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29 maggio 2017 – 08:31 |

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Emil e il demone del nulla. Mario Rigoni legge Cioran al MARCA di Catanzaro

Scritto da on 21 aprile 2017 – 08:41nessun commento

Ho convissuto con la morte, fin da molto giovane. Anche ora che ho più motivi per pensarci, non associo nessuna idea compulsiva alla morte. In gioventù, l’idea che avevo della morte era un’ossessione predominante, giorno e notte. …Questo, naturalmente, fu anche il motivo per cui non ho dormito bene durante quei sette anni della mia giovinezza, e dei quali divenni esausto. In quel periodo scrissi “Al Culmine della Disperazione”. Questa insonnia persistente divenne il mio punto di vista sul mondo e il mio atteggiamento nei suoi confronti. …

 

Così diceva Emile Cioran nella sua ultima intervista  , prima di morire, il 20 giugno 1995 evocando il demone che lo insegue da sempre, l’insonnia, lente di ingrandimento su un’esistenza ridotta a brandelli di solitudine e disperazione, alla quale deve tornare il pensiero e scorrere in essa, fuori da formalismi e astrazioni.

Quest’uomo che si definiva ‘infinitamente tragico e infelice’ era nato nel cuore dell’Europa, in Romania, ne aveva assorbito gli influssi e l’ invincibile tensione a ribellarsi alle convenzioni date, si era infatuato del fascismo e se ne era allontanato inorridcropped-cioran2-11953731_stdito dopo aver inutilmente cercato di evitare che uno dei più cari amici, ebreo, finisse a Auschwitz. Aveva deciso di lasciare la sua terra, che lo aveva ripagato togliendogli la cittadinanza, per scegliere come nuova patria la Francia e come lingua il francese, nel quale scriverà gran parte della sua produzione di aforismi, saggi e romanzi.

Una lingua straniera nella quale Cioran si troverà costretto come in una camicia di forza e che allo stesso tempo cucirà su misura per rivestire la rabbia, l’ impeto selvaggio e la feroce ironia, fino a farne quello che da molti venne definito “il più bel francese del secolo”.

Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo e nient’altro.

Suicida mancato grazie, come scrisse più tardi, alla scrittura: scrittura intesa come terapia, esercizio spirituale, lente di ingrandimento, destino; la parola per ‘vomitare’ fuori le amarezze, per srotolare i pensieri ‘amari come lacrime’, per accelerare la fine. Parole, tuttavia, spesso abusate, svuotate di senso, cui siamo costretti a fare i conti se vogliamo continuare a esprimerci, a comunicare. Non si può venire a patti con il mondo, e allora bisogna farlo con la parola, scrive, magari utilizzando la forma che le restituisce senso, che ci riporta al silenzio: l’aforisma.

Concepire un pensiero, un solo e unico pensiero, ma capace di fare a pezzi l’universo.

Per Cioran non c’è luce, tutto è ombra, tenebre oscure, alle quali appartengono anche il principe Vlad e i cioransuoi eredi, partiti dalla stessa terra, la Transilvania, per cercare altrove quella pace che un feroce destino che li àncora alla immortalità ha carpito loro. Una ricerca vana, come quella umana, divorata da sé stessa. Nessuna illusione, quindi, per una umanità destinata, per il solo fatto di essere nati (titolo di uno dei sui libri più famosi) all’autodistruzione. ‘L’aggressione dell’uomo contro se stesso’, scriverà.

“Tutto è dolore”. La formula buddhista, modernizzata, suonerebbe: “Tutto è incubo”. [….] Non mi perdono di essere nato. È come se, insinuandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di inaudita gravità. Mi capita però di essere meno perentorio: nascere mi appare allora una calamità che sarei inconsolabile di non aver conosciuto.

Un vizio che segue implacabile la nostra esistenza, che ci portiamo dietro come un marchio d’origine, un difetto costitutivo. E chi non abbia frequentato quotidianamente “il funesto demiurgo”, fedele compagno di chi guarda negli occhi il male, avrà vissuto come un sonnambulo.

Il mondo, “unificato nel grossolano e nel terribile” può liberarsi solo grazie alla leggerezza, ma

per diventare futili, dobbiamo tagliare le nostre radici, diventare metafisicamente stranieri.

Il nulla, la vacuità dell’esistenza, la solitudine, la noia, l’avversione verso ideali e ideologie, l’insofferenza verso l’intellettuale engagé (lo stuolo infinito degli intelligenti non illuminati), il lato oscuro e inquietante della Storia che da sempre ha seminato orrore e morte, e la disperazione dell’Utopia, porta che conduce a un inferno a tinte pastello, sono i temi portanti della sua opera, da Sommario di decomposizione al Taccuino di Salamanca, Un apolide metafisico, Sillogismi dell’amarezza, Al culmine della disperazione, La tentazione di esistere.

Aspetti che riconducono a tutta una tradizione di pensiero, dallo spleen di Baudelaire a Camus e Sartre a Pirandello, che rinvia al male di esistere. E che lo legano a Leopardi, che definiva ‘suo fratello d’elezione’, ‘compagno di strcioran rigoniada’ di cui teneva affissa in casa L’Infinito. Terreno comune sul quale si snoda il rapporto di amicizia e lavoro con Mario Andrea Rigoni, docente, critico letterario e scrittore, che ha diretto la traduzione delle sue opere per Adelphi, aprendo la porta anche in Italia alla conoscenza di uno dei più rilevanti pensatori del Novecento. Un rapporto intenso e quotidiano, fatto di una fitta corrispondenza e degli studi di Rigoni che offrono nuove chiavi di lettura al pensiero di un apolide metafisico (Mon cher ami; In compagnia di Cioran).

Sarà proprio Mario Andrea Rigoni a ricordare Cioran sabato 22 aprile al MARCA di Catanzaro in un appuntamento imperdibile, organizzato dalla Libreria Ubik.