Primo Piano »

Andrea Cefaly jr alla scuola di Casorati in mostra a Catanzaro

30 ottobre 2017 – 10:59 |

E’ una mattina tersa e luminosa inusuale per l’inverno torinese quella in cui si incontrano per la prima volta il pittore affermato, amico di Casella e Gobetti, e il giovane arrivato dalla Calabria che ha fatto dell’arte il suo unico …

Leggi tutto »
Home » Cultura

I fatti di Rosarno visti da Ivana Russo

Scritto da on 20 aprile 2012 – 15:39nessun commento

In occasione dello spettacolo U Tingiutu, un Aiace di Calabria al Teatro Morelli di Cosenza, viene presentata l’installazione video-fotografica We will never forget this di Ivana Russo che ha accompagnato lo spettacolo anche in diversi teatri italiani.  Il progetto nasce dalla richiesta di Dario De Luca, regista della compagnia Scena Verticale , di coinvolgere tre fotografi calabresi che trattassero il tema della mafia in Calabria, non realizzando delle vere e proprie foto di scena.

La collaborazione per questo progetto  – racconta Ivana Russomi ha subito stimolata, e ripensando ad avvenimenti mafiosi che non fossero solo riconducibili a fatti di cronaca nera, mi sono rifatta alla prima vera rivolta contro la ‘ndrangheta in Calabria avvenuta ad opera degli immigrati africani di Rosarno nel gennaio 2010. Questo avvenimento, ha destato in me, come in molte altre persone, molti stimoli per riflettere, sia da un punto di vista socio-politico che umano. Infatti dopo il ferimento di due lavoratori della Costa d’Avorio e le diverse angherie , estorsioni, episodi di violenza e rapine nel territorio più oppresso da un sistema mafioso, gli Africani di Rosarno si ribellano. I migranti africani hanno manifestato un senso maggiore dello Stato. Hanno saputo alzare la testa  come dice Antonello Mangano nel libro Gli africani salveranno Rosarno (terrelibere.org).

Ho realizzato il reportage fotografico subito dopo lo sgombero degli insediamenti dello Spartimento e della Rognetta, dove in quest’ultimo ho ripreso anche la demolizione dello stesso.  Le foto dell’allestimento si riferiscono proprio a quest’ultimo spazio, la Rognetta , primo insediamento storico dei migranti africani. Il luogo acquista una duplice importanza in quanto non esiste più. Attraverso le foto si può ricostruire un mondo , una struttura senza tetto, dove all’interno case-stanze in lamiera, e abitazioni ricoperte con buste di plastica occupavano la superficie della costruzione, ormai uno scheletro. Biciclette accatastate occupavano una parte del piazzale. Un mondo, pieno di segni e di simboli, portatore di due culture differenti, quella africana e quella calabrese-rosarnese, lasciando spazio anche all’immaginazione , sia mia che di chi osserverà le foto. Simulacri nel senso di luoghi che non esistono più, spectrum, nella accezione della fotografia, mantenendo un legame con la spettacolarizzazione (alcune foto ritraggono scenari che sembrano quasi set teatrali o cinematografici naturali, dove non vi è nulla di precostituito, ma esistono in se) e aggiungono quella cosa spaventosa che vi è in ogni fotografia : il ritorno del morto, citando R. Barthes, che in questo caso lo incarna pienamente.

Sono i luoghi a parlare , pur raccontando storie di uomini e di scontri. Il fatto che ho documentato il subito dopo, innanzitutto, mi ha permesso di avere uno sguardo più lucido e dei tempi di riflessione maggiori rispetto a quello a cui stavamo assistendo, che ritengo non avrei potuto fare durante gli scontri. Dopo la rivolta ci si chiede cosa è realmente cambiato , e se lo chiede anche la nuova ondata di braccianti migranti.