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18 settembre 2017 – 10:26 |

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Home » Lamalamela di Anna Puleo

I finanziamenti pubblici servono alla cultura?

Scritto da on 14 febbraio 2013 – 19:35nessun commento

E’ da mesi terreno di confronto tra operatori e manager della cultura in tutta Europa. Si intitola Kulturinfarkt – Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura, edito in  Italia da Marsilio Editori, e significa letteralmente “infarto culturale”.

blog-_lamalamela-1I suoi autori,  Armin Klein (noto docente di management culturale alla Pädagogische Hochschule Ludwisburg), Stephan Opitz (fotografo), Dieter Haselbach (Co-Director of Zentrum für Kulturforschung GmbH) e Pius Knüsel (ex-Direttore della Fondazione Pro Helvetia) sostengono la tesi -per molti decisamente sovversiva- che  è necessario tagliare il modello consolidato nei Paesi UE di welfare culturale e dunque  il finanziamento pubblico alle istituzioni culturali.

La tesi di fondo è che l’intervento pubblico stimola solo la conservazione delle lobby della cultura, tarpando le ali alla creatività. Ecco come i Klein, Opitz, Haselbach e Knüsel motivano il loro dissenso:

<<Scendiamo in campo contro lo scisma che la politica culturale moderna porta nella società: tra una cultura buona e una cattiva, tra cittadini interessati alla cultura e cittadini che se ne interessano. Solleviamo un’obiezione contro la crescente influenza dello Stato. Deploriamo la vicinanza allo Stato, al potere e al denaro, che negli ambienti culturali è diventata così di moda. Ci costa fatica avere a che fare con l’irresponsabilità delle istituzioni culturali. Non siamo d’accordo con la loro indifferenza ai cambiamenti, il loro arroccarsi. E ancor meno siamo d’accordo con la politica che si esercita nei discorsi della domenica, per poi dimenticarli il lunedì. Infine crediamo che manchino discussioni nella scena culturale, dove è saldo il principio di risparmiarsi a vicenda: nessuno critica nessuno; tutti hanno lo stesso diritto di esistere e di ricorrere agli incentivi. I grandi hanno bisogno dei piccoli a mo’ di foglia di fico; i piccoli amano stare al riparo dal vento.

In tutti gli ambiti in cui agisce, la politica si occupa del futuro, nel migliore dei casi mostrando un occhio di riguardo per le fonti energetiche e la sanità. Solo per la cultura si parla sempre e soltanto del passato, del mantenimento delle strutture e di autodifesa morale. Perfino l’innovazione estetica, la preferita dalle sovvenzioni, è storia vecchia. Eppure, nulla cambia più rapidamente dell’arte. Nel giro di vent’anni, la globalizzazione l’ha messa sottosopra. La politica è in grado di dare una risposta? No. Ne sono capaci le organizzazioni culturali? No. Tutti invocano a gran voce: “più denaro!”.

Chi critica le istituzioni culturali e, in senso più ampio, la politica culturale non è un nemico della cultura. Al contrario: ci preme liberarla dai suoi presunti difensori, che la abbracciano fino a farla soffocare. Le richieste non sono nuove, ma più che mai attuali: più spirito imprenditoriale, maggior confronto con le esigenze del pubblico, meno fantasie di onnipotenza. E la presa di coscienza che l’arte non guarirà il mondo. Altrimenti, paradossalmente, forse non ci sarebbe più alcun bisogno dell’arte>>.

Insomma, al bando i vecchi totem sulla cultura e le sue finalità -dalla efficacia espansiva dell’offerta culturale sui consumi alla proliferazione benefica dei manager del settore alla attribuzione alla cultura di funzioni ulteriori rispetto a quelle tradizionali alla visione ‘assistenzialista’ dell’intervento pubblico-, estremamente  difficili da sradicare, per investire piuttosto  in modo più capillare sul capitale umano e sulle idee.

Siamo ben lontani ovviamente dalla logica della sagra paesana o del mega evento ‘che piace a tutti’, così cari alla politica del Bel Paese. I nostri, infatti, guardano alla cultura dall’alto della torre d’avorio del sistema tedesco che vanta ben 140 teatri di prosa,  oltre 6.000 musei e 8.000 biblioteche che si spartiscono una dotazione annua di ben 10 miliardi di euro ed impiegano oltre 950.000 unità.

Ed allora davvero <<sarebbe un’apocalisse se sparissero la metà dei teatri e dei musei ed alcuni archivi e sale da concerto venissero raggruppate?>>.  Perchè non destinare i soldi risparmiati per finanziare meglio le istituzioni più valide, apromuovere nuove forme di creazione artistica e, soprattutto, una più ampia platea di amanti della cultura, dal momento che  quest’ultima <<non nasce grazie alla politica della cultura>>?

Provocazioni o verità a lungo taciute?

La realtà è che la gran parte dei Paesi europei ha aumentato i fondi destinati alla cultura, nella diffusa consapevolezza che cultura e creatività rappresentino componenti trasversali a tutti i settori produttivi, capaci di offrire un contributo non indifferente in termini di innovazione, idee, coesione sociale, al sistema sociale e produttivo di qualsiasi territorio e che, per questo, rappresentino il miglior antidoto alla crisi globale.

In Italia, al contrario, non c’è giorno che non chiudano o comunque siano messe in serio pericolo istituzioni e organizzazioni culturali, anche storiche, dinanzi ai tagli dissennati della spending review, che sicuramente non giovano alla  crescita di questo Paese.

LinkingCalabria aveva affrontato nel dicembre 2010 il problema in un seminario dedicato alle Imprese culturali, che ha avuto il merito di stimolare un ampio dibattito tra gli operatori culturali giunti da tutta la Calabria per  confrontarsi su temi comuni come il profondo disagio di operare in una terra che stenta a riconoscere idee e progetti innovativi (che pure sono diffusissimi, anche se sconosciuti ai più). Una terra in cui la cultura resta avviluppata nei meccanismi del finanziamento pubblico, in assenza di altre fonti, e dove si è costretti a soggiacere  alle dinamiche a volte illogiche e contraddittorie della burocrazia. Meccanismi tuttavia che hanno consentito a diversi organismi anche di portare eventi progetti di grande qualità, riconosciuti anche fuori dai confini regionali.

Una risposta l’ha data di recente la Commissione europea con la Comunicazione (2012) 537 Valorizzare i settori culturali e creativi per favorire la crescita e l’occupazione nell’UE, che ha segnalato come al centro della Strategia d’azione comunitaria 2020 saranno azioni rivolte a puntare non solo sullo sviluppo di nuove competenze, sullo sfruttamento delle tecnologie digitali e delle piattaforme on line, ma anche  su strumenti finanziari ad hoc che consentono di meglio valutare i progetti culturali e creativi e di agevolare l’accesso al credito per imprese ed organizzazioni che operano nel settore della cultura, <<favorendo una migliore combinazione di investimenti in infrastrutture e capitale umano>>.

A riprova del fatto che il ventaglio delle soluzioni è quantomai variegato e  ancora tutto da sperimentare.