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Ossessioni di una madre nell’ultimo film di Tsukamoto Shinya

Scritto da on 5 marzo 2013 – 18:16nessun commento

Falso Movimento presenta al Teatro comunale di Rovito (Cs), martedì 5 marzo 2013 ore 20.30, Kotoko, l’ultima pellicola del regista Tsukamoto Shinya.

kotokoForse persino tra i più animati seguaci del cinema d’Oriente ci sarà stato chi non puntava granché sul nuovo progetto di Tsukamoto Shinya. Poco o nulla del resto si sapeva sul suo Kotoko fino all’inserimento del titolo nel cartellone della sezione Orizzonti della 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fatta eccezione per qualche manciata di curiosità, intercettabili nel sito ufficiale del regista, come la conferma del nome della popstar nipponica Cocco come protagonista.

Vincitore di quella stessa sezione, con Kotoko Tsukamoto riesce nell’impresa di proseguire con totale coerenza il proprio percorso autoriale, tematico e estetico, trovando nel confronto con il più  primordiale dei rapporti, quello tra madre e figlio, nuovi e inaspettati argomenti di riflessione per un ulteriore approfondimento sulla condizione dell’essere umano travolto dalla contemporaneità. Kotoko è infatti una madre single, stanca e terrorizzata dall’estenuante dovere di crescere un neonato e proteggerlo dalla crudeltà dilagante del mondo esterno. Il disagio e l’inadeguatezza rispetto al ruolo le causano visioni paranoiche che la porteranno a un esaurimento nervoso e all’accusa di abusi sul bambino, che di conseguenza le verrà tolto e dato in affidamento alla sorella.

Tsukamoto scardina ogni tabù legato al tema della maternità: con sguardo limpido e innamorato – in scena, ancora una volta, il regista stesso qui nei panni di un uomo che, infatuatosi di Kotoko, è convinto di poterla aiutare a ritrovare un proprio equilibrio –, capace di non emettere sentenze di fronte all’inquietante annientamento di una donna messa costantemente di fronte a uno specchio (il figlio stesso, gli sconosciuti o la città), il regista riesce a rivelare il naturale, complesso e violento ventaglio di emozioni legate al sentimento materno.

Il film si carica di un’umanità schizofrenica, pulsante del ritmo convulso e visionario dello stile di Tsukamoto, ma virato qui da un inedito piglio farsesco con cui il regista rimastica alcuni dei caratteri più identificativi del suo cinema. Tsukamoto si autocita e si prende in giro ripetutamente – il Seitaro Tanaka da lui interpretato è uno scrittore di successo conosciuto per un romanzo dal titolo Bullet Dance! – al punto che, già nelle prime battute, il film appare come una sorta di testamento artistico. I continui, impetuosi e spiazzanti cambi di registro si compongono di leit-motiv (l’autolesionismo, le allucinazioni, ma anche il canto e la dolcezza dei momenti tra madre e figlio), fondamentali per indagare nuovamente la condizione umana oltre che la personalità borderline della protagonista.

Ma, allo stesso tempo, dimostrano come Kotoko sia il risultato di uno slancio creativo straordinario, vibrante e commovente, un film che chiude evidentemente un’era – oltre vent’anni di carriera del regista – e pare spalancare le porte a un radioso futuro.

Il miglior Tsukamoto da almeno due lustri. Anzi, oso: forse Kotoko è il suo vero capolavoro. Un film impressionante sull’inadeguatezza ai ruoli di donna e di madre e alla società, sull’instabilità e sul bisogno d’amore. Con un lavoro sulla messa in scena e soprattutto sul sonoro che lascia allibiti. Oso ancora di più: il più sconvolgente e spaventoso ritratto femminile della follia dai tempi di A Woman Under the Influence di Cassavetes (che se non avete mai visto non meritate di stare qua, detto fuori dai denti e col sorriso). Pier Maria Bocchi