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Greci, Occitani, Valdesi di Calabria: una mostra per conoscerli meglio

Scritto da on 24 luglio 2014 – 16:40nessun commento

Li chiamano minoranze linguistiche con un termine che tradisce l’immenso patrimonio storico, sociale, culturale, linguistico, artistico di cui sono depositari oggi gli eredi di popolazioni che hanno attraversato in lungo e in largo mari e montagne prima di rinascere a nuova vita e trovare pace tra i contrafforti e le vallate dell’estremo lembo d’Italia. Sono Albanesi, Occitani e Greci di Calabria. Di questi ultimi parla una mostra, Marginalia. Voci di altri popoli di Calabria, che, dopo aver toccato S. Demetrio Corone e Guardia Piemontese, fa tappa per tutto il periodo estivo a Reggio Calabria al Palazzo della Provincia.

roghudi_931f27c381ce179cd4707e4e797277b8Marginalia evoca in realtà temi ancora attuali, per i popoli dell’Area Grecanica ma anche per tutte le  altre minoranze etno-linguistiche, come emarginazione e stato di minorità, in cui questi popoli hanno vissuto per secoli. E’ solo nel Novecento, infatti, che viene riscoperta la ricchezza di tradizioni e culture “che hanno contribuito a fare della Calabria un luogo di incontri e di scambi; una cassaforte di tradizioni disparate che nel tempo hanno generato sincretismi culturali unici al mondo”, come scrive Pasquale Faenza, che ne è il curatore, nel Catalogo che accompagna la mostra. Nascono così le prime leggi nazionali e regionali di tutela in nome del plurilinguismo e della salvaguardia delle differenze e una maggiore attenzione della società civile verso queste enclave linguistiche che rappresentano ‘testimonianze privilegiate’ delle grandi civiltà del Mediterraneo.

 

Arrivavano dalla Francia i mercanti valdesi, colpiti da persecuzioni e carestie, che portarono il loro idioma, l’occitano, nella Valle del Crati. Seguaci di Lutero e Calvino, considerati eretici, vennero braccati e massacrati anche in Calabria, dove, piegati ma non annientati, continuano a parlare la lingua dei trovatori provenzali.

 

E’ frutto della conquista da parte dei Turchi dell’Impero Bizantino il grande esodo di Albanesi, che per decenni scelsero l’Italia come nuova patria, diventando la comunità etno-linguistica più numerosa in tutto lo Stivale. Una comunità compatta e solida nel nome delle proprie tradizioni e della sua storia, nata dalle gesta mitiche di quello Skanderbeg che per 25 anni resistette ai turchi impedendo loro di impadronirsi dell’impero Ottomano.

 

Ancora più risalenti nel tempo sono le migrazioni dei Greci che approdarono in Calabria tra l’VIII e il VII sec.a.C. dove sopravvissero alla conquista foto 4romana, all’arrivo dei Bizantini, degli arabi e dei turchi, isolati tra le montagne impenetrabili dell’Aspromonte, tra rocce millenarie che si ergono sulla vallata dell’Amendolea, in un universo senza tempo fatto di riti antichissimi che si rinnovano fedeli a sé stessi ancor oggi.

 

Luoghi arsi dal sole, difficili e inospitali, che non hanno assicurato solo la vita ma anche l’identità dei Greci di Calabria, legati alla madrepatria dalla lingua, trasformata, come il greco moderno, da contaminazioni diversissime con il latino, l’arabo, il dialetto calabrese, in un melting pot linguistico e nel grande mosaico culturale che oggi conosciamo.

 

La mostra ripercorre l’economia, esclusivamente rurale, abitudini, riti e tradizioni dei Grecanici, che si fondono nella quotidianità di ciascuno. Olio, grano, vite, capre, non sono solo fonte di sostentamento ma hanno una forte componente rituale e simbolica, la cui origine si perde nella notte dei tempi. I riti della fertilità e della rinascita della natura in Primavera, la tradizione dell’uovo pasquale, dei dolci realizzati con forme femminili, delle pupe e delle Pupazze portate in processione a Bova la domenica delle Palme, il culto della Madonna di Polsi, rievocano nel tempo il culto millenario della Grande Madre e i miti di Demetra e Kore.

 

foto 2Gli appellativi usati per designare la Madonna, Theotòcos (Madre di Dio), Odigiatria (Colei che mostra la Via), Isodia (Presentata al Tempio), Panajia (Tutta Santa), peraltro, non ricordano quelli di Iside, una delle tante variante della Mater Matuta, colei che tutto vede e tutto può?

 

E le consuetudini in uso durante le processioni (pensiamo allo spargimento dei semi di grano o il prostrarsi a terra) e nei riti funebri non rimandano forse a immagini, allegorie, rituali nati insieme all’uomo e pervenuti intatti nella loro potenza sino a noi?

 

La gran parte dei riti pasquali – ci dice Pasquale Faenza- presta particolare attenzione alla simbologia femminile, sottintesa soprattutto nel cibo, che acquista così valore simbolico, capace di veicolare immagine e significati. Morfologie femminili sono riprodotte in un particolare tipo di formaggio, detto musulupa, e sui dolci, come le pupe, bamboline di pasta del pane confezionate a Samo, o le ‘ngute, dal termine grecanico che indica l’uovo con cui vengono decorati questi impasti, in allusione alla fertilità. Riproducono fogge femminile anche i manichini vegetali portati in processione a Bova la Domenica delle Palme, simbolo delle radici agro-pastorali di questo borgo, partecipe ogni anno allo svolgimento del rito, con spontanea devozione religiosa. Gli studiosi affermano che la processione bovese rievochi rituali connessi alla fertilità̀ della terra e ai cicli della vita. La differenziazione dimensionale delle palme, che spesso induce ad identificarle con il termine di “madri” e di “figlie”, ha fatto pensare anche ad una specifica connessione con le divinità greche di Demetra e Kore, dea della primavera venerata nell’antica Locri e lungo il confine della sua chora, come dimostra il ritrovamento, nelle alture di Bova, di un balsamario del VI sec. a. C. raffigurante una Kore. Ulteriori connessioni si colgono inoltre nella statuetta in ceramica, identificata in una divinità femminile, del tipo delle grandi madri, venuta alla luce in un sito neolitico nel territorio di Bova Marina ed e ancora nella figura leggendaria della fondatrice di Bova, la regina greca che lasciò impressa sulla rocca del borgo, l’impronta del suo piede. …  Questi e tanti altri di temi affrontati dalla mostra che non dimentica di citare le valenze simboliche dell’enogastronomia, il perpetuare antico dei motivi geometrici che qualificano i tessuti artigianali, le valenze mistiche trasmesse attraverso i culti dei santi italo-greci, ma anche mediante i riti dell’addio, della musica e della danza. Il tutto letto anche attraverso espressioni artistiche e artigianali di quanti nell’area grecanica percepiscono la tradizione come una fonte di ispirazione…

 

La mostra spalanca le porte su un mondo ancora oggi arcano e misterioso ma che dimostra di possedere numerose risorse e potenzialità tutte da esplorare. Un segnale importante per un paese che, al pari degli altri paesi occidentali, sta cambiando il proprio volto anche grazie alle nuove minoranze, comunità determinate a conservare lingue, tradizioni, religione e culture di origine.