Primo Piano »

Arrivederci a presto!

3 aprile 2018 – 09:39 |

Cari amici e amiche, il nostro sito sospende le pubblicazioni.
 
Share

Leggi tutto »
Home » Cinema, Video

Unframed: JR e Robert De Niro insieme per ricordare quando eravamo migranti

Scritto da on 7 dicembre 2015 – 12:31nessun commento

Guardò dentro la stanza cercando di penetrare la spessa cortina di oscurità. A poco a poco vide la credenza, il letto enorme dove lui e i fratelli avevano dormito stretti stretti insieme ai genitori, qualche sedia attorno a un tavolo, sopra un quartino di vino e un piatto in segno di benvenuto. Ritornò indietro con lo sguardo seguendo il filo della memoria, a dieci anni prima, quando aveva messo quattro cose, il vestito buono e il cappotto del nonno nella valigia, si era imbarcato a Napoli su quella nave enorme. Un mese di viaggio c’era voluto prima di mettere piede in America, poi i controlli e la quarantena a Ellis Island perché sulla nave c’era stato uno che aveva il tifo.

Quando era uscito dall’isola, aveva trovato un paesano dal quale era stato ospitato fino a quando non aveva messo sù il negozio di tessuti e famiglia con un’altra calabrese, una ragazza timida e riservata che gli aveva partorito tre figli, uno dopo l’altro, e l’ultimo parto se l’era portata via. Ora Giacinto era tornato al suo paese per rivedere l’ultima volta la madre e per trovarsi un’altra moglie che facesse da madre ai suoi bambini…

jr_immigranti group_in_ellis_island_revu_par_jr_courtesy_of_national_park_service_statue_of_liberty_national_monument_u.s.a._2014_jr03294_v2_125x187_lr_lrGiacinto è uno dei nove milioni di emigranti, molti dei quali calabresi, che nei primi decenni del secolo scorso lasciarono il Paese per raggiungere gli Stati Uniti. Il viaggio, duro e massacrante, terminava a New York alla foce dell’Hudson, tra la Statua della Libertà e la punta di Manhattan, in un’isola, Ellis Island, porta d’accesso a un sogno accarezzato da mesi o muro dove quello stesso sogno poteva infrangersi per chi non superava i controlli. I “vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità” era inesorabilmente esclusi dal suolo americano, imbarcati nuovamente per il porto di partenza. Gli altri ricevevano invece il permesso di sbarcare e di entrare nella Grande Mela.

Milioni di donne e uomini, italiani, irlandesi, inglesi, russi, tedeschi raggiungono in quegli anni l’America del nord lasciandosi alle spalle il passato, davanti la speranza di un mondo nuovo, più accogliente e generoso. Che per loro significherà una nuova identità, una nuova storia, lastricata anche di sudore, lacrime e sangue.

Di quegli anni parla un progetto, UNFRAMED Ellis Island, scritto dal premio Oscar Eric Roth, diretto dallo street artist francese JR, famoso per le sue installazioni di arte pubblica e la predilezione per gli ultimi della Terra, che, chiamato dalla fondazione Save Ellis Island,  visita il Laundry Hospital, dove venivano ricoverati gli emigranti, ne resta colpito nelle sue corde più profonde e, nell’intento di preservarne la memoria, si fa autorizzare a intervenire sulla struttura.

Entra negli Archivi di Ellis Island, che nel frattempo è diventato un Museo dell’Immigrazione aperto al pubblico, e seleziona una ventina di foto, ingrandite e riprodotte _jr ellis islandsu pareti e pavimenti. Centinaia di volti di medici, infermieri, donne e uomini appena arrivati dal Vecchio Continente che si aggirano tra le stanze dell’ospedale, gli occhi sgranati, i visi tesi e malinconici degli adulti, quelli dei bambini che abbozzano un sorriso, gli anziani dai volti scavati dal viaggio. Uno spaccato mesto e struggente su un pezzo di storia che diventa anche un film, Ellis, protagonista Robert De Niro, presentato con successo al Tribeca Film Festival e proiettato qualche giorno fa in tutto il mondo.

De Niro, terza generazione di immigrati italiani, si aggira imbacuccato in un cappotto e una valigia in mano tra queste stanze in cui ancora risuonano voci, timori, sogni, mentre legge la lettera immaginaria di un immigrato. Nessun riferimento alla nazionalità di quei volti, a sottolineare l’universalità di una storia condivisa, al di là della provenienza, della storia, della religione e dell’etnia.

Dai muri scrostatjr_grand_mother_in_ellis_island_revu_par_jr_courtesy_of_national_park_service_statue_of_liberty_national_monument_u.s.a._2014i, dalle pareti screziate emergono volti, sguardi, corpi, che si muovono negli spazi abbandonati, salgono le scale, riposano sui letti, osservano questo paese in cui tutto sembra enorme, fantasmi di un mondo che non esiste più eppure desideroso di prendere la parola.

Un piccolo film intenso, poetico ed emozionante, che vuole testimoniare le vite dimenticate, transitate da questo “purgatorio, all’ombra della Statua della Libertà, dove migliaia di donne, uomini, bambini, aspettavano il loro destino”. Che evocano le stesse domande di sicurezza, libertà, opportunità che oggi sono poste da altre migliaia di donne, uomini e bambini, figli di un Dio minore.

 

Quasi tutti in America sono discendenti di immigrati. In Europa stiamo vivendo una crisi profonda. Cinque anni fa ho avviato un progetto in cui ho chiesto a immigrati di tutto il mondo di mandarmi le loro foto, sono quelle che si vedono alla fine del film incollate al pavimento. Un anno prima di girare Ellis sono andato a Lampedusa per vedere come arrivano e vengono accolti i migranti, è com’era a Ellis Island. Non potevo credere che c’è chi paga migliaia di dollari per imbarcarsi e probabilmente non arrivare mai. Ecco l’analogia con Ellis Island: le storie di persone che hanno lasciato tutto e non sanno cosa troveranno. …A 22 anni sono stato in Palestina e Israele, ho fotografato un prete, un rabbino e un imam, ho incollato le foto su un muro una accanto all’altra. La gente mi chiedeva il significato di quelle foto, volevano capire se fossi un amico o un nemico. Siamo tutti migranti, se continuiamo a parlarne non sarà difficile mutare la percezione che abbiamo gli uni degli altri. (JR, Intervista a Repubblica)