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Dal fumetto criminale a quello sociale, arriva a Cosenza il Festival del Paesaggio

18 settembre 2017 – 10:26 |

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Declinazioni impietose ovvero cinquanta e più modi di dire crudele

Scritto da on 7 febbraio 2015 – 10:23nessun commento

Le Novelle crudeli di Francesco Cusa, edite da Eris Edizioni nella interessante collana Atropo-Narrativa, sono ormai un vero caso culturale e quasi un oggetto di culto per gli appassionati italiani del genere “orrore e grottesco”. La definizione virgolettata, dello stesso autore, è peraltro contenuta nel sottotitolo del volumetto e in essa si riconoscono in tanti, uniti sotto la bandiera della letteratura impietosa e del politically uncorrect.

cusa e cimino - ubik (1)La raccolta di cinquantacinque novelle del musicista e compositore jazz catanese è ben conosciuta, e amata, anche in Calabria, come si evince dal successo di pubblico di alcuni reading creati in piccoli ma vivacissimi luoghi di incontro/confronto culturale, fra tutti quello decembrino di Castrovillari (allo studio fotografico L’Immagine di Carlo Maradei) e quello dei giorni scorsi presso la Libreria Ubik di Cosenza (con l’emozionata presentazione di Annamaria Caputo e l’accompagnamento di Carlo Cimino al contrabbasso).

Dalla vena ferace ed inquieta di Cusa, da questa sua naturale attitudine alla mescolanza di linguaggi, scaturisce l’odierno scrittore di “novelle ed aforismi” (“perché nella forma-romanzo mi perderei”, confessa con un sorriso disarmante e sornione), si leva un narratore istintivamente incline allo humour nero e al cinismo, il tagliente fustigatore di vizi capitali e incerte virtù, l’impertinente “improvvisatore involontario” (altra definizione autoinflitta) da tempo impegnato in “un progetto artistico di killeraggio comunicativo”.

Da quando gli era apparsa la Morte la sua mano aveva smesso di tremare”, scrive Cusa a pagina 96 del suo libro. E’ il laconico incipit della novella crudele numero sedici, Il countdown dell’alcolista, da cui consegue un piccolo capolavoro di esistenzialismo au contraire, una parabola sulla caducità della vita ma soprattutto sulla assoluta inutilità di opporre una qualsivoglia resistenza a ciò che deve inesorabilmente accadere. Storia lineare e liquida, in cui la Morte predice la fine ormai prossima al protagonista (“Ti mancano tremilaquattrocento bicchieri e poi morirai”) che, tra delirio e coazione a ripetere, decide di far spallucce alla grande livellatrice e continua a tracannare il suo rum e coca fino alla secca e liberatoria esclamazione finale, con cui si concede una uscita di scena da gran filosofo.

Il countdown dell’alcolista è, a suo modo, e certo non da solo, un racconto essenziale per la comprensione del senso delle Novelle crudeli, una sorta di asciutto paradigma che racchiude in sé e nella sua impermeabilità da fluidi che non siano alcolici tutti gli elementi basilari della raccolta: il linguaggio svelto ma accurato (che non è solo tecnica narrativa ma coscienza della condizione umana, percezione della profondità), l’assenza di pietà verso e tra i personaggi, l’allucinazione e la fobia, la morbosità e la deformità, la banalitàCover Novelle crudeli e l’apatia, l’inevitabilità – probabilmente ancora più visibile e netta in novelle come Lettera di un uomo suicida per amore, Virgen 45 o I devoti di San Bastardo – di esiti decisi dall’intervento non già della manzoniana e molto consolatoria divina provvidenza quanto piuttosto di un’assai meno rassicurante umana eccedenza.

Queste Novelle crudeli di Francesco Cusa si leggono d’un fiato. E letti d’un fiato, episodi come Cronaca di un litigio, Il bugiardo e Cristo si è fermato a Empoli o anche L’olandese calante e 101 storie zen sul Jazz sono storie a modo loro complete, compiute. Storie dentro cui l’autore colloca esistenze fallimentari, disegnando traiettorie mai ovvie e mai salvifiche, amorali ma intrise di ironia e di citazioni (anche di un certo teatro contemporaneo) ed attingendo con padronanza ai congeniali toni freddi che mescola a spunti tragicomici per costruire una tela di situazioni e di considerazioni tutte giocate sul filo di una lucida misantropia. Con una facilità di parola non priva, qua e là, di qualche ridondanza, ma ad ogni modo efficace.

Il risultato volge verso quel punto instabile in cui l’incontro/scontro di tante figure in rotta con la vita dà forma ad un ponderoso campionario di “bestialità” e di oscena cialtroneria. Declinazioni impietose della natura umana. Angoli tesi fino al culmine della tensione, fino all’inevitabile conclusione. Una linea si spezza e tutto finisce in niente. In un amen senza gloria né ripensamenti.

Antonello Fazio