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Comizi d’amore, il come eravamo di un’Italia arretrata ma vitale

Scritto da on 8 maggio 2014 – 08:30nessun commento

Nel marzo del 1963 Pier Paolo Pasolini comincia a girare un film-inchiesta che lo porterà su e giù per lo Stivale, da Palermo a Milano, da Venezia a Crotone e Catanzaro, nelle città, sulle spiagge e nelle campagne, per chiedere a passanti, calciatori, studenti, operai, intellettuali e poeti, cosa sono l’erotismo e l’amore. Il documentario si chiama Comizi d’amore e sabato 10 maggio ore 20.30 e domenica 11 maggio ore 18 verrà riproposto a Catanzaro, una delle location scelte dal regista friulano,  al Politeatro Il Minore, al Centro Polivalente di Via Fontana Vecchia, nella rielaborazione di Antonio Damasco, con la collaborazione del linguista Tullio De Mauro.

 

comizid'amorelocandinaCome Dante nella Divina Commedia, Pasolini assume il ruolo di guida in un’ Italia in pieno boom economico, ma culturalmente ancora statica e arretrata,  pone domande ad adulti e piccini sui temi più disparati, evoca gallismo e divorzio, omosessualità e prostituzione, con gentilezza arretra di fronte al riserbo dell’intervistato/a, per tornare subito alla carica riponendo la domanda, riprende volti e paesaggi, urbani e rurali.

 

 

PASOLINI   E quando… la carica sessuale del matrimonio si è esaurita, che cosa si dovrebbe fare?
RAGAZZO   Assolutamente il divorzio, questo…
PASOLINI   Il divorzio soltanto per ragioni sessuali?
RAGAZZO   Ah… io direi di sì… basta da solo il fatto che si sia esaurita la carica sessuale per cui una persona non riesce più a sentire interesse per l’altra, è già sufficiente da solo perché questa…
PASOLINI   Per rendere infelice l’unione. Lei è d’accordo?
UOMO   No, senz’altro no, decisamente no, sono perfettamente… non so, d’idee opposte, anzi forse il signore è scapolo, non sa neanche che cosa significhi il matrimonio, non ha figli, quindi non può esprimere un giudizio sul matrimonio…
PASOLINI   Questo è suo figlio?
UOMO   Ma senz’altro, senz’altro, questo è mio figlio e il matrimonio è tutta un’altra cosa… il matrimonio è qualcosa di sacro, qualcosa che non si può dire in due parole, poi il matrimonio non si basa sulla vita sessuale dei coniugi. La vita sessuale dei coniugi a un bel momento è del tutto distante, è del tutto una cosa diversa, è… addirittura diventa per me un complemento alla vita matrimoniale, perché la vita matrimoniale è ben altra cosa.
PASOLINI   Ho capito: è un fatto sociale, lei dice… 
UOMO   Sì, sì, senz’altro, senz’altro.
PASOLINI   Lei pensa… allora difende, in un certo senso, la famiglia, il nucleo familiare?
UOMO   Sì, senz’altro, senz’altro.

 

Il quadro che ne emerge è quello di un paese ipocrita, fortemente condizionato dalla morale cattolica, compresso nelle spire di un moralismo becero e malato, nell’assenza totale della politica e della scuola (non a caso il film inizia con l’incontro con un gruppo di bambini). Nei suoi appunti, Pasolini dichiara di voler fare un “film terapeutico”, di fronte ai mostri dell’ignoranza, del pregiudizio e dell’inibizione. Impresa, sia pur non del tutto, riuscita.

 

PASOLINI   Senta signora, lei che cosa ne pensa dello stato di privazione in cui vivono le ragazze e in fondo anche i ragazzi qui in Sicilia?
SIGNORA   Eh, la persona priva, poi diventa più ostinata, viceversa la persona invece che è libera, la persona insomma, che è libera, si sa mantenere migliore di quelle che sono trattenute: cioè la persona che è stata trattenuta, poi si slancia e diventa pericolosa.
PASOLINI   Giusto, le donne, le ragazze  soprattutto  sono  molto  meno  libere,  non  hanno  la  libertà  che  ha un uomo.
SIGNORA   È logico, questo è per tutte.
PASOLINI   Ma le sembra giusto che sia così o no?
SIGNORA   Veramente anche la donna avrebbe il dovere di avere un po’ di svago, un po di libertà.
PASOLINI   E come mai qui in Sicilia invece non c’è?
SIGNORA   Eh, siccome l’uso è così, non ci fa tanto… non ci facciamo tanto caso…
PASOLINI   Non vorreste che cambiasse?
2a SIGNORA  Non sono dello stesso parere.

 

Il film, che si avvale di Vincenzo Cerami come aiuto alla regia e della bella fotografia di Tonino Delli Colli,  raccoglie le riflessioni, tra gli altri, di Cesare Musatti, Alberto Moravia, Camilla Cederna, Oriana Fallaci, Giuseppe Ungaretti, Adele Cambria, che svelano, anch’essi, freni inibitori e stereotipi non diversi da quelli dimostrati dall’operaia tessile o dal militare di leva intervistati.

Come scrive Giacomo Manzoli nell’Enciclopedia del Cinema (2004)

In Comizi d’amore la purezza della verità di un paese nel quale si confrontano epoche lontane e la contorsione di menzogne ipocrite o semplicemente stupide convivono perfettamente: nei contadini calabresi o emiliani come negli operai milanesi, nella seriosità di studenti bolognesi compresi nel loro ruolo come negli intellettuali da salotto, nelle ingenue perplessità dei divi calcistici come nella ritrosia delle ragazze siciliane che si vergognano di avvicinarsi alla macchina da presa, nelle analisi lucide ma extraterrestri dello scienziato (Cesare Musatti) come nei guizzi rivoluzionari di un poeta geniale (Giuseppe Ungaretti, che dichiara di trasgredire ogni norma, anche sessuale, per il semplice fatto di fare poesia).

 

Una pellicola che, con tutti i suoi limiti, svela vizi e virtù dell’italiano medio, ma nello stesso un variegato cosmo sociale energico e vitale, lontano anni luce dai modelli attuali di consumo, compulsivo ed omologante, diffusamente applicati negli affetti come nel sesso.

 

Temi che saranno al centro del Workshop Dal racconto alla verità, curato, per il Teatro delle Forme di Torino, dal regista Antonio Damasco e dall’attrice Valentina Padovan, che si terrà in concomitanza con le due proiezioni dall’ 8 all’ 11 maggio.