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La lentezza ci salverà. Intervista a Francesco Bevilacqua

Scritto da on 16 giugno 2015 – 11:16nessun commento

Ha raccontato la Calabria da diverse prospettive, da ambientalista, da appassionato di trekking e natura, da amante della scrittura e della fotografia. E da ciascuna di esse ha puntualmente raccontato la regione, il suo territorio, il suo incredibile patrimonio d’arte e biodiversità, i suoi tesori letterari, in una ventina libri che si sono susseguiti dagli anni ’90 in avanti.

francesco bevilacquaStiamo parlando di Francesco Bevilacqua, lametino, avvocato prestato all’ambientalismo e alla scrittura, che torna in libreria con Il Parco Nazionale del Pollino. Guida storico-naturalistica ed escursionistica e con Lettere Meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria

Due testi diversi, che parlano tuttavia del volto bifronte di una terra di enormi contrasti, dove incredibili bellezze e malanni senza fine convivono da sempre in equilibrio precario, in una sorta di andamento carsico in cui si susseguono infinite dissoluzioni e ricostruzioni, nel corpo della natura come in quello sociale. I calabresi conoscono poco la loro terra e la sua cultura. Bevilacqua, da intellettuale e da camminatore, svela angoli straordinari del territorio, spesso proprio dietro casa ma paradossalmente spesso sconosciuti, e nello stesso tempo cita i testi di scrittori, poeti, intellettuali, da Alvaro a Zanotti Bianco, che hanno saputo raccontare la Calabria e i calabresi fuori dalle pagine patinate di un catalogo di viaggi o di quelle degli articoli di cronaca.

Che hanno cantato, fuori dagli stereotipi, la necessità di coltivare la memoria, memoria dei luoghi, memoria di una civiltà contadina, radicata alla terra e alla sua sacralità, fedele ai ritmi naturali dell’esistenza. Una memoria travolta, ma non annullata, dalla civiltà delle macchine e delle tecnologie, dove il decidere di disporre liberamente del proprio tempo, di incontrare gli altri senza guardare costantemente l’orologio, di viaggiare con lentezza nella propria esistenza, può rappresentare un atto di resistenza. Come spiega Francesco Bevilacqua in questa intervista.

 

Francesco, ti definisci “cercatore di luoghi perduti”. Cosa significa questo per te, in un’epoca in cui i satelliti e il web ci permettono di svelare e di diffondere ovunque le immagini dei luoghi più sperduti della Terra e di mantenerne intatta la memoria?

Non c’è nulla di più “perduto”, sulla Terra, di ciò che ci sta vicino, sia che si tratti di persone , sia che si tratti di luoghi. La società edonistico-consumistica e globalizzata in cui viviamo ci aliena dalle persone, nel senso che sostituisce la comunicazione e l’informazione alle relazioni. Ma nello stesso tempo ci estranea dai luoghi in cui abitiamo, i quali si trasformano in semplici contenitori territoriali o, se vogliamo, in “non luoghi”, per dirla con Marc Augé, ossia in spazi artificiali ed artificiosi privi di valori storici, identitari e relazionali. Per cui, paradossalmente, il borgo e le cascate calabria panorama 66_1795341837_ndi Panetti, stanno ad un quarto d’ora dall’abitato di Platania, o le gole del Torrente Canne che stanno a dieci minuti da quello di Lamezia Terme sono più “perduti” della foresta amazzonica. Dei primi non sanno più nulla nemmeno coloro che ci risiedono vicino (nel senso che non ne riconoscono l’identità, il valore). La seconda la (s)conosciamo tutti attraverso l’informazione artefatta che ne fanno i mezzi di comunicazione di massa. Il conservare memoria di una civiltà, come lo intendeva Corrado Alvaro, è cosa esattamente opposta al mondo del web e dell’iper-informazione, che serve, viceversa, a deformare il passato ad edulcorarlo e restituircelo come un puro bene di consumo. Ecco il senso del mio cercare luoghi perduti. Cerco di riconnettere le anime degli uomini con l’anima dei luoghi.

A distanza di pochi mesi hai pubblicato una Guida storico-naturalistica al Parco del Pollino e Lettere meridiane, cento libri per conoscere la Calabria. Due testi apparentemente agli antipodi ma che in realtà hanno in comune un viaggio –o meglio la prosecuzione di un viaggio che conduci da anni- all’interno di un territorio e di un popolo quanto mai complessi e dalle mille contraddizioni. Una complessità condensata plasticamente in quello straordinario laboratorio naturalistico che è il Pollino e in questi cento testi che hai scelto per riportare alla memoria personaggi, pezzi di storia, storie caduti nell’oblio. Chi ricorda più Leonzio Pilato, Gioacchino da Fiore, Bruno da Colonia o, più di recente, uno come Umberto Zanotti Bianco? Eppure hanno abitato da protagonisti il loro tempo.

panorama calabria 2Ecco il senso di quel che dicevo prima. Occorrono “narrazioni” per far riemergere dal nulla antropologico e culturale la storia e il paesaggio della Calabria. Il mio mondo, inteso nel senso di De Martino, come patria, paese, è la Calabria. Non posso occuparmi del resto del mondo se non lavorando per il mio mondo, se non abitando, secondo l’accezione che dava dell’abitare Heidegger: sentirsi protetti dal luogo in cui si abita ma contemporaneamente proteggere quello stesso luogo. La relazione tra uomini e luoghi è biunivoca. I due libri che hai citato li ho scritti quasi in contemporanea, negli ultimi tre o quattro anni all’incirca. Da un lato, con la guida al Parco Nazionale del Pollino, ho voluto scrivere un libro su un unico grande luogo, a 360 gradi, che servisse a far conoscere un comprensorio così vasto ed ancora poco conosciuto ai forestieri ma anche a chi vi abita, che valesse a far capire ai residenti che vivono in posti, paesi, campagne, straordinariamente eminenti ed attraenti, che val la pena restarci e costruirvi occasioni di rinascita, quelle che io chiamo “cliniche dei risvegli”. Che guariscono da una malattia epidemica che ho definito “amnesia dei luoghi” e da uno stato di “coma topografico”. D’altro canto, con Lettere Meridiane ho voluto fornire ai Calabresi gli strumenti (i commenti ai cento libri ed un saggio introduttivo con tante ipotesi, con tanti dubbi, con tante riflessioni) per uscire dal senso di impotenza rispetto alla propria identità culturale in cui versano da decenni. Per uscire da quel complesso di inferiorità (della civiltà contadina meridionale rispetto a quella industriale settentrionale), intuito da Levi, da Pasolini e da Berto come la malattia psico-sociale del Sud e della Calabria in particolare. Ma volevo anche far capire a chi non abita in Calabria che prima di esprimere giudizi affrettati e superficiali sulla regione e sui calabresi forse è più corretto informarsi, leggere, tentare di comprendere i fenomeni. Ad oggi accade esattamente il contrario: sia l’autorappresentazione che fanno di se stessi i calabresi, sia l’immagine che ne danno i forestieri, sono prive di qualunque contenuto reale e realistico. Calabria e Calabresi non sfuggono alla regola della società dell’immagine, dello spettacolo mediatico, dell’informazione spazzatura.

Franco Arminio, con il quale condividi buona parte della tua visione dell’ esistente, scrive nel presentare il suo Terracarne: “La desolazione per me non è un epilogo, ma un punto di partenza per un nuovo modo di abitare la terra, una nuova postura. Ciò che io invoco è una nuova etica, un umanesimo delle montagne. La mia visione parte dallo sgomento di stare in un pianeta pieno di merci, un pianeta in cui non sappiamo più farci compagnia e nel quale ognuno in cuor suo sembra aver dato addio a tutti gli altri. In Terracarne parlo di autismo corale, parlo della nostra incapacità di passare il tempo in compagnia e in lietezza.orsomarso È qui la radice di tutta la mia scrittura. La posta in gioco è tollerare l’incertezza di ogni cosa. La paesologia è una “scienza” arresa, non è una “scienza” facile. Scrivo a oltranza di luoghi che perdono abitanti e di abitanti che hanno perso i loro luoghi. È un invito ad abbandonare le sicurezze dell’uomo attuale, a scendere in basso, ad avvicinarsi alla terra, al mondo per come è e per come potrebbe essere nostro malgrado.” Non stiamo parlando di un ritorno alla mitica Arcadia, ovviamente, ma a noi stessi, al rapporto con la madre terra, del recupero dello spirito dei luoghi e soprattutto della nostra identità, prima di essere completamente sopraffatti dalle merci e dal rischio dell’irrilevanza…

Franco Arminio è, innanzitutto, un grande poeta, come Cesare Pavese, come Pier Paolo Pasolini. E come i poeti, scarnifica la realtà, intuisce ciò che l’informazione cancella. Per il Sud, per la Calabria non c’è futuro senza un ritorno alla terra, ai paesi, alla cultura (intesa in senso antropologico), al paesaggio, all’umanità, alle relazioni. Ma dobbiamo anche scrollarci di dosso tutte le retoriche identitarie, come avverte sempre Vito Teti. Dobbiamo guardarci senza quel cuore troppo cantastorie, come scrive in una famosa poesia Franco Costabile.

Uno dei temi che ti sono più cari sono quelli del ‘viaggiare restando’. Non c’è una contraddizione in tutto questo?

Viaggiar restando” è una definizione di Vito Teti enucleata nel suo Pietre di pane orsomarso 2e che condivido appieno. Io dico che a me si attaglia meglio la locuzione “stanzialità errante”. Perché io mi sento uno stanziale e, per questo, un provinciale, non un cosmopolita. De Martino diceva, con un evidente paradosso, che per essere davvero cosmopoliti occorre avere un villaggio vivente nella memoria. Io questo villaggio lo sento ancor più nel profondo di me stesso. Ce l’ho nel mio inconscio. E dico che sta anche nell’inconscio collettivo (come lo intendeva Jung). E’ quello che io chiamo “paesaggio interiore”. E poi io sono un camminatore. Credo nella taumaturgia della lentezza. La lentezza ti consente di fermarti, di riflettere, di osservare, di salvarti. Non ho bisogno di rotte transoceaniche per viaggiare. Non ho bisogno di antidepressivi per sfuggire alla perdita di senso della vita. Mi basta salire a piedi sui monti dietro casa. O addentrarmi nelle gole dell’Aspromonte. O scalare le vette del Pollino. O perdermi nelle selve della Sila. E via discorrendo. Non basterà tutta la mia vita per conoscere i luoghi della mia erranza. Ho tutto un programma di secoli dinanzi a me. Camminerò ancora dopo morto. Sui sentieri della terra e dello spirito.

Haruki Murakami ne L’arte di correre spiega che la corsa sostiene la disciplina, la motivazione, l’apertura al mondo dello scrittore e gli offre un orizzonte, anche temporale, vasto nel quale esprimersi. Tu cammini tantissimo, fai trekking, scali montagne, e sei arrivato anche al diciottesimo libro…

orsomarso 3 In realtà corro, anche. Due sere la settimana. Per tenermi in forma per la lunga camminata domenicale. Correre è una auto-disciplina. Ma è un’auto-disciplina libera. Mi sentirei in prigione in una palestra a far roteare manubri. Ho bisogno d’aria e di orizzonti, di cielo e di erba. Correre mi risana. Camminare mi inebria. In entrambi i casi la mia mente si ripulisce, si schiarisce. Emergono da quel fondo insondabile che è il mistero della creatività pensieri, parole, frasi, riflessioni, racconti, storie. Se non corro e non cammino non riesco a scrivere.

Dopo ogni “spaziamento”, come chiamano i monaci certosini la loro giornata di cammino in natura, io rinasco, mi ritrovo. Se volete uccidermi chiudetemi tra quattro mura, impeditemi di andare in montagna. Camminare per me è un’esperienza mistica. E’ una preghiera. Io credo nel primato del sacro. Riconosco la dimensione sacra della vita, la diffusione dell’anima in tutte le cose.

Mi ritrovo nel pensiero panpsichista (l’anima è in tutte le cose) ed in quello ilozoista (tutto è animato e vivente), nel naturalismo mediterraneo di Bruno, Campanella e Telesio (così ben spiegato dal compianto Mario Alcaro in un suo libro).

Tutto questo significa capire che l’uomo non può farsi Dio, non può fare ciò che vuole della natura e del mondo (e quindi anche del suo prossimo), non può credere nella dismisura di ogni limite.

(Ph. Francesco Bevilacqua)