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La scrittura rende liberi, voci dal carcere in un libro di Eugenio Masciari

Scritto da on 15 febbraio 2012 – 07:21nessun commento

Sarà presentato in anteprima giovedì 23 febbraio, alle ore 15.30, presso la Casa circondariale di Catanzaro in un incontro cui parteciperanno, tra gli altri, anche l’assessore regionale alla Cultura, Mario Caligiuri e l’Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, mons. Vincenzo Bertolone, il libro La mia vita è un romanzo, di Eugenio Masciari, edito da La rondine.

Il testo raccoglie racconti e riflessioni di 15 detenuti,  esito del Laboratorio di scrittura creativa tenuto lo scorso anno nel carcere di Catanzaro dall’attore e regista Eugenio Masciari – che vanta un percorso di tutto rispetto in teatro ed al cinema a fianco di maestri come Giorgio Strehler, Nanni Moretti, Mario Monicelli e Roberto Benigni -, promosso dall’assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Catanzaro

«Il carcere è nell’essenza un’istituzione necrofila», scrive uno degli autori, nella quale a dispetto di tutto «sopravvive l’amore per la vita».

Ed allora, più che ripercorrere la propria storia personale ed i delitti che hanno condotto gli autori ad essere condannati alla pena dell’ergastolo, ci si confronta e si discute di libertà, giustizia, libero arbitrio, fisica quantistica e teologia, interrogando il pensiero di Platone, Sofocle, Faust, Shakespeare, Gesù, ma anche del ruolo della pena nella nostra società.

Come scrive Luigi Manconi nella presentazione, «in questo libro, senza mai dimenticare la povertà desolante del contesto, si parla di quella ricchezza rappresentata dalla irriducibile capacità creativa degli esseri umani e della potenza irresistibile della scrittura. La funzione di un lavoro come questo non è di rasserenare gli animi dei condannati a un “fine pena mai”, ma di “disturbare” il silenzio che li circonda e l’indifferenza di quanti ritengono che la cosa non li riguardi. Proprio i condannati ci dicono come il carcere possa sfuggire al suo destino di luogo di mera sofferenza e aprire nuovi orizzonti di civiltà».

Ed allora la scrittura può costituire –e costituisce- uno strumento formidabile per ripensare (rsi) modelli e canoni di comportamento consolidati, per indagare aspetti di sé forse non del tutto esplorati, per condividere con gli altri le scoperte fatte.  «Alla fine di ogni lezione – racconta Masciari – chiedevo ad ognuno di mettere per iscritto cosa aveva stimolato in loro. Nell’incontro successivo si leggeva e si discuteva sul loro punto di vista e si passava alla lezione successiva. Mano a mano che si andava avanti con gli argomenti, molti cambiavano le loro opinioni, quando raramente nella loro vita avevano cambiato o ammesso di aver cambiato idea su un qualsiasi argomento, e mi chiedevano se potevano correggere, rifare o aggiungere qualcosa ai temi già svolti. Questo loro ripensare alle proprie idee è stato per me il riscontro che il corso di scrittura stava ottenendo i suoi frutti, un fatto inaspettato, un sintomo di fiducia verso la mia persona e di condivisione con gli altri detenuti ed, in ogni caso, segno di umiltà ed intelligenza».