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Cinema. Ascanio Celestini a Cosenza con La pecora nera

Scritto da on 23 ottobre 2010 – 00:00nessun commento

 

Un incontro all’Unical e l’anteprima del film La pecora Nera

Generoso, semplice, immediato. Come sempre Ascanio Celestini non si è smentito. Il turbinoso girovagare per tutta la penisola, quando si promuove una nuova pellicola, mercoledì 20 ottobre lo ha portato a Cosenza. Nel pomeriggio, alle 16, allievi e docenti universitari hanno gremito la platea del Piccolo Teatro dell’ Unical, all’Università di Arcavacata di Rende, per l’incontro organizzato dalla Facoltà del DAMS che da tempo si occupa di favorire l’interazione tra studenti e artisti attivi nel panorama teatrale e cinematografico contemporaneo. La sera, attorno alle 21, invece,  a riempirsi è stato il Cinema Modernissimo di Cosenza per la proiezione della pellicola “ La pecora Nera” in cui Celestini non solo è attore ma anche regista e sceneggiatore. Alla fine della proiezione e del successivo dibattito Ascanio Celestini è stato insignito del premio Agiscuola per l’impegno sociale e la sensibilità dimostrata nel trattare, attraverso il cinema, una tematica complessa e delicata quale quella del manicomio. Sia nel pomeriggio, che dopo la proiezione Ascanio Celestini ha raccontato le fasi che hanno trasformato “la pecora nera”, già spettacolo teatrale dal 2002, in pellicola. Ascanio racconta il manicomio, ancora una volta, nella sua maniera, con il suo ritmo, con la sua umanità. Ciò che colpisce è la coerenza narrativa che la storia riesce a mantenere nonostante il passaggio dal teatro (con la puntuale scenografia minima e scarna usata da Celestini, con l’unico suono della voce o al massimo  di qualche contributo sonoro tratto da interviste) al grande schermo abbondante di immagini e suoni che l’attore regista ha saputo modulare come se fossero più voci, non sincronizzate ma che si sviluppano in momenti e situazioni diverse e che contribuiscono, come un coro dissonante, a portare avanti la storia.  Il monologo cui Celestini ci ha abituati in teatro riesce a diventare anche nel film un flusso ininterrotto che ci conduce attraverso le vicende del protagonista, Nicola: il suo presente dalle tonalità livide e bluastre, in manicomio, dove vive da quando era bambino, intervallate dagli episodi della sua infanzia, dai colori più caldi, in cui il direttore della fotografia Ciprì ha optato per una maggiore presenza dei toni magenta. L’infanzia di Nicola si interrompe quando è chiaro che il suo soggiorno in manicomio non sarà momentaneo, ma definitivo. Nicola da piccolo e Nicola da adulto camminando insieme, raccontano due aspetti della stessa storia e sono legati dalla voce off dello stesso Celestini che ha ammesso di averne ultimato la riscrittura solo nella fase finale del montaggio. L’uso della voce off aiuta a portare tutto nella testa del personaggio, raccontando a volte anche il contrario di ciò che si vede nelle immagini.

Sia nell’incontro pomeridiano che in quello che ha seguito la proiezione Celestini ha espresso il suo punto di vista sul manicomio “la cui chiusura, in Italia, resta un esempio di come un’istituzione gerarchizzata è stata colpita ma tante altre sono quelle che rimangono in piedi. Le caserme, i carceri, le scuole, la chiesa, perfino le fabbriche, i call center  e i supermercati sono tutti luoghi in cui vige la totale deresponsabilizzazione rispetto a ciò che avviene, in cui non si capisce chi è responsabile di ciò che succede, in cui le cause di un problema vengono sempre imputate  a qualcos’altro che non è individuabile”. Prima della messa in scena teatrale Celestini ha raccolto tantissime interviste sull’universo del manicomio, fatto di mille umanità, concentrandosi infine sul punto di vista dell’infermiere, l’unica figura ad essere scissa tra l’interno e l’esterno dell’istituto psichiatrico. L’idea del confine netto che separa il dentro e il fuori, il giusto dallo sbagliato, il male dal bene è una caratteristica in tutti quegli ambiti in cui l’umanità è svuotata del suo significato. Celestini ci suggerisce l’importanza che invece avrebbe una riflessione sulla centralità di un problema, non risolvibile con la separazione fatta da un muro, da un cancello, da un’idea. All’inizio del suo percorso Celestini si chiede come una persona che ha vissuto tutta la sua vita o parte di essa, all’interno di un manicomio possa recuperare un’immagine di sé. Da qui parte la sua indagine che oggi con questo film rilancia ancora una volta e a voce alta lo stesso interrogativo.

L’interpretazione degli attori è assolutamente giusta, delicata, poetica. Nessun buonismo e nessun pietismo ma consapevolezza e profondità. Ottima sceneggiatura, fotografia, recitazione. La coerenza tra l’artista e l’uomo è assolutamente palese. Celestini è un artigiano del racconto, cesellatore delicato, vivace visionario e realista allo stesso tempo.

Unico neo della serata: la maggior parte del pubblico interessato alla proiezione della pellicola, soprattutto giovani, ha suo malgrado scoperto che per entrare bisognava essere muniti di “invito”, date anche le dimensioni ridotte della sala di proiezione, forse. Come e quando gli inviti fossero stati distribuiti, non è stato chiarito e molte persone sono tornate a casa.

di Serana Ciofi