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Bethlehem, il film-scandalo di Venezia 2013 nel cartellone di Falso Movimento

Scritto da on 3 giugno 2014 – 18:05nessun commento

Questa sera in programma a Falso Movimento a Rovito (Cs) Bethlehem di Y. Adler.

Perché l’uomo ha inventato il linguaggio? Per poter mentire!”

Così, con una frase lapidaria verbalmente “incisa” all’inizio del film Bethlehem, si apre questo straordinario racconto israelo-palestinese di vite difficili, in bilico tra emozioni della famiglia, sentimenti nazionalistici e valori indotti, imposti o fai da te.

Bethlehem, diretto da Yuval Adler, è un film sul tradimento. Di se stessi innanzitutto; quando si è forzatamente obbligati per sopravvivere o per evitare di far soffrire qualche proprio caro, sottoposto a uno scacco matto, a vendersi.

E’ un film – come ha specificato il regista alla sua opera prima – che si focalizza soprattutto su human intelligence, dando alla parola intelligence il doppio significato sia cerebrale che di appoggio ai servizi segreti. Ed è un film super-intelligente forse per pochi, difficile, veloce, addirittura di parte.

image006Bethlehem narra la storia di una relazione complessa fatta di fiducia e tradimento, tra un agente dei servizi segreti Israeliani: Razi e il suo informatore palestinese quindicenne, Sanfour. Introspezione tra dilemmi morali, caduta dei valori personali, scambio e accordo tra luce e tenebra della psiche umana e dei suoi bisogni emotivi o affettivi, il film vuole forse (?) essere un racconto di convivenza pacifica, almeno nel territorio della settima arte dove, un cast di attori e sceneggiatore palestinesi, si unisce a produttori e regista israeliani.

Bethlehem, presentato a Venezia 70 per le Giornate degli Autori, “sporca” le coscienze di chi guarda da lontano, mostrando come la distanza nello spazio, non può essere un meschino espediente capace di redimere dal peccato dell’indifferenza. Lo spettatore osserva attonito il susseguirsi degli eventi; immagini quasi documentaristiche che mescolano la polvere al sangue, servendo al pubblico il gusto acre della vendetta, di una guerra assurda, che conosce solo l’eternità della morte. Qual è allora la giusta domanda da porsi? Yuval Adler come Caronte, guarda dalla barca il trapasso dell’umana condivisione, filmandola di sorpresa, negli angoli remoti del mondo. Nessuna risposta per questa umanità disgraziata, solo dolore e condanna per chi continua, nella sua apparente immobilità, a guardare con concupiscenza l’estinzione dei diritti umani imprescindibili.

Bethlehem a Venezia ha lasciato la platea scossa. Al buio c’era chi ha urlato alla fine “sionisti”. Chi, impietrito dalla forza del racconto non riusciva forse più nemmeno ad applaudire. Non si può infatti fare a meno di restare con il fiato sospeso e il cuore in gola, mentre si osservano gli eventi dipanarsi nel peggiore dei modi possibili, e chiedersi ansiosamente quale sarà la scelta finale, se la redenzione sarà ancora possibile anche solo per uno dei due protagonisti. La risposta di Adler mette però drammaticamente – e realisticamente – fine a qualsiasi ipotesi di happy ending. Lo schermo è nero. Ma la scritta “fine” ancora non compare.

(Comunicato Stampa)