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Alle origini della mafia: nella terra di mezzo in cui Stato e criminalità convivono…

Scritto da on 9 dicembre 2015 – 08:10nessun commento
Come si giunge alla percezione dell’ esistenza di un «classe pericolosa», o «classe criminale», riconoscibile e distinta? Separata cioè da quegli altri strati sociali – non solo la populace
urbana dedita alla questua, al facchinaggio o all’arte di arrangiarsi, ma anche l’artigianato povero, i salariati attivi nel piccolo commercio al dettaglio, il multiforme universo degli impiegati occasionali, saltuari, precari, di cui pure i singoli individui che ad essa vengono ascritti fanno indiscutibilmente parte?

Quest’idea, destinata a esercitare una grande influenza sul discorso sociale otto-novecentesco, sorge e si diffonde negli anni Venti del XIX secolo in Inghilterra e in Francia; dove essa viene delineata attraverso la rappresentazione di un «popolo a sé stante», quello criminale, dotato romanticamente (come tutti i popoli) di costumi, moralità, forme di sociabilità e credenze proprie, oltreché di una lingua caratteristica: l’ argot. Rispetto a concezioni risalienti che volevano i dropouts, l’universo dell’infima plebe, costituire un elemento marginale ma in qualche modo integrato nel corpo sociale…questa nuova concezione introduce una separazione basata su due elementi inediti: l’idea che, nella nuova divisione sociale del lavoro, fare il delinquente sia un mestiere; e, soprattutto, che questo mestiere sia ereditario.

Alle origini della mabrigantaggiofia e della camorra. Le racconta Francesco Benigno in La mala setta, edita da Einaudi, che affronta il tema del crimine organizzato partendo proprio dalla categoria di ‘classe criminale’,  costruita nell’ ‘800, e dal consenso popolare che la circonda, fermo ad una visione romantica di setta segreta, nei suoi legami viziosi con un potere che non si fa scrupolo di utilizzarla nel castigare gli oppositori.

La ricostruzione di Benigno si avvita attorno al doppio filo che unisce il neonato Stato italiano e la malavita organizzata e alle diverse pratiche poliziesche di infiltrazioni e manipolazione, ottimizzate durante il fascismo e arrivate sino a noi.

Mafia, ‘ndrangheta, camorra, non nascono come organizzazioni strutturate, come li conosciamo oggi, da un giorno all’altro, poichè il loro sorgere così come il loro destino si intreccia inesorabilmente con quello dei patrioti risorgimentali e dello Stato unitario, creatura ancora fragile esposta ai colpi bassi delle potenze straniere e al gioco di interessi opposti al suo interno, che non si fanno scrupolo, gli uni per raggiungere i propri obbiettivilombroso, l’altro per sopravvivere e difendersi dal dissenso interno -anarchici, socialisti e repubblicani-, di arruolare la criminalità tra le proprie fila.

Il Meridione in questo quadro assume una posizione del tutto peculiare, non legata nè alle condizioni di arretratezza nè a presunti radici biologiche (di lombrosiana memoria), ma ad una zona grigia in cui ritroviamo patrioti cospiratori, spie borboniche, uomini senza scrupoli e semplici criminali, seguaci di Mazzini e Garibaldi poco in linea con la politica governativa insieme a mafiosi e camorristi, in un pericoloso e incandescente magma che unisce esponenti dello Stato e ‘classi pericolose’.

Il saggio di Benigno, docente di Metodologia della ricerca storica a Teramo e direttore dell’Istituto  Meridionale di Storia e Scienze Sociali, rientra in quel filone di studi che riconduce le mafie di casa nostra a un sotto-prodotto della stagione risorgimentale. Senza tuttavia chiudersi nel punto di vista prescelto per l’indagine, anzi, aprendo la strada ad altre domande e forse a letture diverse delle medesime fonti. Nella consapevolezza che oggi spetta allo storico utilizzare le lenti della trasversalità dei saperi offrendo alla storia un respiro più dilatato e ambizioso.