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30 ottobre 2017 – 10:59 |

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Andrea Scanzi: quelli come noi che a quarant’anni…

Scritto da on 15 maggio 2014 – 08:25nessun commento

Ad Andrea Scanzi, ospite giovedì 15 maggio 2014, ore 15 dell’Università Magna Grecia a Catanzaro,  la musica piace eccome, a giudicare dal suo ultimo libro, Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina (Rizzoli), zeppo di citazioni sonore ad iniziare dal titolo, ispirato a un brano di Ligabue, per arrivare a Gaber, la sua grande passione, in una carrellata agrodolce su una generazione, quella dei quarantenni.

andrea-scanziUn ritratto impietoso e autoironico della “generazione di mezzo”, condannata ad un limbo perenne, in cui l’io predomina sempre sul noi,  <<più rottamata che rottamatrice, sdrucita prima ancora di diventare luminosa, di cui nessuno si permette di parlar male, tanto sembra di sparare sulla croce rossa>>. Troppo giovani per il vinile e troppo vecchi per la rete, il ’68  alle spalle per essere catapultati direttamente negli anni ’90,  Tangentopoli, la morte di Falcone e Borsellino, il berlusconismo, la disgregazione di partiti e sindacati, la perdita dei tradizionali punti di riferimento politici e culturali, lo sfaldamento sociale, la crisi economica degli ultimi anni.

 

Quarantenni relegati nelle retrovie e forse ben lieti di stare a guardare da bordo campo ( lui la definisce la “generazione del presepe”), una certa predilezione per il lamento e l’urlo invece di rimboccarsi le maniche e scendere nella mischia. Un autoscatto, quello di Scanzi, non compiaciuto ma ironico e graffiante.  Non velenoso ma ipercritico.

Riflettendo sulla mia generazione, mi tornava in mente uno degli ultimi dischi di Gaber, che era La mia generazione ha perso. Io non so se avesse ragione, anche perché poi generalizzi quando si parla di questo…Io vorrei pensare che la mia generazione non abbia perso semplicemente perché finora non è neanche scesa in campo… Una generazione troppo giovane per il vinile e troppo vecchia per l’arrivo dell’iPhone o l’iPod per esempio. Una generazione che già non sentiva più la capacità di appartenere politicamente e si è rifugiata, per esempio, negli artisti…Noi siamo cresciuti con Troisi, con Benigni, con Nuti, con Verdone, Nanni Moretti. Da un lato orfani dell’esperienza della generazione precedente dall’altro non ancora pronti per la generazione che è arrivata adesso.

 

Così si passa da Pantani ad Alfano, da Jovanotti a Fabio Volo a Sorrentino allo stesso Ligabue, simbolo di una vocazione all’auto-assoluzione sempre più diffusa, in un tourbillon di figure emblematiche che si muovo nei campi più disparati ma con diversi tratti comuni.

Per chi ancora non lo conoscesse (in pochi, visti i numerosi passaggi televisivi e la costante presenza sul web), Andrea Scanzi, aretino, ha mosso i primi passi in Mucchio Selvaggio, per approdare poi a il Manifesto, il Riformista, L’Espresso, Rigore, MicroMega, La Stampa e oggi al Fatto Quotidiano. Ha al suo attivo altri libri di cui Non è tempo per noi è l’ultimo in ordine di tempo.  Da tre anni calca le scene con lo spettacolo Gaber se fosse Gaber,  mentre sta partendo in tournée con Le cattive strade, nei quali affronta vita e percorso artistico di due intellettuali (Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè) inquieti, eretici, scomodi.

 

Non mi piace la troppa informazione
odio anche i giornali e la televisione
la cultura per le masse è un’idiozia
la fila coi panini davanti ai musei
mi fa malinconia.
E la tecnologia ci porterà lontano
ma non c’è più nessuno che sappia l’italiano
c’è di buono che la scuola
si aggiorna con urgenza
e con tutti i nuovi quiz
ci garantisce l’ignoranza.

Non mi piace nessuna ideologia
non faccio neanche il tifo per la democrazia
di gente che ha da dire ce n’è tanta
la qualità non è richiesta
è il numero che conta.
E anche il mio paese mi piace sempre meno
non credo più all’ingegno del popolo italiano
dove ogni intellettuale fa opinione
ma se lo guardi bene
è il solito coglione.
Ma forse sono io che faccio parte
di una razza
in estinzione.
La mia generazione ha visto
migliaia di ragazzi pronti a tutto
che stavano cercando
magari con un po’ di presunzione
di cambiare il mondo
possiamo raccontarlo ai figli
senza alcun rimorso
ma la mia generazione ha perso.

(G. Gaber, La mia generazione ha perso)