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Il cinema indiano degli anni ’20 al Cineforum di Rovito

Scritto da on 17 ottobre 2011 – 11:15nessun commento

Martedi 18 ottobre, ore 21, Falso Movimento per la tradizionale rassegna Flashback – Il Cineappuntamento #17di Ugo G. Caruso, presenta  PRAPANCHA PASH (A Throw Of Dice), del 1929.

Film restaurato dal British Film Institute e risonorizzato dal compositore anglo-indiano Nitin Sawhney, con la  regia del regista tedesco Franz Osten, Prapancha Pash,  basato su un episodio tratto dal Mahabharata, uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista, si snoda sullo sfondo in un’India fascinosa e lussureggiante per narrare la storia di Ranjit e del malvagio Sohan, due re con la passione per il gioco d’azzardo e per la stessa donna.

<<Da molto tempo avrei voluto presentare agli amici di Rovito un film  muto.  Ne ho presi in esame diversi, tra alcuni classici francesi di René Clair o anche di George W. Pabst ad altri titoli svedesi di Victor Sjöström e Mauritz Stiller finanche ad alcune pellicole classiche americane come Blood and Sand o The Black Pirate, recentemente risonorizzate.

Alla fine però per un motivo o per un altro, ho sempre desistito. Così pure avrei voluto proporre un film indiano recente. Scartando la stragrande maggioranza dei titoli commerciali della fiorentissima Bollywood, insieme a Giuseppe ci siamo concentrati sulla ricerca di alcuni titoli interessanti da me visti in festival o rassegne, risultati però sfortunatamente introvabili o privi di sottotitoli italiani.

Finché casualmente non mi sono imbattuto in questo classico del cinema muto indiano PRAPANCHA PASH (A Throw Of Dice), diretto nel 1929 da Franz Osten, celebre e raffinato metteur en scène  tedesco in seguito processato per la sua adesione al regime nazionalsocialista. Nella versione recentemente restaurata dal British Film Institute e risonorizzata dal grande compositore anglo-indiano  Nitin Sawhney ci viene restituito un autentico capolavoro a lungo dimenticato. Il primo cineappuntamento dedicato al cinema muto ed al contempo alla cinematografia indiana, credo non avrebbe potuto trovare una sintesi più felice>>                                                                      (Ugo G. Caruso).