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30 ottobre 2017 – 10:59 |

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Il grande otto, ritratti in punta di penna di un’ altra Calabria

Scritto da on 26 maggio 2014 – 08:30nessun commento

Giuseppe Russo faceva l’odontotecnico. Per diletto disegnava caricature che esponeva nella vetrina della cartoleria Filardo che si affacciava sul centralissimo Corso Mazzini di Catanzaro…Un bel giorno capitò nel capoluogo Pio Vanzi, giornalista, scrittore e cineasta… L’incontro tra Russo e Vanzi fu una folgorazione…Fu così che Pio Vanzi scoprì il talento calabrese, portandoselo a Roma. Da quel momento Giuseppe Russo diventò Girus, , il nome d’arte con cui firmerà tutte le sue opere.  Comincia così Girus, tra i maggiori disegnatori e caricaturisti degli inizi del Novecento, uno dei ritratti in punto di penna che Bruno Gemelli tratteggia ne Il grande otto. Storie dimenticate di Calabria (Città del Sole).

 

Uno zibaldone di storie, luoghi, avvenimenti, scivolati ormai nell’oblio del tempo. Dal baule delle storie, raccolte in 30 anni di attività nelle redazioni di diverse testate,  Gemelli tira fuori ritratti inediti di Mimmo Rotella, Raf Vallone, Montanelli, Leopoldo Trieste, Vittorio De Seta.  Ma percorre anche in lungo e in largo lo spazio e il tempo per rievocare volti e memorie, testimonianze di quella ‘varia umanità’ che ha costruito, tassello dopo tassello, la storia di questa terra. Un passato di cui abbiamo perso le coordinate ma che può offrire più di una chiave per decifrare il presente e costruire il futuro.

 

Occialì Kilic_Ali_PashaPartendo magari da quel Cicco Simonetta, che da Caccuri arrivò a Milano e la governò prima di essere ucciso da Ludovico il Moro, che Machiavelli non esitò a definire “uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”; dalle storie dei calabresi che contribuirono al sogno di Garibaldi nell’avventura dei Mille o alla Resistenza al fascismo, come il Comandante Frico, nome di battaglia del catanzarese Federico Tallarico, che con un drappello di ex militari, disertori, ex prigionieri, donne, mise in piedi una brigata conosciuta in tutta il Nord per le accurate strategie di guerriglia, che contribuirono a liberare la colline torinesi dai nazi-fascisti; o da Occialì, che da Isola Capo Rizzuto approda a Istanbul, entra a Corte e riesce, unico nella flotta ottomana, a portare in salvo le proprie navi nella battaglia di Lepanto.

 

48 storie che Gemelli racconta con la leggerezza, lo sguardo sornione e l’ironia di chi non si prende mai sul serio. Noi ne vogliamo sapere di più e così lo raggiungiamo nel suo ‘tour’ di presentazione del libro.

 

Bruno, nel tuo libro, sulla scia del Giro delle Calabrie, che negli anni del dopoguerra riunì il meglio dei piloti dell’epoca, compi un viaggio nella memoria di una terra, pronta  più a riporre nel baule che a mettere insieme i frammenti di un grande quadro collettivo. Erodoto scrive della necessità di evocare il passato “perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute …., non restino senza fama”, nel tentativo  di comprendere ciò che siamo diventati. E’ una citazione con cui avresti potuto aprire il tuo saggio?

La tua citazione è perfetta. “Il grande otto”, oltre ad essere il titolo del primo dei 48 capitoli che compongono girodelle calabrie jpg1.il libro, è una metafora. E’ l’allegoria delle Calabrie che per la prima e forse unica volta diventano Calabria per merito di una corsa automobilistica di velocità che dal 1949 al 1957, in una domenica di agosto, e per 732 chilometri, unisce la Calabria e i calabresi in un grande otto che è il percorso disegnato dalla gara attraverso Catanzaro-Cosenza-Crotone-Catanzaro-Vibo Valentia-Reggio Calabria-Catanzaro, lungo le uniche tre strade esistenti allora. La 19 interna, la 18 tirrenica e la 106 jonica. Questa gara era la terza per importanza nazionale dopo la Mille Miglia (Brescia-Roma-Brescia) e la Targa Florio. La Mille Miglia fu raccontata da Federico Fellini, Enzo Biagi, Lucio Dalla, Paolo Conte. La Calabria non ha avuto questa fortuna.

 

C’è un filo conduttore tra le decine di storie che racconti e come li hai scelte?

Non c’è né un filo logico né cronologico. Il baule della memoria è per definizione disordinato. Il libro si può leggere partendo dalla fine o da dove si vuole. Come scelgo le storie? Sono le storie che scelgono me, nel senso che ciascuna storia deve contenere uno o più dettagli che mi incuriosiscono. E poi le storie sono scatole cinesi che racchiudono altre scatole.

 

Le strade tortuose e i tornanti affrontati nel Giro delle Calabrie mi sembra rappresentino una metafora di alcune biografie che hai raccolto in questo libro. Parlo di Ciccio Modafferi, Titta Foti, Gennaro Miceli, persone come tante, in apparenza, ma che ebbero il coraggio di sollevare la testa e di ribellarsi al silenzio, alle complicità, all’assuefazione, mali endemici di questa terra…

Modafferi e gli altri sono personaggi che mi hanno attratto perché non banali e perché dovrebbero essere conosciuti perché hanno aperto dei filoni di grande interesse sociale e di spessore umano. Ciccio Modafferi è stato il primo sindaco antimafia (vero) d’Italia, Titta Foti è stato l’unico maestro di giornalismo che abbia avuto la Calabria, Gennaro Miceli è stato un parlamentare comunista di grande qualità e ingegno, fu il padre della cooperazione in Italia.

 

Nel tuo libro racconti di personaggi noti –da Mimmo Rotella a Leopoldo Trieste a Girus a Raf Vallone- ma anche vicende poco note ma altrettanto significative per la nostra Storia. Penso a quella del Comandante Frico, che dopo l’8 settembre e la dispersione del suo battaglione continuò a combattere nelle brigate partigiane e, alla fine della guerra, a testimoniare, con semplicità e schiettezza, i valori della Resistenza fino alla sua morte, avvenuta qualche anno fà…

fricoDei personaggi che citi cerco di trarre gli aspetti poco conosciuti. Di Raf Vallone ho preso in considerazione non il lato artistico ma quello intellettuale. E’ stato amico di Cesare Pavese, aveva due lauree, era capo della redazione culturale de l’Unità a Torino. E ancora: ha fatto la guerra partigiana nella formazione azionista di “Giustizia e Libertà” e ha giocato in serie A nel grande Torino come ala destra. Di Leopoldo Trieste ho colto la sua malinconia, di Mimmo Rotella, un genio che si è goduto la vita celando un’innata strafottenza, Girus è stato uno dei più grandi disegnatori italiani; quello che inventò la mascella squadrata di Mussolini.  Il Comandante Frico è stata una figura limpidissima di eroe, ed altri ancora.

 

Qual è la storia che ti ha colpito di più? Ce n’è qualcuna che ti penti di non aver raccontato?

La storia che mi ha colpito di più è l’ultimo capitolo: “La famiglia Montalbano”, il romanzo scritto da Saverio Montalto, pseudonimo di Francesco Barillaro, un veterinario che uccide per sbaglio la sorella e nel manicomio criminale di Aversa diventa scrittore. Pentito no, anche perché ci sarà un altro libro di storie. Ma prima ….

 

Appunto. So che stai lavorando a un nuovo libro. Puoi anticiparci di cosa si tratta?

A fine anno dovrei licenziare la storia di Luigi Silipo, un dirigente comunista che è stato ucciso misteriosamente il primo aprile del 1965.

 

Una storia esplorata, se non sbaglio, già dal collettivo Lou Palanca (Blocco 52, Rubbettino)…

Gli amici hanno scritto il romanzo di Luigi Silipo, io scrivo dell’indagine e del contesto storico-politico in cui è maturato, formulando almeno dieci moventi dell’omicidio. Un giallo bello e buono. Fra l’altro il 2015 ricorre il 50° anniversario della sua morte.