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Dal fumetto criminale a quello sociale, arriva a Cosenza il Festival del Paesaggio

18 settembre 2017 – 10:26 |

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Lea, un film per non dimenticare

Scritto da on 18 novembre 2015 – 08:38nessun commento

C’è voluto il coraggio di una ragazza di 20 anni e quello di una donna che ha attraversato le porte del dicibile e dell’indicibile, mettendo a repentaglio la  vita pur di salvare sè stessa e la figlia, per convincere Marco Tullio Giordana a tornare dietro la macchina da presa e girare Lea, dedicato alla memoria di Lea Garofalo. Il film, scritto con Monica Zapelli, dopo aver aperto il Roma Film Fiction, sarà trasmesso su Rai 1 il 18 novembre e si preannuncia già tra i film di punta della stagione.

La storia di Lea è nota. Nata e cresciuta in una famiglia di ‘ndrangheta, a Petilia Policastro, Lea lea garofalo -4f97-b09e-da335b5ccb5aconosce Carlo Cosco, membro di un altro clan, e fugge con lui. Ma è la nascita di Denise a cambiare le cose, a indurre Lea a rivedere la sua vita, a lasciare Carlo. Va da un magistrato e rivela gli affari sporchi in cui è implicato il suo compagno, ed è ammessa nel regime di protezione concesso dallo Stato.

Lea e Denise entrano così nell’area degli invisibili in cui si muovono i testimoni di giustizia, tra residenze diverse e cambi di identità, fino a quando viene estromessa dal programma di protezione e lasciata sola. Senza soldi, senza lavoro, senza possibilità di tornare indietro, cade nell’imboscata tesale da Carlo con la scusa di voler vedere la figlia. Viene sequestrata, torturata e uccisa. Del suo corpo non resta nulla, se non pochi frammenti ossei sopravvissuti alle fiamme.

Ci vorranno ancora cinque anni, un pentito e la testardaggine di Denise, decisa a non piegarsi di fronte a nulla  pur di ottenere  giustizia, quella che Lea non era riuscita a ottenere da viva, perchè la Cassazione metta la parola fine a questa vicenda infliggendo quattro condanne all’ergastolo e una a 25 anni.

A queste due donne, una madre e una figlia che hanno perso tutto ma non la loro dignità e la loro libertà, il regista de I cento passi, Pasolini un delitto italiano, La meglio gioventù, dedica questo film, tributo al coraggio di chi ha osato, come afferma lo stesso Giordana,

r

ibellarsi ad un sistema di collusione mafiosa, familiare, dal quale non si può uscire. Queste due donne non ne vogliono più far parte. Rompono con quell’integrità mafiosa. La crisi familiare interna ai nuclei della ‘ndrangheta è l’unica cosa che li può intaccare perché altrimenti il sistema è impenetrabile, gli investigatori non ci possono arrivare, non ci sono tracce, impronte, la famiglia fa quadrato, molto più che la mafia siciliana, i vincoli associativi non sono così forti come quelli di sangue. Il fatto che ci siano donne che rifiutano di essere le custodi del sangue, quella è la crepa che rompe la fortezza…Tutti si possono salvare, se scattano prima le protezioni, se si capisce che rischio corrono, se le si protegge e le si salvaguarda.

Ci sono posti, non in Africa ma nel civilissimo Occidente, dove essere donna è difficile, dove nonlea hai nome e identità al di fuori della ‘famiglia’, nei quali ogni fase della tua vita, ogni attimo della tua giornata, ogni scelta sono scanditi da leggi scolpite nella pietra, da codici secolari. Ai quali non si sfugge, pena la morte. C’è però chi riesce a resistere e a sottrarsi, e a sottrarre i propri figli, anello fondamentale di questo circuito di morte, al giogo. Come Lea, o come Giusy Pesce. Ma ci sono anche quelle che non ce l’hanno fatto a sopportare l’ostracismo familiare e sociale, come Rita Atria o Maria Concetta Cacciola.

Nell’anniversario della morte di Lea, il prossimo 24 novembre, il nostro pensiero va a loro.

…Lea Garofalo fece vedere I cento passi a Denise, la cosa mi ha colpito molto, forse è stato anche questo uno dei motivi che mi ha spinto a fare il film. (M.T. Giordana, Intervista)