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Dal fumetto criminale a quello sociale, arriva a Cosenza il Festival del Paesaggio

18 settembre 2017 – 10:26 |

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Addio a Stefano Rodotà

Scritto da on 26 giugno 2017 – 16:28nessun commento

Era nato a Cosenza nei giorni in cui i nazisti gettavano tra le fiamme migliaia e migliaia di libri, per cancellare le voci di quanti avevano eletto la cultura, le scienze e la letteratura a presidio contro il fanatismo e l’ignoranza. E Stefano Rodotà, erede di una famiglia arbereshe, dei pericoli sempre incombenti dell’ intolleranza ne sapeva qualcosa, per Dna familiare, certo, e per percorso di studi e di vita.

Così si era avvicinato per un breve periodo negli anni ’70 al Partito Radicale per poi aderire da indipendente al PCI, alla Sinistra Indipendente e quindi al PDS, di cui diventò Presidente. Venne eletto deputato per quattro legislature e diventa componente di diverse commissioni parlamentari in cui portò rodotàla sua passione civile e politica, la sua attenzione costante alla sfera dei diritti, il suo impegno a presidio della Carta costituzionale. Dai banchi di Montecitorio, dall’emiciclo del Consiglio europeo, nelle aule universitarie di mezzo mondo, dalle colonne dei giornali o dalle pagine dei suoi libri la voce di Stefano Rodotà spiccava sempre sulle altre, lucida e autorevole, con quel modo di argomentare semplice e pacato, la capacità di rendere comprensibili a tutti questioni complesse, la correttezza e la coerenza dell’operato
Dagli anni ’60 aveva esplorato in lungo e in largo i cambiamenti epocali del nostro tempo partendo dalla macchina giuridica, dagli istituti tradizionali come la proprietà privata, e dalle loro mutazioni genetiche, per arrivare ad assumere la necessità di un nuovo Repertorio giuridico, come intitolò uno dei suoi saggi più noti, capace di farci orientare nello tsunami di domande che si affacciano prepotenti nell’agone della Storia, svelando la fragilità delle codificazioni tradizionali. A iniziare da quella definizione di cittadino, inevitabilmente maschio, borghese, bianco, alfabetizzato, proprietario, attorno al quale ruota la gran parte dei sistemi giuridici occidentali, inesorabilmente destinata a cedere di fronte alle istanze delle numerose soggettività negate che bussano da sempre alle porte delle assemblee parlamentari per essere riconosciute.

Nei suoi libri, molti dei quali diventati dei best-seller (Il terribile diritto; Il diritto ad avere dei diritti, Storia dello Stato italiano dall’unità a oggi) Rodotà segnalava che era giunto il momento di prendere atto del passaggio di testimone da un modello giuridico imperniato sul primato dell’ economia a uno che mettesse al centro la persona e la sua sfera d’azione, una acquisizione anticipata dalla Carta fondamentale e ancora in attesa di essere realizzato anche nel resto dell’ordinamento.

La scienza giuridica non è un elemento estraneo alla cultura di ustefano_rodota 2n popolo, interpreta le forze reali che si muovono in una società, che impongano una prospettiva o che reclamino il riconoscimento del proprio posto nel mondo. E in un’epoca di vorticosi rivolgimenti c’è da chiedersi che ruolo abbia oggi il diritto, quali principi, valori e obiettivi debba perseguire.

Rodotà lo ha detto e scritto più volte, da studioso, certo, ma ancor più nella posizione di chi lavora sul campo e mette le mani nel corpo sociale, nelle sue metastasi. Lo aveva fatto da Presidente della Authority della Privacy e poi da osservatore attento della società, parlando delle nuove frontiere del corpo, delle insidie della Rete e delle nuove tecnologie, della dignità della persona, non riducibile al ruolo di homo oeconomicus al quale ci confina il mercato, a detrimento di diritti essenziali come istruzione e salute. E dignità è parola chiave fondamentale, insieme a libertà, eguaglianza, solidarietà, non in quanto armamentario arrugginito da riportare ogni tanto alla memoria ma come attrezzi essenziali per puntellare la nostra fragilissima democrazia, “processo faticoso, conquista difficile, e continuamente a rischio”. Lo aveva scritto 25 anni fa con parole che sapevano di profezia e che oggi sono di un’attualità disarmante.

 

La gestione di sistemi democratici sempre più complessi, l’internazionalizzazione dell’economia fanno nascere questioni che difficilmente riescono ad essere risolte all’interno del quadro delle istituzioni democratiche, quale era stato costruito tra il secolo passato e questo. …Si appanna, proprio nei paesi di più antica tradizione democratica il ruolo dei parlamenti. La ricerca di una riduzione della complessità e il bisogno di decisione rapide e impegnative spostano l’accento sui governi. … Al termine di questi processi, però, rischia di esserci solo una “democrazia senza cittadini”. Non è un’ipotesi avventata. Ce lo dicono gli indici declinanti della partecipazione elettorale nei paesi di vecchia tradizione democratica occidentale…Ce lo confermano i governi che sempre più spesso e per ragioni diverse…sono espressione di una minoranza della popolazione, incrinando così uno dei presupposti del processo democratico… E così la questione della democrazia torna alla sua origine, a quei cittadini dei quali s’era pensato di poter fare a meno attraverso un armamentario di procedura formali sempre più sofisticate e sempre più ingovernabili. (Repertorio di fine secolo, Laterza)