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Dal fumetto criminale a quello sociale, arriva a Cosenza il Festival del Paesaggio

18 settembre 2017 – 10:26 |

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Al cinema a Rovito Father and Son di Hirokazu

Scritto da on 29 settembre 2014 – 17:39nessun commento

father and sonMercoledì 1 ottobre 2014 Falso Movimento inaugura il cartellone autunnale al Teatro Comunale di Rovito (Cs) con l’ultima pellicola di Hirozaku Koreeda, Premio della Giuria a Cannes, che ritorna a parlare di genitorialità biologica, sulla condizione di madre e di padre, sulla  scia di altri lavori che negli ultimi anni hanno esplorato in lungo e in largo il tema, anche su uno sfondo politico-sociale.

 

 

È un gioco senza senso. Davvero a volte non so più a che serva scrivere. È un vaneggiamento che non potrebbe esser superato anche se si conoscessero le lingue, le parole e le loro radici. Ci sono film dopo i quali non hai voglia di veder altro, non hai voglia di parlare. Perché si tratterebbe comunque di un giro a vuoto, un eccesso rispetto a ciò che ti ha toccato con l’evidenza della vita. Sarebbe come raccontare il primo bacio, la notte in cui ti scopri innamorato, la chiara percezione del tempo che ti sfugge di mano, il dolore per le cose perdute. Ci sarà sempre un margine incontrollato di inadeguatezza, come un viaggio nel buio della notte, nell’evanescenza delle cose. E occorrerebbe ritrovare quella semplicità smarrita lungo il cammino, per poter parlare col cuore in mano di sentimenti nient’affatto semplici. Ma anche un’assurda precisione chirurgica per trovare quell’unica parola che restituisca l’ordinaria, straordinaria meraviglia delle cose.
Like Father, Like Son è il film che ci scopre, definitivamente, fragili e incapaci. Eppure ci fa sentire veri, vivi, pieni, perché ci accoglie con la stessa gentilezza con cui accoglie i suoi protagonisti, adulti e bambini, trasformandoli nei migliori attori di questo mondo.
Kore-eda torna a parlare di famiglie, di sentimenti minimi, ma tanto saldi da ritrarsi nel segreto delle verità, nella stanza buia di quei pudori che appartengono a tutti, nonostante il dominio delle apparenze e i miti della condivisione vogliano ormai negarli. Ci si può mettere in mostra quanto si vuole o si può rifiutare l’esistenza del cuore, ma ci sono legami da cui non ci si può liberare, volti, frasi che ti tengono avvinto con una risolutezza ben maggiore di quella che ti porta a rinnegarli. Non c’è che un padre e una madre, aldilà degli odi e degli amori, degli errori e della giustizia. Ma quand’è che si diventa padri, chiede Kore-eda. Non può essere una questione di parole, pensieri, opere e omissioni, come se ci fosse un codice da rispettare. E non può essere nemmeno un affare di leggi, certificati, carte da firmare. Uno è padre nel momento in cui si accorge di non poter fare a meno del proprio figlio, quello in cui scopre che, dopo tutte le deviazioni, le distanze possibili e immaginabili, gli errori dell’errare, la sua strada non può che ricongiungersi con quella dell’altro, con quella creatura a cui si è data una forma, giusta o sbagliata che sia. Si è padri solo alla fine del cammino, non all’inizio. Non è un dato, un flusso che passa attraverso il sangue, le cellule, le tracce di DNA nascoste nella saliva. La paternità è la ricompensa di una missione impossibile, compiuta nell’istante in cui si ha il coraggio di rovesciare le cose, per ritrovarsi figli dei propri figli.
Se c’è qualcosa che Kore-eda ci insegna, definitivamente, è che la bellezza non è una questione estetica, non nasce dai tagli, dalle luci, dalle musiche, come fosse una formula matematica da ritrovare nel rapporto tra i piani. Non ha bisogno di essere sottolineata, urlata, non va ricercata nel dominio della tecnica, nella sapienza dei campi né tanto meno nell’intelligenza degli assunti. Perché, semmai, quella sapienza, quell’intelligenza sono la conseguenza che nasce dall’accordo con una verità più intima. La bellezza si crea, gentilmente, nell’attimo in cui riconosciamo in una parte insperata del mondo, in un’altra immagine, un altro volto, un altro corpo, il segreto delle nostre emozioni e delle nostre relazioni. E può ben trattarsi di un’inquadratura che sobbalza, fuori controllo, seguendo gli alti e i bassi dei sentimenti. No. Il cinema non è davvero nulla, se non si lascia toccare dalla vita. Per questo ci ostineremo a rifiutare i freddi costruttori, i calcolatori meccanici delle emozioni. L’unico cinema in cui abbiamo voglia di entrare è questo. Entriamo, dunque. Oh my God. (Aldo Spiniello SentieriSelvaggi)