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Un amore di gioventù di Mia Hansen-Love nel programma di Falso Movimento

Scritto da on 18 marzo 2013 – 16:38nessun commento

A Rovito MERCOLEDI 20 marzo ore 20.30 Falso Movimento presenta il film UN AMORE DI GIOVENTUdi Mia Hansen-Løve

 Il cinema, come la vita, è solo una questione di tempo professavano (forse troppi anni fa…) i giovani turchi sui Cahiers. E basta una sola immagine, strappata ai borghi parigini, titoli di testa alla Godard e un ragazzo che fende l’inquadratura con la sua bicicletta, per far riaffiorare la memoria. Il tempo del cinema (nouvelle) e della vita (gioventù). Camille, una sedicenne parigina, sta vivendo il suo primo vero amore con il coetaneo Sullivan che ne contraccambia fortemente i sentimenti.

Ma questa vita a lui non basta, perché l’amore non può essere tutto. E dopo un’estate di profondo contatto emotivo e carnale il ragazzo va via, in Sudamerica, a placare la sua sete di avventura e conoscenza. Noi avvertiremo solo i suoi echi lontani, nelle struggenti melodie di Violeta Parra che accompagnano il nostro viaggio/film attraverso il pedinamento dei dieci anni successivi di Camille: dalle silenziose sofferenze per l’amore perduto agli studi in architettura che le faranno incontrare Lorenz, uno dei suoi professori, uomo maturo con cui costruire “case” e “relazioni” più stabili…almeno sino a quando Sullivan non ricomparirà nel suo tempo.

La giovanissima Hansen-Løve – che firma qui il suo terzo film, in quella che è diventata una sorta di trilogia sull’elaborazione della perdita – conosce bene la storia del cinema francese ed è molto consapevole dei riferimenti stilistici che tira in ballo. Il suo è un film che oscilla (dichiaratamente) tra il pedinamento sentimentale di marca rohmeriana e una purezza di stile tesa alla contemplazione dell’invisibile che rimanda sottilmente al cinema di Robert Bresson.

Ma è nel duro sfiorarsi/scontrarsi dei corpi, nel cercare il minimo contatto attraverso uno sguardo o un gesto che Un amore di gioventù ricorda anche quell’età acerba del cinema di Andre Techine o Olivier Assayas. Il tempo (della vita, dell’amore, della fanciullezza) e lo spazio filmico (l’inquadratura, il montaggio, la musica) si piegano straordinariamente nell’universo emotivo della ragazza diventandone il naturale movimento.

E Un amour de jeunesse diventa così cinema della perdita (dell’infanzia, dell’assolutismo amoroso, dell’avventura) attraverso il quale riscoprirsi improvvisamente cresciuti: splendida nella sua semplicità la sequenza dove la diversità ormai tangibile tra Camille e Sullivan viene resa visibile dal commento ad un film appena visto insieme, tanto commovente per lei quanto insignificante per lui. È di nuovo il cinema che marca una differenza. Quell’agognata età adulta raggiunta solo attraverso la dolorosa accettazione della relatività di ogni sentimento: dal proclama assolutista e godardiano “l’amore è tutto per me, vivo solo per quello” (dove quasi si materializza il fantasma di Anna Karina dietro il primo piano della bravissima Lola Créton) per arrivare all’ “io amo lui quanto amavo te, ma in modo diverso”…

Forse ancora non totalmente padrona del suo stile (in più di un momento il film cala emotivamente sotto il peso dell’astrazione ricercata) la regista è capace comunque di improvvisi sprazzi di cinema purissimo, quasi animalesco nel fondere i corpi della sua innocenza selvaggia alla natura che li circonda. Momenti dove la macchina da presa è come il terzo componente della storia d’amore: un ménage à trois lui/lei/cinema che annulla lo schermo e terremota le nostre certezze di spettatori.

Cinema aereo quindi, che orgogliosamente riscopre il contatto fisico/emotivo (non c’è nessuno che parla al telefono o in chat, gli innamorati si scambiano anacronistiche lettere d’amore…) configurando la piccola rivoluzione tutta interiore del (ri)perdersi finale nel fiume della gioventù. Fluido e infinito all’orizzonte, proprio come il tempo. Acque limpide dove passato e futuro si sfiorano senza ormai farsi la guerra, dove l’inquadratura di un piede che si immerge nella sorgente cristallina riconsegna all’immagine un senso quasi aptico di appartenenza alle cose e agli elementi. Sensazioni. Mia Hansen-Løve tenta di filmare l’unico vero amour possibile…e vien quasi voglia di accarezzarlo e proteggerlo questo cinema, di sussurrarlo appena fuori dalla sala e poi custodirlo in privato, per non far naufragare il ricordo nell’acqua stagnante di altri film o di altre vite.