell’arte in Italia? Credi che le residenze e i concorsi tematici che si vanno affermando un po’ ovunque siano le strade giuste a far emergere i nuovi fermenti artistici?

L’arte in Italia ultimamente ha subito un duro colpo con l’esclusione della storia dell’arte da molte scuole, e per una nazione che possiede forse la più alta percentuale del patrimonio artistico mondiale è un vero e proprio boomerang.

Sono convinto che le residenze d’artista –alle quali abbiamo partecipato tanto io che i miei compagni di viaggio-  offrano occasioni di crescita uniche a chi vi accede, soprattutto per la possibilità di lavorare immersi in un determinato contesto, confrontandosi direttamente con il luogo e con altri artisti. Non credo che far emergere nuovi fermenti artistici sia una conseguenza scontata di questi nuovi modelli ma sicuramente sono fondamentali per lo sviluppo dell’arte verso nuove direzioni e per segnalare opportunità di cambiamento.