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Calabresi, vil razza dannata…storia, identità, narrazioni in un libro di Varano e Veltri

Scritto da on 28 aprile 2014 – 08:30nessun commento

Nel settembre di 64 anni fa Piero Calamandrei, giurista e intellettuale straordinario, pubblicava un numero speciale de Il Ponte, la prestigiosa rivista da lui diretta, interamente dedicato alla Calabria. Intellettuali come Corrado Alvaro, Giuseppe Berto, Leonida Rèpaci, Mario La Cava, Umberto Zanotti-Bianco, Manlio Rossi Doria, raccontarono una società appena uscita dalla guerra, con i suoi mali endemici, la miseria, l’arretratezza culturale, l’analfabetismo, le forti diseguaglianze sociali ma anche con la voglia di rimboccarsi le maniche e di guardare verso il futuro. Che fine ha fatto questa tensione? Partono da qui Aldo Varano e Filippo Veltri, giornalisti di lungo corso, nel libro Una vil razza dannata? Riflessioni sulla Calabria e i calabresi (Città del Sole Edizioni) in un itinerario che unisce passato e presente alla ricerca di risposte concrete e praticabili.

varano veltriSi apre sin dal titolo con un interrogativo, programmaticamente, questo saggio scritto a quattro mani da Aldo Varano, ex inviato de l’Unità, e Filippo Veltri, già direttore dell’Ansa Calabria. Tutto il libro in realtà pone una lunga catena di domande che dallo speciale de Il Ponte del 1950 sono rimaste costantemente inevase: cos’è oggi la Calabria? Perché siamo sempre in fondo a tutte le classifiche? Perché non cresciamo? Perché non facciamo altro che inanellare primati, nella gran parte negativi, l’uno dopo l’altro? Siamo veramente una razza maledetta o è l’ennesimo luogo comune che, insieme ad altri, ha fatto da sempre e continua a fare comodo a chi calabrese non è così come a quel ceto dirigente locale che li utilizza da sempre come alibi e copertura alla propria incapacità di costruire un progetto reale di sviluppo?

 

Temi toccati di recente anche dall’antropologo Vito Teti in Maledetto Sud, (si può leggere qui la nostra intervista) pamphlet  che ha aperto le porte ad un dibattito su diverse testate nazionali,  con il quale Varano e Veltri condividono la lettura lucida e disincantata della realtà meridionale, e calabrese nello specifico, mettendo in guardia dai pericoli dell’ (ab)uso di immagini retoriche che si tramutano facilmente in comodi clichè (auto)castranti, dietro i quali si celano precise responsabilità individuali e collettive. Una realtà dai mille volti, la cui complessità non può certo essere ridotta a pochi insistenti luoghi comuni, esplorata in lungo e in largo con dovizia di analisi, storiche, economiche, sociologiche, dai contributi al numero speciale de Il Ponte, che restituiscono tuttavia anche la necessità di esplorare orizzonti più vasti.

 

Da qui l’urgenza, per gli autori di Una vil razza dannata?, di una narrazione che riesca ad armonizzare launa_vil_razza_dannata_varanoveltri denuncia di mali endemici con le storie di una nuova Calabria che genera ogni giorno progetti e idee, che coltiva competenze ed esperienze, creatività e voglia di innovare. Una nuova Calabria che spesso è costretta ad andarsene per poter esercitare il proprio diritto ad una vita dignitosa, e non solo economicamente. E’ necessario tuttavia ripartire proprio da qui, da

 

un racconto finalmente normale della Calabria, un racconto di coraggio che non oscuri i problemi e le negatività con una denuncia puntuale e non generica dei responsabili e che nel contempo sveli la trama che pure esiste di una Calabria diversa, che resiste, regge, combatte e che invece non emerge. Un racconto normale che si muova lungo il crinale sottile tra il bene e il male, che contribuisca a mettere in rete le tante esperienze che solitamente si muovono e non trovano mai un quadro unitario cui far riferimento … Un racconto, dunque, di coraggio, al termine di tanti decenni che hanno scavato un solco enorme dentro gli stessi calabresi onesti, incerti se proseguire a sperare o invece rassegnarsi al declino.

 

L’anamnesi e la diagnosi di Varano e Veltri riecheggiano le parole, più che mai attuali, usate dalla scrittrice Renata Viganò in uno dei contributi allo stesso numero speciale de Il Ponte, con lo sguardo lucido e attento di una donna che proveniva da oltre mille chilometri di distanza e che aveva fatto dell’impegno politico e sociale una ragione di vita,

 

la gente di Calabria non è né rassegnata né disperata …..le basta essere vista e capita com’è…Si guardano intorno gli uomini e le donne, e i vecchi e i bambini, e tutti sanno bene come rispondere alla propria angosciata domanda ”Perché siamo così?”. Lo sanno e ci vedono lontano, oltre i picchi, i costoni, le rocce del loro mondo relegato, fin verso i luoghi dove potrebbe essere la loro sorte nuova.

 

Quando, la prossima volta, leggeremo sul giornale l’ennesima cronaca di un agguato e l’intervista ad un giovane calabrese che ha creato, spesso dal nulla, una azienda che usa processi innovativi o sta lanciando un nuovo progetto sociale o culturale, concentriamoci su questa notizia, diffondiamola, condividiamola, rilanciamola. Perché il prossimo trend topic sul web non sia più #ndrangheta ma #unaltracalabria.