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EU013 L’ultima frontiera, un film di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino. L’intervista

Scritto da on 15 gennaio 2014 – 13:56nessun commento

E’ stato proiettato in prima nazionale a Firenze al Festival dei Popoli lo scorso mese di dicembre e poi a Roma il 10 gennaio, prossimamente all’International Film Festival di Rotterdam, EU013 L’ultima frontiera, il corto realizzato dalla giornalista catanzarese Raffaella Cosentino insieme ad Alessio Genovese, che documenta la vita nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE).

Un’opera coraggiosa che entra senza falsi sensazionalismi o pietismi ma con i sensi e il cuore ben desti nei famigerati CIE, dove centinaia di persone spesso vengono rinchiuse per mesi, senza possibilità di avere visite, difendersi o esercitare i propri diritti fondamentali. Un’attesa logorante, un’agonia che può protrarsi sino a 18 mesi esaurendo lentamente le forze e la dignità.

 

La chiamano area Schengen ma in realtà la dice lunga sulle paure e le ossessioni della nostra Europa e sul difficile approdo ad un’identità europea di là da venire.

 

Per la prima volta tuttavia il Ministero dell’Interno ha autorizzato una troupe cinematografica ad entrare in queste strutture per alcuni giorni. Il film è un viaggio oltre il muro di silenzio che circonda queste ‘istituzioni totali’, strutture superaffollate dove si diviene ‘ospiti’, senza identità, senza memoria, senza libertà, immersi in uno spazio-tempo irreale (e surreale), facili prede di vessazioni e violenze di ogni genere.

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EU013 non è un documentario classico, con una struttura narrativa, ma una storia collettiva emersa dalla disponibilità e dall’urgenza di raccontare e raccontarsi. Un’ora di immagini, volti, narrazioni, tra Fiumicino, Ponte Galera a Roma, Bari, Ancona, fino alle rivolte degli ultimi mesi.

 

Lo firmano Alessio Genovese, reporter e documentarista (nel 2012 ha vinto il premio Maria Grazia Cutuli ed il premio Ilaria Alpi per i suoi reportage) e Raffaella Cosentino, reporter freelance per Redattore Sociale e Gruppo L’Espresso e videomaker, promotrice della campagna LasciateCIEntrare che chiede la chiusura dei Cie perchè violano i diritti umani, che ha vinto nel 2012 il Premio Giuntella per la libertà d’informazione, assegnato da Articolo 21.

 

raffaellacosentino+alessio_1057070655_nPer Alessio EU013  è stata un’esperienza ‘fisica’ impegnativa e coinvolgente, che ha portato ad un “lavoro quasi teatrale”, fondato sul desiderio di trasmettersi vicendevolmente storie ed esperienze, sull’istinto e la fiducia reciproca, senza alcun pregiudizio.

 

 

<<L’idea era entrare in questi centri e filmarne la vita quotidiana se possibile senza filtri, non attraverso interviste, cercando di raccontare la giornata che non passa mai, la distribuzione dei pasti, insomma momenti di routine della quotidianità che all’interno di un’istituzione ‘totale’ assumono un significato completamente diversi –prosegue Raffaella -. Abbiamo iniziato da Fiumicino e dal porto di Ancona perché volevamo raccontare com’è la frontiera e l’idea che ne ha l’ Europa. Portando una troupe all’interno dei Cie abbiamo cercato di ritagliare uno spazio per raccontare e dare umanità a questa situazione>>.

 

Raffaella come è nata in te ed in  Alessio l’idea di questo progetto?

Personalmente mi occupo da anni dei Centri di identificazione e di espulsione. Il primo in cui sono entrata è stato quello di Isola Capo Rizzuto, a marzo del 2010, dove erano stati rinchiusi sei migranti fuggiti dalla Piana di Gioia Tauro dopo la rivolta di Rosarno. Lavoratori stranieri, vittime di sfruttamento e di attacchi razzisti, venivano ulteriormente puniti con la reclusione, mentre i loro sfruttatori rimanevano in libertà. La cronaca di quella visita fu pubblicata sul Manifesto con il titolo Crotone senza Misericordia. Nel 2011 l’allora ministro dell’Interno Maroni, in concomitanza con i fatti della primavera araba, emanò una circolare segreta per vietare l’accesso a tutti i centri in cui venivano accolti oppure detenuti i migranti, in modo che giornalisti e parlamentari non potessero entrare a verificare cosa accadeva all’interno. Il primo ad accorgersene fu il collega Gabriele Del Grande, da sempre impegnato sulla questione dei CIE, che lanciò un appello contro questa censura, al quale ho aderito, da cui poi è nata la campagna LasciateCIEntrare sostenuta dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della Stampa. Io ho dato la mia disponibilità con il collega Stefano Liberti a fare ricorso al Tar contro la circolare del ministero dell’Interno, ricorso che abbiamo vinto nel 2012 quando il Tar del Lazio ha riaffermato il principio che la stampa è “il cane da guardia della democrazia”. Sono stata autrice di varie inchieste con video girati nei CIE dagli stessi ragazzi trattenuti, come Guantanamo Italia su Repubblica.it e con Alessio Genovese abbiamo pubblicato Cie, le galere fuorilegge. Dopo queste esperienze, entrambi sentivamo l’esigenza di andare oltre la fredda cronaca e di raccontare la realtà assurda dei CIE con un linguaggio visivo diverso e più creativo, che permettesse a tutti di entrare con noi dentro quelle gabbie disumane. Fortunatamente sono riuscita ad avere un finanziamento da parte della fondazione Open Society Foundations e Alessio è riuscito a ottenere le autorizzazioni dal Ministro dell’Interno che in quel momento era Anna Maria Cancellieri.

 

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Siamo abituati a vedere gli immigrati nel corso delle operazioni di soccorso e ad applaudire quelle andate a buon fine, li accompagniamo nel centro di accoglienza di Lampedusa ma poco o nulla sappiamo del ‘dopo’, di quel che avviene nei Cie…..

I centri non sono tutti uguali, anche se molte strutture non rispettano gli standard perché sono fatiscenti e sovraffollate, non a causa di un alto numero di profughi in arrivo o della carenza di soldi, ma semplicemente perché la burocrazia italiana non funziona. Quindi si sta due anni in un centro di accoglienza per vedersi riconosciuto l’asilo politico mentre per legge dovrebbero bastare 35 giorni e, nonostante i fiumi di soldi europei buttati in questi centri, la situazione continua a peggiorare come ho documentato in altre inchieste. La ‘lentezza’ burocratica fa comodo a molti che su questo sistema stanno lucrando e va a discapito delle persone per così dire “ospitate”.

I CIE sono centri in cui le persone di cui si deve accertate l’identità ai fini del rimpatrio nel paese d’origine vengono “trattenute” fino a 18 mesi. Ma in realtà sono strutture senza senso, che costano almeno 55 milioni di euro l’anno, ma la metà dei trattenuti non viene identificata e rimpatriata. Molti escono con l’intimazione a lasciare il territorio nazionale in pochi giorni. Ovviamente non lo faranno e al successivo controllo dei documenti ripiomberanno nell’incubo dei CIE. Il motivo per cui non lasciano l’Italia è che, a differenza di quanto comunemente si crede, nei CIE finiscono molto poco i migranti appena arrivati in Italia. La maggioranza dei “trattenuti” è costituita da “italiani”, vale a dire persone che sono in Italia anche da venti o trent’anni, spesso cresciuti nel nostro Paese, che parlano bene l’italiano e sono integrati nel contesto sociale perché qui hanno gli affetti, familiari e amici. Di questo raccontiamo in EU 013 L’Ultima Frontiera, delle storie di esseri umani, padri e madri di famiglia e delle gabbie in cui li abbiamo rinchiusi non per avere commesso un reato, ma per quello che sono: emigranti.

 

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C’è una storia che ti ha colpito più delle altre?

Ci sono tante storie, tanti sguardi, tante parole. Spesso non sono nel film, perché sono le persone, i tanti ragazzi e donne che ho incontrato nelle visite nei CIE (ne ho visti 8 su 13 esistenti). C’era Mohammed, tunisino arrivato a Mazara del Vallo all’età di tre mesi con i genitori e non essendo nato in Italia non ha potuto chiedere la cittadinanza. L’ho incontrato nel più orribile CIE italiano, quello di Trapani, il vecchio Serraino Vulpitta. Era un pescatore di Mazara che parlava un dialetto siciliano strettissimo. C’era Karim, 26 anni in Italia da quando ne aveva sei con tutta la famiglia e la fidanzata italiana incinta a Milano. Karim è milanese ma il passaporto dice che è egiziano, ha rischiato di essere imbarcato su un volo per l’Egitto ed è stato rinchiuso per molti mesi nel Cie di Roma.  Faouzi, un altro tunisino che mi ha dedicato una poesia.

Alì e Alia, che abbiamo ribattezzato “Romeo e Giulietta”, marito e moglie tunisini, rinchiusi a Ponte Galeria, nel Cie. Lei lo ha sposato per amore andando contro il volere della famiglia salafita, con i fratelli che l’hanno torturata per costringerla a sposare un uomo più vecchio. Temendo il rimpatrio, separata dal suo amore dietro pesanti sbarre, Alia ha cercato di uccidersi, impiccandosi nel CIE due giorni prima di Natale. L’hanno salvata per poco. Ma sono ancora lì, Romeo e Giulietta, nel Cie.

Difficile scegliere una storia su tutte. Ma posso dire che quelle che sono nel documentario raccontano ognuna un pezzo di una storia collettiva, quella di chi è rimasto intrappolato con il suo corpo nella gabbia della frontiera.

 

Le foto sono state scattate da Alessio Genovese alla Tendopoli di Kinisi a Trapani.