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Al cinema la disperata ricerca della bellezza di Paolo Sorrentino e la poesia della violenza di Nicolas W. Refn

Scritto da on 11 giugno 2013 – 11:51nessun commento

Dopo Cannes, approdano nelle sale calabresi i film che si sono contesi nei giorni scorsi la Palma d’oro, aggiudicata a La vie d’Adele di Abdellah Kechiche.

paolosorrentino_toniservillo_fotogiannifiorito_01572Non possiamo non partire da La grande bellezza, con il qual Paolo Sorrentino riprende i fili del discorso avviato con The must be the place e ritorna a parlare di un artista in profonda crisi esistenziale e creativa. E se Sean Penn cerca sé stesso in un lungo viaggio nel ventre degli States, Toni Servillo vaga con sguardo amaro e disincantato tra le vie di una Roma dantesca, cercando tra feste ed incontri estemporanei, tra storie e personaggi disparati, falsi e decadenti, di ritrovare il senso della vita.

 

Sorrentino racconta in un turbinio di immagini (bellissime quelle della Roma notturna), sottolineate dall’ottima colonna sonora, che  disarticolano il ritmo narrativo procedendo per << ellissi ed associazioni>>, lo smarrimento di una società in caduta libera.

 

Diverse le citazioni d’autore, Fellini in testa, ma anche il Bunuel de Il fascino discreto della borghesia, le atmosfere claustrofobiche di Antonioni e quelle crepuscolari dell’ultimo Visconti, che cedono il passo dinanzi alla bellezza adamantina  ed indifferente della Città eterna.

 

Un film forse non sempre compiuto ma sicuramente riuscito nel suo tentativo di narrare senza veli e senza concessioni o teoremi la dissoluzione dei nostri tempi.

 

E’ appena uscito nelle sale anche Solo Dio perdona (Only God forviges) con cui il regista danese Nicolas Winding Refn prosegue il suo corpo a corpo con  i labirinti oscuri della mente umana, intrapreso con Pusher, Drive, Valhalla Rising, per costruire una pellicola in cui brutalità e violenza costituiscono principio e fine, cifra e destino comune all’umanità.

 

ryangoslingDopo aver esplorato il suo grande Nord con la saga vichinga di  Valhalla, Refn si cala nella filosofia orientale utilizzandone gli stilemi per costruire un film che evoca nello stesso contesto la tensione etica del cowboy (l’omaggio echeggia già nel titolo), l’epica del vendicatore, la forza liberatrice del sangue.

 

I riferimenti a Tarantino sono  evidenti almeno quanto quelli agli incubi senza ritorno di Lynch e di Cronenberg ed alla tragedia greca, di cui Refn propone tutti gli ingredienti, ad iniziare dal rapporto tra il protagonista, Julian/Edipo, impersonato da Ryan Gosling (ormai alter ego del regista)  e la madre/Giocasta (una Kristin Scott Thomas luciferina).

 

Ma il film è incentrato sul rapporto tra Julian  l’ allievo e Chang il maestro. Quando l’allievo è pronto, il Maestro compare, recita un proverbio buddista.  Ed il giovane Julian, approdato a Bangkok per sfuggire al suo destino, lo ritrova nei panni di Chang il poliziotto giustiziere, che si insinua come un’ombra nei suoi incubi notturni per materializzarsi poco alla volta nella sua vita…… Film di impatto visivo, di sguardi e gesti appena accennati in un’atmosfera onirica in cui è difficile distinguere il confine tra sogno e realtà, Solo Dio perdona può riuscire indigesto per alcuni eccessi stilistici e per qualche scena particolarmente brutale ma comunque da non perdere.