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Ernesto Orrico e Flavia Lisotti in scena a Lamezia Terme

Scritto da on 12 dicembre 2014 – 11:42nessun commento

16779_718068554943174_5663062715948703694_nDopo il successo del 27 novembre con “Orapronobis” con la regia di Rino Marino e la straordinaria interpretazione di Fabrizio Ferracane  la Rassegna RICRII XII, curata da Scenari Visibili, prosegue, per il secondo appuntamento, sabato 13 dicembre h. 21 con “The Cult of Fluxus”  al Teatro Umberto di Lamezia Terme.    Sul palco ci saranno Flavia Lisotti, giovane cantautrice, e Ernesto Orrico, uno dei protagonisti della scena teatrale calabrese.


Flussi di coscienza che scendono giù vorticando e svuotandosi come quando togli il tappo ad una vasca piena d’acqua. Giochi di parole, ironia, pensieri in metrica, suoni elettronici, loop ossessivi, disturbi acustici.

The Cult of Fluxus è narrazione frammentata, parola detta a voce piena, parola urlata, straziata, distorta, che si fonde e confonde con la ricerca di linee melodiche di matrice soul. Performance aperta all’improvvisazione e al cambio rapido di coordinate sonore.

Forse sono vittima della società dell’immagine, ma non riesco proprio a non pensare che qui mancano dei visual. Ascolto il disco e mi sembra di sentire delle sonorizzazioni senza l’oggetto sonorizzato. In attesa o nella speranza quindi che qualcuno aggiunga agli scritti, alla voce e ai suoni anche delle immagini – si tratta pur sempre di un progetto multimediale – non mi resta che provare a formarmele in testa, le immagini, ad ascoltare come se fossi in una stanza buia di fronte a uno schermo, oppure a un attore, un artista, un ballerino che danno vita a delle performance. Le quali ricorderanno sicuramente – e banalmente, perdonate la mancanza di fantasia – l’arte e le sperimentazioni degli anni sessanta – riferimento scontato, ribadisco, ma non si citerà mica il Fluxus così per caso?
I testi recitati dall’attore-regista Ernesto Orrico sono flash di osservazione e denuncia, flussi di parole e giochi con la cultura alta e la cultura pop, stranianti come i suoni minimali, apocalittici, futuristici, vintage, concreti o immaginifici di cui musicisti delle più varie estrazioni li hanno vestiti – o spogliati – e andrebbero affrontati in un ambiente adatto che difficilmente, almeno per chi tende a distrarsi, possono essere la casa e le casse del computer. A meno che non si spengano tutte le luci e ci si trasporti in un teatro mentale. (Letizia Bognanni, RockIt)