Primo Piano »

Andrea Cefaly jr alla scuola di Casorati in mostra a Catanzaro

30 ottobre 2017 – 10:59 |

E’ una mattina tersa e luminosa inusuale per l’inverno torinese quella in cui si incontrano per la prima volta il pittore affermato, amico di Casella e Gobetti, e il giovane arrivato dalla Calabria che ha fatto dell’arte il suo unico …

Leggi tutto »
Home » Libri

La steppa, il romanzo distopico di Sergio Baratto, si aggiudica il Premio Berto

Scritto da on 6 luglio 2016 – 08:00nessun commento

E’ Sergio Baratto, co-fondatore, insieme a Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e altri, del blog letterario (e omonima rivista) Il primo amore. ad aggiudicarsi la XXIV edizione del Premio Letterario nazionale Giuseppe Berto, che quest’anno è tornato in Calabria, a Ricadi, con il suo romanzo d’ esordio, La steppa.

La Steppa è lo spazio selvaggio che si spalanca al confine della civiltà. Solo che il confine è molto sottile, e vicino: è la striscia d’asfalto che separa il paese di Arimiate dalla la steppa cop 8_5253985720471889853_ndesolazione. Sullo sfondo,  gruppi di disperati che si muovono nella notte, emarginati da una società decaduta ma decisa a preservare un illusorio benessere blindandosi nei supercondomini asettici che continuano a fiorire ai margini della statale. Poi c’è una temibile crisi economica che ha spazzato via tutto, anche la pacifica convivenza, e la resistenza, disperata, di tre ragazzi alla follia che pervade ogni cosa.

Un romanzo di iniziazione -lo ha definito la Giuria- che sottintende un lucido giudizio morale, un’utopia negativa che non rinnega la terribile bellezza di una storia d’amore, un angolo della provincia lombarda che si allarga a contenere il mondo intero. Sono questi gli elementi più caratteristici di un esordio che si segnala per la forza e l’esattezza di una lingua severa e commovente, implacabile come l’incubo che descrive.

Una scrittura visionaria e potente, nella quale Sergio Baratto porta all’estremo le conseguenze del deserto culturale, economico e morale in cui le nostre vite sono ogni giorno di più impigliate, attraversando luoghi che assomigliano a quelli in baratto-premio-604x270cui ci muoviamo, incrociando personaggi che hanno la forza e la disperazione autentica degli outsider che sarebbero piaciuti tanto a un altro outsider, Giuseppe Berto.

 

Qui il prologo:

Un tempo le stradine correvano per la Pianura perdendosi tra le risaie, le marcite e i campi di granoturco, esili strisce d’asfalto rosicchiate dalle ruote dei trattori, e lungo le sponde dei fossi in primavera rosseggiavano i papaveri. D’inverno, invece, l’erba si rifugiava sottoterra e ogni cosa sprofondava in un sonno letargico in cui i fiori esistevano soltanto come creature sognate o come quelle piccole luci improvvise che si accendono a volte appena prima di assopirsi, nel buio non ancora dormiente, dietro le palpebre chiuse. E in estate i temporali sorprendevano gli adolescenti in bicicletta, le coppiette in cerca di un posto appartato. Allora ci si rifugiava nei fienili, se si aveva la fortuna di incontrarne uno abbandonato in mezzo ai prati, o ci si stringeva l’uno l’altro sul sedile dell’auto, nel buio, e per un istante il biancore dei lampi tatuava sui volti e sulla pelle nuda i disegni mutevoli che la pioggia scarabocchiava sul parabrezza.

Adesso la Pianura appare disadorna e desolata, salvo agli occhi capaci di vedere le ombre che guizzano furtive tra gli steli dell’orzo selvatico. I trattori non scivolano più lenti per le stradine tra i campi, le mietitrebbie hanno smesso di riempire l’aria con i loro grugniti e i loro rumori di masticazione. Le cascine crollano sotto il peso dei rovi, il luppolo avvolge bastoni dimenticati da mani ormai sepolte contro vecchie staccionate che non delimitano più nulla, frammenti di muri rossastri si ergono insensati e solitari nell’erba, simili a zanne fossili di bestie senza nome che nessuno ricorda.