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I moti di Reggio Calabria alla Casa del Cinema di Catanzaro

Scritto da on 6 maggio 2013 – 15:18nessun commento

Dal luglio del 1970 al febbraio del 1971 la città di Reggio Calabria fu teatro di una violenta sommossa popolare  scaturita della decisione di collocare il capoluogo regionale a Catanzaro. Restano oggi ancora le macerie di quegli anni, sociali e politiche, in una regione che è l’unica nel Paese in cui sede del Consiglio  e della Giunta regionale si trovano in città diverse.

300px-Fatti_di_ReggioSe ne parlerà martedì 7 maggio 2013, ore 20,30, alla Casa del Cinema a Catanzaro, in Opera a sud mezzogiorno tra cinema antropologico e documentario etnografico, con la proiezione di materiali documentari dell’epoca e interventi sull’eredità di quei giorni che segnarono la storia delle città di Catanzaro e Reggio e della Regione intera.   All’incontro partecipano assieme ad Eugenio Attanasio Presidente della Cineteca della Calabria,  Davide Cosco  coordinatore della Casa del Cinema per l’assessorato alla Cultura della Città di Catanzaro,  Domenico Levato del Circolo Cinemazaro ed i giornalisti e scrittori Bruno Gemelli e Filippo Veltri.

 

I moti si svilupparono nell’estate del 1970 a Reggio Calabria dove il malcontento popolare, inizialmente trasversale, venne ben presto monopolizzato dalla destra. A capo della rivolta il sindacalista della CISNAL Ciccio Franco, esponente  del MS, che rilanciò il motto «boia chi molla di dannunziana memoria e ne fece uno slogan per cavalcare la tigre della protesta contro la scelta di Catanzaro come capoluogo, indirizzandola in senso antisistemico e neofascista.

 

Il 13 luglio fu proclamato lo sciopero generale in città, che ebbe scarsa adesione a seguito della defezione della CGIL che dichiarò la propria “indisponibilità per battaglie di tipo campanilistico”. Prendono le distanze dai manifestanti anche il PCI e il PSI. Il giorno seguente fu proclamato un nuovo sciopero, cui partecipò circa un migliaio di persone, che culminò in serata con l’occupazione delle stazioni ferroviarie di Reggio e di Villa San Giovanni, chiusasi, a seguito del duro intervento delle forze dell’ordine, con un bilancio pesantissimo per numero di arresti e di feriti.

 

Il 15 luglio furono assaltate dai manifestanti le sedi del PCI e del PSI ed ucciso il ferroviere Bruno Labate iscritto alla CGIL. Il 17 luglio ancora incidenti ed il ferimento dello studente diciassettenne Antonio Coppola, ricoverato in ospedale in coma.

 

La rivolta si concluse solo dopo 10 mesi di assedio con l’inquietante immagine dei carri armati sul lungomare della città. La rivolta venne placata con la forza  e l’intervento della politica che promosse la quantomai insolita divisione degli organi istituzionali della Calabria (la giunta regionale a Catanzaro, il consiglio a Reggio Calabria) e  l’insediamento nel territorio reggino di apparati produttivi mai realizzati o divenuti da subito oggetto delle brame della ‘ndrangheta (i poli industriali di Saline Joniche e di Gioia Tauro).

 

Ci vorranno 20 anni per scoprire che alcuni esponenti del Comitato d’azione per Reggio Capitale   avevano commissionata alla ‘ndrangheta azioni eversive, come il deragliamento del treno di Gioia Tauro, dopo aver ottenuto finanziamenti da alcuni industriali reggini con la copertura dei servizi segreti deviati  che avevano sostenuto anche il fallito golpe di Junio Valerio Borghese.

 

Si tratta del primo di una serie di appuntamenti che si terranno nel corso del mese di maggio 2013, dedicati interamente alla storia della Calabria, raccontata attraverso il documentario.