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La Calabria nomade e inquieta di Vito Teti

Scritto da on 3 novembre 2015 – 08:35nessun commento

C’è sempre un carico di sofferenza da affrontare nel viaggio se il luogo da attraversare è il Sud. Che sia un viaggiare al Sud, per il Sud o lontano dal Sud, il fardello non manca mai.

È un’impronta che quei  luoghi si portano appresso e che giunge da lontano, dalla storia, dalla geografia, dalla morfologia della terra e delle persone che VitoTeti_SanRocco3_011la vivono. Ma è una sofferenza che non incute paura, semmai voglia di capire, approfondire per studiarne l’origine, la trasmissione e i tanti modi per affrontarla e convertirla in ricchezza”. Parola di Roberto Saviano, che apre così la sua recensione a Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale, edito da Rubbettino, l’ultima fatica editoriale di Vito Teti, docente di Antropologia culturale all’Unical e scrittore prolifico .

Un testo che, anche attraverso un ricco apparato di immagini, racconta i mille volti di una terra stremata dalla mancanza di lavoro, dallo scempio delle coste, dal dissesto idrogeologico (che anche in questi giorni non ha mancato di far parlare di sè), da enormi incompiute e da cattedrali nel deserto, da ospedali, ponti, strade mai utilizzate ma sui quali si sono riversati a fiumi i finanziamenti pubblici, frutto del malefico impasto di incuria, ruberie, corruzione, interessi politici e criminali. Macerie difficili da elencare tutte.

Un pezzo di Meridione che, fuori dalla vulgata comune di un Sud da sempre vito teti Calabria 1976 (4)immobile e uguale a se stesso, consegna invece di sé l’immagine di una terra irrequieta, inquieta, sempre in movimento, in fuga, persino da se stessa. La cui cifra identitaria trova linfa nell’erranza e nell’inquietudine, e nel movimento osmotico tra i popoli che sulle coste calabresi approdano da sempre e i meridionali che da quelle stesse coste partono verso l’ignoto, ieri verso le Americhe, oggi verso l’Europa del Nord.

Radicamento e fuga, stanzialità e viaggio, abbandono e ricostruzione dei luoghi non solo non si escludono, ma convivono“. Apparenti opposti dietro i quali si celano i mille volti di una terra di cui è impossibile la reductio ad unum.

C’è un mondo mobile, che pure quando sta fermo non smette di sognare la partenza e il ritorno. Che si vuole appaesare, ma che è ovunque fuori posto. Paesi che scivolano via, luoghi che mettono nuove radici, comunità e persone inquiete che segnano strade e cammini non ancora battuti, inventandosi tutto: lavori, relazioni, parole, rituali, immagini, la propria stessa presenza. È un mondo disordinato, che non comincia e non finisce, ma deve essere percorso da dentro e riguardato con vicinanza, studio, rigore.

Un ‘mondo mobile’ che appartiene alla nostra quotidianità dalla notte dei tempi, che si intreccia con il mito, con la dimensione religiosa e simbolica, onnipresente nella terra della festa e dei pellegrinaggi. A muoversi non sono solo gli uomini vito teti Calabria 1976ma la stessa terra, ‘ballerina’ per nascita e destino, nella quale i terremoti si insinuano nella ‘normale’ quotidianità, i paesi si spostano, fino a duplicarsi, i ponti crollano, i fragili versanti franano.

Forse da qui nasce quell’ inquietudine di fondo, quella condizione di smarrimento, quel sentirsi eternamente spaesati, provvisori o fuori posto. La malinconia e la nostalgia “di chi ha abbandonato quelle terre, ma anche di chi vi è rimasto non riconoscendole più come proprie”. Di chi si chiede “Che ci faccio qui?”, domanda che dà anche il titolo alla collana inaugurata con questo saggio, diretta dallo stesso Teti, che ha tratto ispirazione dal libro di un nomade della letteratura per eccellenza -e viaggiatore compulsivo- come Bruce Chatwin.

Una citazione di cui si fa spesso uso (anche a sproposito) per parlare di viaggi,vito teti Calabria 1975 fisici e dell’anima, di cammino come condizione umana necessaria nella ricerca di un altrove, forse difficile da trovare sulla cartina geografica, ma legato a doppio nodo a quel cambiamento, che “è la sola cosa per cui valga la pena vivere”, secondo lo scrittore inglese. Che da queste parti potrebbe anche limitarsi alla semplice (ma da queste parti nulla è come sembra) possibilità di “scegliere se restare, partire o tornare. Un augurio che non possiamo non farci per questa terra. Anche partendo da questo libro.

 

Tale per nostra sorte

Il viaggio che proseguo,

In un battibaleno

Esumando, inventando

Da capo a fondo il tempo,

Profugo come gli altri

Che furono, che sono, che saranno.

(Giuseppe Ungaretti)

 

Le foto di questo articolo sono tratte da www.vitoteti.it