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Antonio Ligabue, la tragedia, la visione. Una mostra al Museo del Presente a Rende

5 gennaio 2018 – 11:08 |

Chi non conosce il suo volto scavato, dominato da quegli occhi enormi, che ti osservano da distanze insondabili, immortalato in decine di autoritratti. Chi non conosce la sua vita, che sembra una tragedia greca, un padre mai conosciuto, una madre …

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Mostre: Resistencia y vida. Appunti di viaggio dal Guatemala al Salvador

Scritto da on 11 gennaio 2018 – 08:49nessun commento

Para que no nos olviden. Perché non ci dimentichino, ha scritto qualcuno attorno alle 40 croci piantate a terra per ricordare la morte delle ragazze del centro di accoglienza Hogar seguro (Focolare sicuro), a pochi chilometri da Città del Guatemala, che avevano protestato per stupri e abusi subiti al suo interno. E’ una delle foto in mostra in Resistencia y vida en una tierra bañada de sangre. Appunti di viaggio in Guatemala e in El Salvador, diario per immagini collettivo e itinerante presentato nei giorni scorsi al Centro Polivalente di Catanzaro.

Diario di viaggio in Guatemala e Salvador, due dei paesi più affascinanti ma anche più poveri e violenti del continente subamericano. La storia più recente del Salvador è segnata dalla guerra civile che ha fatto oltre settantamila vittime. Oggi la guerra ha cambiato attori, governo e gang criminali, ma non i guatemala 1numeri, visto che si registrano ottanta omicidi ogni centomila persone, cifre che fanno impallidire anche i vicini States, che quanto a violenza non scherzano. Non diversa la situazione in Guatemala dove, lo scorso anno, in soli otto mesi secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono state oltre undicimila le persone che hanno lasciato il Paese per sfuggire alle violenze –che colpisce soprattutto donne e popolazioni indigene- e alle costanti violazioni dei diritti umani.

Il Centro America oggi è il teatro di una guerra non ufficialmente dichiarata che vede protagonisti governi corrotti, l’esercito, le feroci gang criminali che tengono in ostaggio una popolazione stremata. Una situazione incandescente quotidianamente denunciata da attivisti, organizzazioni internazionali e dalla chiesa cattolica.

Resistencia y vida racconta il campo internazionale realizzato nell’agosto del 2017, con il coordinamento di Mariateresa Muraca e di fr. Antonio Soffientini, su proposta dei padri comboniani, che ogni anno ne programmano più d’uno, con il coinvolgimento di dieci persone provenienti da diverse regioni italiane, Jessica Rossetto, Anita Peretti, Francesca Vinco, Paolo Corradin (Veneto), Annaelena Troiano (Campania), Francesco Camerota (Toscana), Marco Colombo, Laura Nabergoi, Antonio Soffientini (Lombardia), Mariateresa Muraca (Calabria), che hanno contribuito anche a realizzare la mostra.

La proposta di questo viaggio nasce dalla volontà di attivare un processo di presa di coscienza a partire dal confronto con due paesi vittime di forme sistematiche di colonialismo vecchio e nuovo. Acquisire consapevolezza delle espressioni di esplicita crudeltà che il neoliberismo assume in paesi cosiddetti periferici può, infatti, incoraggiare un più radicale impegno, anche nei propri contesti di vita. La mostra racconta gli incontri vissuti nel corso di questa esperienza, creando uno spazio decoloniale in cui accogliere e comunicare storie silenziate o deturpate dalle narrazioni ufficiali. La mostra si sviluppa intorno a tre parole chiave: sangue, resistenza e vita, che esprimono le tensioni fondamentali che abbiamo sperimentato. Inoltre segue l’andamento delle tre tappe principali in cui si è articolato il viaggio – ci dice Mariateresa Muraca, catanzarese, laurea a Bologna in Scienze dell’educazione e uGuatemala4n dottorato a Verona.

 

Mariateresa parliamo del vostro viaggio. La prima tappa è stata il Guatemala, paese ricco di una storia millenaria quanto di abissali disuguaglianze…

Si. Il Guatemala è considerato la culla della civiltà maya. Nel paese si parlano ventiquattro lingue e la sua natura è maestosa: vulcani, oceani, laghi di una bellezza disarmante! Eppure lo strapotere dell’oligarchia interna, la dolorosa esperienza del colonialismo e la vicinanza con gli Stati Uniti, che hanno sempre considerato il Centroamerica alla stregua di un cortile di casa, continuano ad alimentare profonde disuguaglianze e ingiustizie. Il paese è stato scenario di un sanguinoso conflitto armato interno, caratterizzato, soprattutto negli anni ’80, da un feroce genocidio ai danni della popolazione indigena. Nel 1996 sono intervenuti accordi di pace mai realmente rispettati: il paese è rimasto in mano a ricchi latifondisti, la popolazione indigena è ancora vittima di un diffuso razzismo istituzionalizzato, la povertà è “combattuta” a suon di campagne di espulsione ai danni dei più indigenti, i bisogni del paese sono subordinati agli interessi delle grandi potenze. Eppure la società civile guatemalteca è caratterizzata da una straordinaria vitalità e soprattutto la popolazione indigena è emblema di una resistenza capace di rigenerarsi nonostante le violenze sistematiche.

Durante i primi giorni siamo rimasti nella Capitale, Città del Guatemala, che accoglie circa la metà della popolazione del paese, dove abbiamo incontrato il Mojoca, un movimento autogestito di ragazze e ragazzi di strada fondato da Gerard Lutte negli anni ‘90. Il Mojoca svolge diverse attività: l’educazione di strada; la scuola popolare; la Casa 8 de Marzo, una casa famiglia che accoglie giovani donne in processo di uscita dalla strada e i loro figli; laboratori di avviamento al lavoro (la sartoria, la pasticceria, la pizzeria). Nella capitale ci siamo confrontati con le tracce ancora vive del conflitto armato e la sua lunga scia di morti e desaparecidos, ma anche con le atrocità che tutt’oggi continuano a ferire il paese.

Gran parte di queste atrocità colpisce in particolare le donne…

La violenza sessuale, purtroppo, continua ad essere usata come uno strumento per opprimere e mettere a tacere le donne. L’8 marzo 2017, 42 adolescenti ospiti della casa Hogar seguro gestita dallo Stato sono morte in un incendio di cui è non ancora stata accertata la dinamica. Quel che guatemala2è certo è che alcuni giorni prima le ragazze avevano protestato contro le violenze fisiche e sessuali di cui erano sistematicamente vittime nella casa.

A Città del Guatemala abbiamo incontrato la regista, formatrice e attrice teatrale Sandy Hernandez, che ha realizzato per noi uno spettacolo di teatro-danza sul tema della violenza sessuale contro le donne indigene, durante il genocidio (come l’ha definito la sentenza del maggio 2017 che ha condannato i generali Efraín Ríos Montt e Josè Rodriguez Sànchez per genocidio e crimini contro l’umanità, NdR) che ha duramente colpito la popolazione maya.

Siete stati anche nelle comunità rurali dove avete vissuto con le popolazioni maya, impegnate a preservare la loro storia millenaria.

Dalla capitale ci siamo spostati a nord nel dipartimento del Petén, una delle regioni più povere del paese, al confine con il Messico. Il Petén è un luogo di transito per chi intraprende il pericolosissimo viaggio migratorio verso gli Stati Uniti. E nell’aria si respira un po’ ovunque il profumo di questa illusione.

Per una settimana, divisi in gruppi e grazie alla mediazione dei padri comboniani che abitano nella regione, siamo stati accolti in quattro comunità maya kekchí. Abbiamo condiviso lo stile di vita essenziale di queste comunità, accerchiate dalle ricche piantagioni in mano ai latifondisti e dalle imprese inquinanti che producono olio di palma. L’intensa condivisione che abbiamo sperimentato è stata il cuore del viaggio e ad essa abbiamo dedicato una buona parte della mostra. Attraverso le foto non abbiamo inteso prioritariamente denunciare le condizioni di povertà causate dal sistema economico di cui noi stessi siamo complici, né tantomeno suscitare sentimenti di compassione intensi quanto effimeri. Piuttosto il nostro intento è stato comunicare in modo sobrio il profondo rispetto che queste comunità hanno generato in noi, restituendo centralità al quotidiano come spazio fondamentale di trasmissione-reinvenzione di una cosmo-visione incarnata nella vita. Le donne e i bambini hanno un ruolo centrale in questa serie di foto, poiché loro sono loro le nostre interlocutrici e interlocutori principali.

Terza tapguatemala 3pa, il Salvador…

Dal Petén ci siamo diretti in Salvador il paese più piccolo dell’America Latina, con una storia simile per alcuni versi a quella del Guatemala. Anche il Salvador dalla fine degli anni ’70 al 1992 è stato colpito dalla guerra civile e retto da una dittatura militare. Ora il paese è governato da una coalizione formata da alcune delle organizzazioni che hanno condotto la Resistenza, che per molti aspetti ha disatteso le speranze della gente. El Salvador oggi è devastato dalle maras, bande criminali tristemente note per la loro ferocia.

Abbiamo girato buona parte del paese, compiendo una storta di pellegrinaggio mistico-politico sulle orme dei/delle martiri che sono stati assassinati durante gli anni della dittatura militare. Abbiamo visitato i luoghi di monsignor Oscar Romero, assassinato da un cecchino nel 1980 mentre stava celebrando messa. La sua esperienza di vita si è intrecciata con quella di tanti altri, di cui pure abbiamo voluto fare memoria: Marianela Garcia (l’attivista che aveva denunciato la ferocia della repressione da parte delle forze armate e l’uso di fosforo e napalm contro i civili, uccisa dopo essere stata torturata nel marzo 1983, NdR), padre Rutilio Grande (collaboratore di Romero, NdR), i padri gesuiti assassinati nella Università Centroamericana (UCA), i 1000 civili vittime del massacro del Mozote.

Il Mozote è un villaggio situato nelle montagne del Morazán, che negli anni della guerra civile sono state la sede operativa della guerrilla. Appena siamo arrivati, siamo stati accolti da una donna che fa parte di un’associazione di familiari e amici delle vittime, che ci ha raccontato l’eccidio compiuto dal battaglione Atlácatl nel dicembre del 1981. Gli atti commessi dall’esercito salvadoregno contro 1000 civili, accusati di essere tutti guerriglieri, sono stati così spietati che è troppo pensalvador 5oso riportarli per iscritto. L’unica sopravvissuta, Rufina Amaya, è riuscita a superare il dolore per l’assassinio dei suoi figli e ha lottato fino alla morte perché questo episodio non venisse cancellato dalla memoria collettiva.

Attraversando il Guatemala e El Salvador abbiamo sentito con chiarezza quanto sia ancora necessario lottare per la giustizia, a partire dai contesti concreti in cui viviamo. In questo senso, la mostra vuole promuovere alleanze de-coloniali in un mondo profondamente diseguale. Parlando anche alla Calabria, da Sud a Sud.

Dove potremo vedere in futuro la vostra mostra?

Per il momento abbiamo in calendario una tappa a Padova a febbraio, in Lombardia a marzo e a Verona in aprile, ma stiamo ancora definendo le date.

 

L’America Latina è una regione del mondo condannata all’umiliazione e alla povertà? Da chi è condannata? La colpa è di Dio, della natura? Del clima insopportabile, delle razze inferiori? Della religione, dei costumi? La disgrazia non potrebbe essere il prodotto di una storia fatta dagli uomini e che dagli uomini può perciò essere disfatta?. (Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina)

È la prima volta nella mia vita che mi viene spontaneo associare la felicità ad una “cosa”: alle porte delle case, perché nella comunità le porte delle case restano aperte tutto il giorno. (Laura Nabergoi)

 

Per info:

mariateresa85muraca@gmail.com

https://www.facebook.com/tina.muraca