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Cinema: Essi bruciano ancora di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino al Torino Film Festival

Scritto da on 11 dicembre 2017 – 18:30nessun commento

Sometimes I Feel Like a Motherless Child Sometimes I feel like a motherless child
… A volte mi sento un figlio senza madre
, recita un vecchio spiritual. Un canto di dolore e di disperazione, di uomini e donne schiavi di altri uomini e donne. Un canto simbolo di chi da sempre è stato espropriato della propria terra e delle sue risorse, della sua storia e della sua lingua, della dignità e della vita. Le sue parole si levano sulle immagini di Essi bruciano ancora, la nuova pellicola di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino che, dopo l’acclamato In attesa dell’avvento, premiato a Venezia 2011 – Orizzonti, tornano dietro la macchina da presa con questo film, Menzione Speciale Documentario per il Cinema al Premio Solinas 2012, presentato nei giorni scorsi al Torino Film Festival.

 

Abbiamo da poco superato il giro di boa dei 150 anni dell’unità d’Italia tra celebrazioni ufficiali, un Essi-bruciano-ancora-TFFprofluvio di romanzi e saggi storici, ricostruzioni cinematografiche e televisive, nelle quali alla narrazione ufficiale se ne è affiancata un’altra, intessuta dalle voci dei (veri) protagonisti e di quanti hanno voluto indagare tra le pieghe riposte di una Storia che invariabilmente cela il suo volto dietro una maschera di pietra.
A inserire ancora un tassello al puzzle ci pensano i due registi calabresi, che partono da un evento reale, il massacro compiuto nel 1861 dal Regio Esercito contro la popolazione di Pontelandolfo e Casalduni, nel Sannio, come rappresaglia per l’assassinio di alcuni soldati da parte di contadini e briganti del posto. Una repressione spietata, compiuta nei confronti di chi nessuna colpa aveva della morte di quei militari e tuttavia pagò un tributo altissimo. Un altro aspetto, pressoché misconosciuto, dello Stato Unitario.
 

Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora (Pier Eleonoro Negri).

Quel fuoco, quel sangue, la violenza perpetrata da italiani su italiani, non sono mai stati dimenticati, e ancora bruciano nella memoria collettiva, nei canti, nelle storie tramandate da una generazione all’altra, perpetuando l’immagine di uno Stato nemico, lontano, cieco e sordo a quanto accade –continua ad accadere- alla periferia dell’impero. Ieri come oggi. Di acqua ne è passata sotto i ponti -due guerre mondiali, il boom economico, la Cassa per il Mezzogiorno, il fallimento dei poli industriali, la crisi globale dell’ultimo decennio-, eppure il Meridione è ancora fuori dalla narrazione ufficiale. Che dipinge le magnifiche sorti progressive della nostra società limitandosi a relegare il Meridione ai suoi confini, Italia altra, raccontata attraverso immagini stereotipate e analisi sommarie, quando non frutto di accurate manipolazioni.Essi-bruciano-ancora-Lavorato-e-DAgostino-e1512121939611

Una Storia che si nutra di un solo sguardo, tuttavia, non può rendere giustizia a un popolo. E’ necessario, allora, che a prendere la parola, siano i morti di Pontelandolfo e Casalduni, la perduta gente raccontata da Umberto Zanotti Bianco e Corrado Alvaro, i vinti di ieri e quelli di oggi. Perché quelle fiamme non sono mai state spente, ed essi bruciano ancora.

Il film di Lavorato e D’Agostino restituisce loro voce e sguardo, dando vita a un racconto polifonico in cui a fare da contrappunto e linea-guida alla narrazione è l’unificazione, o meglio, la mancata unificazione del Paese. In novanta minuti scorrono immagini di repertorio, canti, letture di proclami governativi, diari e testimonianze, mentre la camera inquadra quello che un tempo era chiamato il popolo, citazione esplicita all’iconografia del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. C’è da chiedersi cosa oggi significhi parlare di popolo e proletariato. Accanto ai morti di Melissa del ’49 si stagliano le migliaia di uomini, donne bambini che hanno perso la vita nel Mediterraneo, l’altra faccia della rivolta dei migranti a Rosarno è la lotta dei neri d’America, a ricordarci che un filo unico percorre tutti i Sud del mondo, tutte le periferie dell’impero.

Non basta conoscere le manifestazioni attuali di un fenomeno per coglierlo in tutta la sua portata, ma occorre risalire alla cause, scriveva Nicola Zitara. Le sue riflessioni percorrono tutta la produzione di questi due registi distanti anni luce da talk tv e red carpet, che hanno saputo restituire nella loro produzione uno sguardo militante, lucido e rigoroso sul nostro presente. “Fare la rivoluzione è anche rimettere a posto cose antiche ma dimenticate” è il motto che il grande Jean Marie Straub, citando Charles Peguy, appone ad esergo del suo capolavoro, Cronaca di Anna Magdalena Boch. Una frase che aderisce perfettamente anche al cinema di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino.

 

Sometimes I feel like a motherless child, A long, long way from home, a long way from home. È ancora lunga la strada per tornare a casa…