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Arrivano nelle sale Sacro Gra e Hannah Arendt

Scritto da on 11 aprile 2014 – 08:42nessun commento

Una strada in una grigia mattina qualsiasi. Macchine che scorrono, ignare di tutto. Siamo sul Grande Raccordo Anulare, a Roma, protagonista di Sacro Gra, il docufilm firmato dal regista Gianfranco Rosi, vincitore della 70ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che sarà proiettato venerdi 11 aprile 2014 alla Casa del Cinema (Via Fontana Vecchia, Catanzaro).

 

sacrograIl Gra diventa, in questo film geometrico e di raro rigore stilistico, road movie e nello stesso tempo mappa per orientarsi nella selva di una città e nell’elemento umano,che vi gravita attorno.  Esistenze diverse, come quella del nobile decaduto che vive con la figlia in un appartamento di poche decine di metri quadri in periferia o di un botanico che dedica la sua giornata alla cura delle palme o, ancora, dei transessuali che lo percorrono notte dopo notte. Per il regista, <<mondi che si intersecano, ignari gli uni degli altri>>.

 

Geografia umana e anima dei luoghi attraversati in 90 minuti di puro cinema, che utilizza la forma del documentario per raccontare, con voce poetica, un’Italia rivolta malinconicamente verso un passato lontano ma anche con tanta voglia di resistere.

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Immagini di una Roma di degrado -urbanistico, morale e sociale- e di disincanto, raccolte da Rosi in tre anni di lavoro, i cui materiali, con interviste, foto, video, sono confluiti in un progetto più ampio (lo si può consultare sul sito www.sacrogra.it), che ricordano altre immagini indelebili, filmate da Fellini, da Pasolini e quelle, più vicine nel tempo, de La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

 

Mentre cercavo le location del film portavo con me Le città invisibili di Calvino. Il tema del libro è il viaggio, inteso per me come relazione che unisce un luogo ai suoi abitanti, nei desideri e nella confusione che ci provoca una vita in città e che noi finiamo per fare nostra, subendola. Il libro percorre strade opposte, si lascia trascinare da una serie di stati mentali che si succedono, si accavallano. Ha una struttura complessa e il lettore la può rimontare a seconda dei suoi stati d’animo, delle circostanze della sua vita, come è successo a me. Questa guida mi è stata di stimolo nei tanti mesi di lavorazione del film, quando il vero GRA sembrava sfuggirmi, più invisibile che mai. (Gianfranco Rosi)

 

 

Un altro ritratto, questa volta di una delle più lucide menti del XX secolo, Hannah Arendt, è al centro dell’ultimo lavoro della regista tedesca Margarethe von Trotta,  un film drammatico che purtroppo ha sorvolato le sale italiane ma che sarà possibile vedere il 12 aprile, ore 20, alla Sala Auser di Cosenza, per il ciclo A visione aperta.

 

Margarethe-von-Trotta-Hannah-Arendt-e-Adolf-Eichmann_h_partbNon è è nuova ad operazioni del genere, la regista berlinese che, dopo Rosa L. (1985), ispirato a Rosa Luxemburg, interpretata da Barbara Sukova, che ritroviamo nella parte della Arendt, e Vision (2009), rievocazione di Hildegard von Bingen, mistica cristiana del XII secolo, questa volta esplora uno degli episodi più bui della nostra storia, l’Olocausto.

 

Allieva di Heidegger, al quale fu legata anche sentimentalmente, la Arendt, di origine ebraica, fu costretta a rifugiarsi prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dove scrisse le sue opere più importanti, Le origini del totalitarismo, Sulla rivoluzione, Rahel Varhnagen, La vita della mente, Sulla violenza. Ma è La banalità del male che la consacra definitivamente come pensatrice e intellettuale gigantesca.

 

La Arendt, appresa la notizia dell’apertura, a Gerusalemme, del processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali artefici dello sterminio ebraico, vi prende parte come inviata del New Yorker e ne ricava un pamphlet che scosse profondamente il mondo intellettuale dell’epoca, indignato dalle tesi della filosofa, che, nel ruolo ‘burocratico’ assunto dai gerarchi e nella diffusa condiscendenza –anche nella comunità ebraica- all’ascesa del nazismo, vede i semi di un’ordinaria ‘banalità’ del male .

 

 

Eichmann ist kein Mefisto! Scrive Hannah. Perché Eichmann non è un demonio, né un eroe, così come non è antisemita, ma un semplice esecutore di ordini, un ingranaggio di un ferreo sistema gerarchico che rappresenta una visione del mondo. Eichmann dimostra plasticamente la necessità di rivedere la divisione agostiniana del mondo in bene e male, dal momento che entrambi scorrono ovunque nelle vene del corpo sociale. Come spiegare, altrimenti, come fu possibile questo orrore se non partendo dal dato, insuperabile, che tutto un popolo condivise e appoggiò senza tentennamenti un programma politico razzista e totalitario e un’idea di società produttrice di morte.

 

Chi ha preso il potere ha affermato “li abbiamo appoggiati solo perché non andasse a finire peggio”. Non dicono così? Ma però peggio non poteva andare a finire – e allora adesso è ora di finirla una volta per tutte con questa giustificazione.

 

Parole che risultano di piena attualità ancor oggi…