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30 ottobre 2017 – 10:59 |

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Dalla Sila alla via Emilia, il senso di Paola per il cinema

Scritto da on 1 febbraio 2016 – 08:29nessun commento

Un piccolo barbiere ebreo che somiglia in modo straordinario a un dittatore. Impossibile non riconoscere Charlie Chaplin in uno dei suoi film più controversi e famosi, Il grande dittatore. Che viene riproposto nelle sale in questi giorni nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, che opera da tempo con impegno e professionalità perché il patrimonio cinematografico mondiale non vada disperso.

Coniugando la memoria storica con la ricerca e nuove tecnologie. Anche gli eredi di Charlot hanno apprezzato e affidato il loro patrimonio ai Laboratori de L’immagine Cineteca_Bologna_by_Peter_Zullo_04-592x393Ritrovata, il braccio operativo della Cineteca. Lo stesso hanno fatto Martin Scorsese con la sua World Cinema Foundation, organizzazione no-profit votata a promuovere la cinematografia tanto ricca quanto sommersa, dei Paesi in via di sviluppo, e il Centro Studi Pier Paolo Pasolini , il fondo Blasetti e molti altri. Un lavoro ampiamente apprezzato e riconosciuto, da ultimo, nel 2015, con il Leone d’Oro per il restauro di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini

Menti e cuori di questo successo che premia ancora una volta il genio italiano sono giovani professionisti agguerriti e preparatissimi, provenienti da tutta Italia. Tra di loro c’è anche un pezzo di Calabria, si chiama Paola Ferrari, radici a Taverna, nella Sila catanzarese, casa a Bologna, dove lavora alla Cineteca al restauro delle pellicole. L’abbiamo intervistato mentre prepara le valigie per Hong Kong, dove il laboratorio emiliano ha aperto una nuova sede per il mercato del cinema asiatico.

 

Allora, Paola, dalla Calabria a Bologna. Un’altra storia di emigrazione  d’eccellenza…

paola ferrari 981_2471587475804986920_nSi comincia subito con il tasto dolente, l’emigrazione. In realtà non me ne sono neanche resa conto… E’ partito tutto da una notizia in TV: a Bologna rivedevano la luce, in versione restaurata, i film di Charlie Chaplin. Ecco, quella è stata la prima volta che ho pensato voglio fare questo. Avevo quasi diciotto anni e credo di aver lavorato sin d’allora per arrivare a questo punto. Quando è arrivato il momento di andare all’Università, sono arrivata a Bologna con la mia simbolica valigia di cartone colma di speranze e ansia di fare e leggere, e scoprire. Mi sono iscritta al DAMS, ed è inutile dire che materie come Filmologia sono state per me una rivelazione. Da sempre il Cinema tende ad essere una fedele riproduzione della realtà, nei colori e nel sonoro. Vedere come questo si concretizzava sulla pellicola è stato per me come scoprire per la prima volta i fossili di un dinosauro, come rendersi conto per la prima volta che la terra è tonda e tutto funziona perfettamente. Dovevo fare questo.

Quando sono arrivata nel 2000 la Cineteca di Bologna era già una fervida realtà e l’esperienza del Laboratorio di restauro dei film era iniziata negli anni ’90 con tecnologie analogiche e fotografiche, le stesse usate da più di un secolo, dai fratelli Lumière in giù: Negativo/Positivo, riproduzione fedele il più possibile all’originale. Tutta la tecnologia analogica più costosa, dalla pellicola alle macchine per la stampa, dal grading alle sviluppatrici, spesa non per produrre un nuovo film, ma per attenuare i danni prodotti dal tempo. Ripartire dall’elemento migliore, attraverso un lungo processo di ricerca, per ricostruire la versione in cui un film è uscito per la prima volta sullo schermo. I tempi per produrre un restauro di questo tipo erano biblici e quando ho avuto età ed esperienza necessari, il Laboratorio stava praticamente fallendo a causa dei costi e dello scarso ritorno economico che un’operazione artistica fine a se stessa e poco conosciuta come il restauro cinematografico comporta.

Nel 2006 tentavo di entrare in tutti i modi all’Immagine Ritrovata, bussavo a quella PaolaFerrari_lavoroporta un giorno si e l’altro pure, mi fermavo a spiare tra le persiane delle finestre i tecnici. Non sapevo che il laboratorio rischiava di chiudere. In quel periodo il Direttore della Cineteca, Gianluca Farinelli, stava facendo una scommessa. Il laboratorio venne affidato ad un gruppo di giovani con in testa l’attuale direttore, Davide Pozzi. Era il momento di lasciar perdere o rischiare il tutto per tutto. A fine 2007 finalmente mi viene data la possibilità di fare un tirocinio. E’ stato il periodo più intenso della mia vita. Dopo anni di teoria finalmente imparavo il mestiere, toccavo la pellicola, copie positive mute degli anni ’20 su supporto in nitrato. Quello è stato anche l’anno in cui è cominciato il difficile e necessario passaggio dalla tecnologia analogica a quella digitale, molto più economica, in grado di avere un notevole ritorno ed una distribuzione più capillare. Il Laboratorio è decollato e lì ho cominciato a specializzarmi nella preparazione delle pellicole prima dell’acquisizione digitale per il restauro e ad averne cura per la migliore conservazione negli archivi.

Quando le scatole contenenti le bobine vengono aperte, puoi trovare di tutto: righe, strappi, sporcizia, muffe, rotture, lacune, inquadrature che sono state montate nel posto sbagliato. Io lavoro nel settore della Riparazione, una sorta di ospedale delle pellicole. Non per nulla usiamo bisturi, forbici e solventi rubati alla chirurgia. Facciamo una prima ispezione per capire cosa sia successo e ripristiniamo fisicamente la pellicola, senza cancellare le importanti informazioni che parlano della sua storia, e poi la inviamo agli altri colleghi.

 

Cosa significa lavorare nel Paradiso del cinema italiano, anzi, nel suo cuore pulsante, il laboratorio di restauro, dove si contribuisce a diffondere in qualche modo la Storia del cinema, conservandone il patrimonio ma soprattutto svelandone il valore e l’attualità? Vuoi parlarci delle tecnologie che utilizzate e perché sono all’avanguardia nel mondo?

Per me lavorare nel Laboratorio è come dare un contributo alla Storia in generale. 220px-Susuz_Yaz_afişSignifica diffondere quello che siamo stati, anche se si tratta di finzione, quanto siamo cambiati e perché, in questo secolo, che sviluppi tecnologici e culturali ci sono stati, quali gli errori e i successi. E’ di vitale importanza la conservazione di questo patrimonio, visto che i supporti utilizzati fino all’avvento delle tecnologie digitali sono altamente instabili e la loro decomposizione è cominciata pressochè subito. Noi usiamo uno scanner, il nostro fiore all’occhiello, in grado di acquisire i film ad altissima risoluzione, fotogramma per fotogramma, all’occorrenza con un sistema d trascinamento detto sprocketless, cioè senza i rocchetti dentati che consentono il trascinamento mediante perforazioni, che ci permette di trattare anche formati non standard e pellicole talmente decadute e ristrette da non essere più in grado di passare in nessun macchinario senza uscirne irrimediabilmente danneggiate.

Nel settore del restauro digitale, dove una volta divenuti file i film vengono lavorati un fotogramma alla volta, si usano dei software in continua evoluzione, per correggere le imperfezioni create dal tempo e dall’usura, che non è possibile sistemare manualmente. La televisione ci ha abituati ad una visione pulita, perfetta, e riattualizzare un film antico togliendogli la patina del tempo è l’unico modo per riavvicinare il pubblico a questi importanti documenti. Siamo dei pionieri del restauro cinematografico e questi software vengono adattati giorno per giorno alle nostre esigenze. Ma usiamo, con successo, devo dire, anche i trattamenti chimici, frutto spesso di mesi di studio e sperimentazione.

 

Nella attività della Cineteca hanno un ruolo fondamentale gli archivi di Charlie Chaplin, quasi un secolo di film, documenti, fotografie che raccontano la vita e la visione artistica del principe del cinema mondiale,  e quelli del Centro Studi Pier Paolo Pasolini…

E’ così, la Cineteca di Bologna è come un sole, attorno al quale ruotano e mantengono il tutto in equilibrio numerosi pianeti. L’Immagine Ritrovata per il restauro cinematografico, La Biblioteca Renzo Renzi, all’interno della quale ci sono l’Archivio charlie-chaplin-dittatoreChaplin e l’Archivio Pasolini, fondi interamente donati alla Cineteca, corredati di foto, sceneggiature, bozze, partiture originali, e tutti i documenti non filmici. C’è l’Archivio Film all’interno del quale ci sono importantissimi film dall’alba del Cinema fino ai giorni nostri.

C’è il Cinema Lumière, con due sale, dove vengono proiettati continuamente sia film restaurati che film d’essay e prime visioni. C’è il Festival del Cinema Ritrovato, che si svolge tra fine giugno e inizio luglio, avvenimento internazionale che cresce di anno in anno, all’interno del quale è possibile rivedere sul grande schermo film introvabili e film restaurati, non solo da noi. Ci occupiamo anche di editoria, per diffondere tecnica e storia del cinema. Poi c’è l’importante progetto del Cinema Modernissimo che vedrà la luce l’anno prossimo… In tutta Italia i cinema chiudono mentre a Bologna ne stanno restaurando uno o a due passi da Piazza Maggiore, con lo scopo di riportarlo al suo antico splendore.

 

C’è un film nel tuo lavoro di restauratrice che ti ha emozionato di più?

Su questo credo che potrei scrivere un libro intero… Ogni volta per me è un’emozione aprire le scatole con le pellicole. Quando è arrivato La dolce vita sono saltati fuori 10 la_dolce_vitaminuti inediti di film, tagliati da Fellini subito dopo la prima proiezione al Festival di Venezia del 1960. Il lavoro al Laboratorio, come il cinema, è fatto di piccole grandi emozioni. Un giorno vennero le figlie di Sergio Leone a visitarci, mentre io stavo lavorando ad un film del 1920 con la mitica Francesca Bertini come protagonista. Ebbene, la regia di quel film era di Roberto Roberti, padre di Sergio Leone nonché loro nonno.

C’è anche un’altra storia che mi ha colpito profondamente. Stavamo restaurando per la World Cinema Foundation di Scorsese un film turco che vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel ’64, Susuz Yaz. Il film fu censurato dalla Turchia ed i negativi originali da allora sono stati conservati nel caveau di una banca a Berlino. E’ stato l’attore protagonista, ormai anziano, a portarci quei negativi. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre aprivamo le scatole e svolgevamo le bobine. Dalla proiezione del ’64 al Festival non aveva mai più rivisto il film.

Ma il lavoro più incredibile che io abbia mai fatto finora è quello sui film dei fratelli Lumière, le prime pellicole della Storia del Cinema. Trecento fra pos280px-L'Arrivèe_d'un_train_en_gare_de_La_Ciotat_(1896)_01itivi e negativi di questi piccoli capolavori arrivati al laboratorio. C’era di tutto: vedute delle piazze di diversi Paesi a fine ‘800, le rare macchine che circolano in mezzo alle carrozze, scene di vita quotidiana. Ho avuto fra le mani il negativo originale di L’arrivée du train à la Ciotat (uno dei film più famosi dei Lumière) ed è incredibile constatare come questi gioiellini si siano conservati perfettamente, o comunque molto meglio di tanti film anche recenti.

 

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto partendo per Hong Kong, dove l’anno scorso L’Immagine Ritrovata ha aperto una nuova sede per gestire la crescente richiesta asiatica. Il mio compito sarà, per cinque settimane, quello di completare la formazione nel settore Riparazione dei miei colleghi cinesi.

 

Pensi che in Calabria ci siano le condizioni per sviluppare un’attività analoga a quella della Cineteca bolognese e tu potresti avere in ruolo in questa avventura? 

immagine ritrovata_PICCOLOE’ il mio sogno più grande. In Calabria non c’è nulla di paragonabile alla Cineteca, ma questa dobbiamo interpretarla come una fortuna. Dove tutto manca tutto si può fare. Ma ci vogliono formazione, buona volontà, spazio, sacrificio. Forse, non ci sono, purtroppo, ancora le condizioni perché ciò avvenga. Ma ho partecipato di recente al Festival del Cinema di Cosenza, città vivacissima, culturalmente parlando, e devo dire che La Primavera del Cinema Italiano alla sua VII edizione, è stato per me una piacevole scoperta e una speranza per il futuro. Sotto la direzione artistica di Alessandro Russo e con la collaborazione di Giuseppe Citrigno che ha messo a disposizione le sale cinematografiche, questo Festival è un piccolo gioiello che ha portato nella nostra regione molti attori e registi famosi, Abatantuono e Ciprì per citarne solo due. E’ stato molto bello prendervi parte e spero sia solo la prima di tante collaborazioni con la mia terra, alla quale torno ogni volto che posso.