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Eduardo Halfon, il pugile polacco e altre storie

Scritto da on 29 gennaio 2014 – 18:45nessun commento

E’ considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura sudamericana contemporanea. Si chiama Eduardo Halfon ed  in questi giorni farà tappa in Calabria, il 30 gennaio a Cosenza all’Unical, il 31 alla Ubik di Catanzaro, il 1 febbraio ancora a Cosenza alla Feltrinelli ed il 2 a Ferramonti di Tarsia per presentare il suo libro Il pugile polacco, edito da Rubbettino.

Nato in Guatemala, nelle vene sangue polacco e libanese, trasferitosi negli Stati Uniti ancora bambino, Halfon è espressione di quell’ebraismo multinazionale e multiculturale che ha sfornato intellettuali, scrittori, filosofi, storici che hanno segnato profondamente il loro tempo.

 

eduardoalfonCosì Halfon parla in inglese ma scrive in spagnolo, la lingua materna, che gli permette ogni volta di tornare “a mia madre, alla mia terra, alla mia infanzia”.

 

Due lingue che non restano all’interno dei rispettivi confini, distinte e separate, ma si contaminano e si influenzano l’un l’altra dando vita ad una scrittura ricca, ricolma di echi e sonorità, sontuosa nelle immagini, nei percorsi ellittici, nei continui flashback.

 

Questo ingegnere che ha lasciato tutto per dedicarsi anima e corpo alla letteratura ha scritto 10 libri, vinto diversi premi tra i quali il prestigioso Guggenheim Fellowship, sino ad essere incluso nella white list dei 40 più importanti scrittori sudamericani.

 

In Italia viene scoperto nel 2012 da Cavallo di Ferro che pubblica L’angelo letterario, viaggio nella grande letteratura, da Hemingway  a Nabokov a Stein e Carver, alla ricerca di quell’angelo –e demone nello stesso tempo- che spinge gli uomini sulla strada della scrittura.

 

Tema che  in qualche modo percorre anche ne Il pugile polacco (The Polish Boxer), un  on the road nella geografia di un’identità frammentata  e ‘fluida’ in un mondo segnato dalla violenza e dall’esilio.

 

Ci sono molte dualità nella nostra vita. E’ molto difficile attribuirci un’identità o delle radici. Ti senti cittadino di un paese? Niente affatto. Abbiamo una sensazione costante di essere fuori……La mia realtà è un’esistenza fluida…. Sono un americano quando sono negli Usa, guatemalteco quando sono in Guatemala, spagnolo in Spagna. Posso modificare la mia voce, il mio aspetto e fingere di essere dove sto in quel momento. Eppure io non sono realmente lì.

 

Eduardo Halfon entra ed esce dalle sue molteplici identità (quella libanese, la polacca, la guatemalteca, quella nordamericana), avendo sempre cura di tenersi “sufficientemente lontano dall’ebraismo”.  A differenza di Milan che porta dentro di sé insieme a Liszt e Chopin la musica gitana di Markovic e Bajramovic e di Juan che “non avrebbe mai lasciato la poesia, essenzialmente perché la poesia non avrebbe lasciato lui”.

 

Si tiene a distanza dalla sua storia anche Oitze, il nonno di Eduardo, che rifiuta di parlare in polacco, la lingua materna ma anche la lingua di coloro che nel 1939 lo hanno tradito consegnandolo ai nazisti.  69752 è il suo numero di matricola ad Auschwitz. Cinque numeri facili da ricordare, come un numero telefonico, come spiega il tatuaggio sul braccio al nipote. E’ ad un Eduardo adulto che Oitze racconta la ‘sua’ storia di sopravvissuto grazie alle parole salvifiche di un pugile, polacco di Lodz, come lui.

 

La vicenda di Oitze, che permea “come un fantasma o un respiro tutto il libro”, racconta di una ferita mai memoriaferrmontirimarginata, per i sopravvissuti, per i loro figli, i loro nipoti e le generazioni future: l’impossibilità di ammettere che pochi uomini riuscirono a mettere in moto ed fare accettare come giusta e ragionevole una macchina dello sterminio progettata, studiata in tutti i particolari e realizzata con la complicità di tutti, vittime comprese.

 

Racconta anche un’altra impossibilità: quella della letteratura nel voler creare l’illusione di una realtà unica. E la sua forza incessante di costruire e distruggere l‘esistente, per rinascere ogni volta dalle proprie ceneri.