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Cinema: Lascia stare i santi, il bisogno del sacro nella società liquida

Scritto da on 20 giugno 2017 – 10:03nessun commento

Cosa significa oggi la religiosità popolare? C’è posto per santi, madonne e feste religiose nell’epoca in cui l’immagine circola a velocità supersonica sul web? A rispondere è il regista Gianfranco Pannone, napoletano, prolifico autore di una cinquantina tra corti, medi e lungometraggi (Il sol dell’avvenire, Sul vulcano, Trilogia dell’America), in un docufilm nelle sale da inizio d’anno, che ha vinto di recente il Premio Mario Gallo 2017 della Cineteca della Calabria, e che si intitola Lascia stare i santi.

Un viaggio laico e senza pregiudizi nell’ Italia della devozione popolare visto dal basso, tra la gente. Documentari e cinegiornali d’epoca, scovati nei preziosi repertori dell’Archivio Luce, canti e musiche lascia-stare-i-santi-4tradizionali, dal Veneto alla Sicilia, scorrono insieme ai volti e agli sguardi della gente comune e alle voci di intellettuali come Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini, Rocco Scotellaro, Antonio Gramsci, riproposte dagli attori Sonia Bergamaschi e Fabrizio Gifuni, formando la preziosa tela tessuta da Pannone e da Ambrogio Sparagna in un’ottica rigorosamente etnomusicale, scevra da considerazioni religiose, nell’intento di cogliere cosa è rimasto di riti, immagini, suoni che appartengono a tradizioni secolari, trasmesse da una generazione all’altra, e quel che ancora ci portiamo dentro.

Nel mondo in cui viviamo questo bisogno di consumare ci ha reso tutti più egoisti. Se c’è qualcosa che nel film con Ambrogio abbiamo provato a far passare è il senso della comunità, del vivere insieme qualcosa. Oggi siamo tante monadi…

Comunità e senso del sacro sono dimensioni oggi sempre più lontUna-scena-da-Lascia-stare-i-Santiane dal nostro orizzonte, eppure, forse, mai così presenti nel nostro immaginario. Siamo circondati dal sacro, ma non riusciamo a vederlo. Le feste tradizionali, che non sono mai scomparse dal nostro quotidiano, pur avendo subito mutamenti radicali, ne rappresentano plasticamente una delle sue molteplici dimensioni. Pannone e Sparagna provano a raccontarlo per immagini e musica, che nel film ha un ruolo da protagonista, e che, così come il santo, diventa un tramite irrinunciabile tra l’uomo e il divino. A questa Italia di santi taumaturghi e antichi riti, di madonne venute da lontano e processioni infinite, scandite dalla presenza di uomini e donne, intesi non come monadi ma come comunità, e suo segno identitario, Pannone e Sparagna si rivolgono, convinti che è proprio qui l’anima profonda dell’Italia. E la chiave per decifrare questo presente così articolato e complesso. Il tutto condensato in un cofanetto che comprende un dvd, un cd audio e un booklet di venti pagine di scrittori e studiosi come Antonio Pennacchi, Igiaba Scego e gli stessi autori, distribuito dall’Istituto Luce Cinecittà.

Ogni anno a Catania devoti di ogni ceto ed età festeggiano Sant’Agata. E’ una folla vivace e agitata, che avanza trasportando l’immagine della santa per le vie della città come se andasse in guerra. Ecco, la religione popolare da noi nel profondo ci rivela il Paese: invasioni, soprusi, rivolgimenti, morte, hanno accompagnato duemila anni di storia e la devozione per i santi spesso ha rappresentato un conforto, specie per i più umili. Un sentimento popolare che per secoli non ha filtrato il dolore, la violenza, come ancora oggi è evidente vicino Napoli, tra i fedeli che, al limite del fanatismo, si contorcono e urlano davanti alla Madonna dell’Arco, chiedendo la grazia. Oggi le cose sono cambiate, le guerre sembrano lontane e la devozione religiosa si è fatta più composta, oltre che minoritaria. Rimangono vivi per fortuna i canti e le musiche devozionali. E si fa avanti un rinnovato bisogno di sacro. La violenza è altra. Come ci rammenta Pierpaolo Pasolini, la sentiamo in altro modo, nella società dei consumi che si ostina a imporci il suo sorriso forzato, per esempio. Non mancano gli interrogativi. Quanto alberga segretamente in ciascuno di noi? Siamo solo figli di questo presente? O anche altro che non sappiamo più vedere? (G. Pannone)