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Il treno nel Sud, il ritorno a casa di Corrado Alvaro

Scritto da on 30 marzo 2017 – 11:41nessun commento

A chi, straniero o italiano, mi domanda itinerari meridionali, consiglio spesso di imbarcarsi a Villa S. Giovanni per Messina…per vedere le donne di Bagnara che fino a ieri eravamo pochi a conoscere, a aspettare affacciati al treno come ci si affaccia a vedere il Battistero o la Torre di Pisa dal treno in corsa…. Andate a vederle al traghetto tra Reggio e Messina. …tenete gli occhi ben aperti e guardate le donne di Bagnara che escono da tutte le parti dai posti di ponte con le loro ceste e i loro sacchi vuoti sul capo; e poi al ritorno cariche della piccola merce che trafficheranno… Lo sanno anche i doganieri che esse fanno contrabbando di sale dalla Sicilia dove il sale non è genere di monopolio.

filippo romano_ferruzzanoScriveva così Corrado Alvaro nel 1958 in Le donne di Bagnara, uno dei capitoli che compongono Il treno nel Sud, riedito da Rubbettino a 70 anni di distanza dalla sua uscita, che verrà presentato il prossimo 31 marzo a Cosenza, Libreria Feltrinelli, dall’antropologo Vito Teti e dallo scrittore Giuseppe Lupo. Ultima tappa della trilogia Itinerario italiano, questo taccuino di viaggio è segnato da uno strano destino, pencolante tra l’ essere uno dei reportage più noti e citati del secolo scorso quanto  ‘oscuro oggetto del desiderio’ di tanti, difficilmente rintracciabile se non nelle biblioteche o nei mercatini dell’usato a causa di opinabili scelte editoriali. Meritoria, dunque, la scelta dell’editore Rubbettino che ha riportato alla vita l’opera e chiamato Vito Teti, da qualche anno prezioso testimone della parabola dello scrittore di San Luca, ad introdurre il lettore nell’ universo Alvaro.

Nino Borsellino, critico letterario che si è occupato a lungo dell’opera alvariana, ha osservato acutamente come allo scrittore di Gente in Aspromonte non piacesse viaggiare e scrivere perchè il suo divertimento Filippo Romano_Il castello di Nicola Flotta a mandatoriccio (Cs)stava piuttosto nell’osservazione, nel cogliere un gesto, una parola o una condizione rivelatrice di uno status, individuale e più spesso collettivo. Ne abbiamo un esempio luminoso ne Le donne di Bagnara, che abbiamo citato all’inizio di questo articolo, e altrettanti nel corso di questo on the road atipico in cui la Calabria diventa metafora delle condizioni del Meridione, in fuga perenne da sé stesso, nel ciclo infinito degli abbandoni e dei rimpianti, della ricerca di un Altrove capace di cura e accudimento e della perenne nostalgia di una terra bella e matrigna.

Il Sud di cui parla Alvaro, al pari di altri Sud del mondo, è un luogo geografico, ma allo stesso tempo un problema e una questione sociale che va spiegato con riferimento alla geografia e una storia lontana e vicina. È un Sud caratterizzato da una cultura tradizionale agropastorale, che appare come un luogo altro e diverso pure all’interno della nazione di cui fa parte. L’alterità del Sud consiste però anche nelle immagini e nelle narrazioni che gli altri ne hanno offerto e anche nelle forme di rappresentazione che i suoi abitanti ne hanno costruito per rispondere allo sguardo esterno, ora assumendolo ora negandolo, comunque restandone condizionati. Alvaro, che conosce benissimo la letteratura di viaggio sul Sud e la letteratura meridionalistica, non si sottrae al topos letterario e antropologico, alla necessità, di fare i conti con le leggende e i pregiudizi esterni, di confutarli, attenuarli, rovesciarli. Non è un caso che, affrontando la leggenda del dolce «far niente», riprenda uno dei motivi canonici della letteratura sul Sud e sui meridionali: quello dell’ozio attribuito dai filipporomano_riace_visitatori del Nord, almeno fin dal Seicento, a tutte le popolazioni d’Italia. Una lettura raffinata, mai banale del Sud, che Alvaro può e sa guardare dall’interno, riconoscendone l’alterità. La sua comprensione del mondo di appartenenza gli consente, per esempio, quando parla dei napoletani, di mostrare come ciò che gli altri considerano «servilità» altro non è che «rassegnazione e tolleranza», o anche un senso di intima superiorità spirituale, che si regge sul fatto di capire. E così l’osservato ribalta il punto di vista dell’osservatore. Il doppio statuto di interno ed esterno, di chi è andato via e di chi torna, di chi è rimasto ed è sempre fuggito, consente ad Alvaro di ricondurre i tanti stereotipi sul Sud, non tanto confutandoli o rigettandoli, quanto riportandoli a una storia e un’antropologia che egli conosce profondamente e segnalando anzi, come in un universo mondanizzato, quei modi di essere e quei valori che potrebbero trovare una nuova udienza e un nuovo senso. Solo uno scrittore che ha guardato questa terra con occhio interno e in profondità può restituire il senso che sfugge a qualsiasi riflessione socio-antropologica.

Un libro da leggere e ri-leggere,  nel suo essere ancora capace di illuminare il nostro presente.

(Ph. Filippo Romano)