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Michelangelo Frammartino vince il Grand Prix al Festival di Annecy

Scritto da on 19 ottobre 2010 – 00:00nessun commento

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Il calabrese Michelangelo Frammartino vince il Grand Prix al Festival di Annecy con Le quattro volte.

Michelangelo Frammartino si è aggiudicato con il docu film Le quattro volte, dopo il successo di pubblico e di critica ottenuto a Cannes, la 28ma edizione del Festival di Annecy, prestigiosa rassegna dedicata al cinema italiano.

Ambientato a Caulonia (RC), Alessandria del Carretto (CS) e Serra S. Bruno (VV) l’ultima fatica dell’autore de Il dono (2003) percorre con  raro lirismo e potenza espressiva il ciclo infinito della vita e della morte attraverso le storie di un pastore, di un capretto, di un albero, evocando con mano lieve e sicura un mondo arcaico ma ancora vivo e pulsante, in cui i ritmi della natura scandiscono  tempi individuali e tempi sociali. Film profondamente ispirato e ‘religioso’, concentrato nella ricerca dei ‘segni’ del divino, e nello stesso tempo politico perché, come afferma l’autore “mette lo spettatore di fronte a delle scelte”, quale quella di volersi sottrarre alla frenesia della quotidianità per recuperare l’essenza dell’esistenza.

Le quattro volte, che rimanda al canone pitagorico secondo il quale nell’uomo si incarnano quattro vite –minerale, vegetale, animale, umana-,  sono testimoniate dal passaggio di testimone tra i protagonisti del film. La morte del pastore, che ha tentato invano di sconfiggere  la morte assumendo la cenere raccolta in una chiesa, coincide temporalmente con la nascita di un capretto che, il giorno della sua prima uscita, si smarrisce per crollare esausto, dopo un lungo peregrinare, sotto un abete, lo stesso che verrà utilizzato per la festa della Pita, che si tiene ad Alessandria del Carretto (CS) l’ultima domenica di aprile, e , dopo aver assolto al proprio compito, bruciato in una carbonaia per diventare cenere.

Il richiamo alla circolarità dell’esistenza ed all’essenzialità delle cose sono magnificamente valorizzati  dall’uso sapiente di piani sequenza e campi lunghi e dal ricorso ai suoni naturali e ad una colonna sonora  miniale (che ricordano molto il cinema di De Seta e Piavoli) che accompagnano lo spettatore verso una diversa consapevolezza del nostro essere nel mondo.