Primo Piano »

Andrea Cefaly jr alla scuola di Casorati in mostra a Catanzaro

30 ottobre 2017 – 10:59 |

E’ una mattina tersa e luminosa inusuale per l’inverno torinese quella in cui si incontrano per la prima volta il pittore affermato, amico di Casella e Gobetti, e il giovane arrivato dalla Calabria che ha fatto dell’arte il suo unico …

Leggi tutto »
Home » Libri

Maledetto Sud: per un’etica dell’erranza e della restanza

Scritto da on 20 gennaio 2014 – 10:06nessun commento

Non è facile, per chi sia nato al Sud, al Nord o al Centro, dirsi italiano e non è facile nemmeno non dirsi italiano. Questo indipendentemente dalla parte d’Italia in cui si è cresciuti…. L’idea di appartenere ad un’entità geografica, culturale, linguistica -mai politico-amministrativa- di nome Italia ha una storia millenaria e risale almeno al periodo antico, alla Roma repubblicana ed imperiale….

 Quell’idea forte e alta d’Italia unita, frutto di invenzioni e nostalgie, di storia comune e separatezze e di tradizioni, paradossalmente si appanna, sfuma, si stempera, a volte scompare proprio quando l’unità politico-amministrativa viene realizzata. Mentre l’unificazione era in corso, ben presto piemontesi e meridionali, patrioti e briganti, si accorsero di come tra mito e realtà lo scarto fosse abbastanza forte e di come quello che era stato percepito come somiglianza fosse diverso, altro, e quelle distanze che si immaginavano superabili, sarebbero diventate più forti, quasi irraggiungibili.

 

E’ l’incipit di Maledetto Sud, l’ultimo libro di Vito Teti, edito da Einaudi, che ha suscitato in questi mesi un ampio dibattito anche nazionale, ospitato il prossimo 24 gennaio 2014 dalla Libreria Ubik di Catanzaro.

 

vitoteti_nUn pamphlet che si colloca all’interno di quel filone di studi (da Giovanni Valentino a Pino Aprile ad Anton Giulio Stella e Sergio Rizzo a Gianfranco Viesti a Carlo Trigilia) che ha scelto, pure con impostazioni e percorsi diversi,  di raccontare il Sud attraverso  la decostruzione di luoghi comuni, schemi e dietrologie,  che denunciano la difficoltà di interrogare con sguardo lucido un tema, il Mezzogiorno, che fa ancora problema.

Tema che Vito Teti, antropologo e scrittore, conosce bene per averlo affrontato più volte dagli anni ’90 ad oggi nei suoi studi  (da Il senso dei luoghi a Storia del peperoncino a Pietre di pane. Un’antropologia del restare a La razza maledetta )e nel romanzo Il patriota e la maestra, che nel 2013 gli ha valso il Premio Letterario Tropea.

 

In Maledetto Sud Teti esamina –e smonta- capitolo dopo capitolo miti e stereotipi più comuni nati su e intorno ai meridionali (oziosi, sudici, maledetti, melanconici, briganti, camorristi e ‘ndranghetisti, pittoreschi), fonte per questi ultimi di frustrazioni e  risentimenti,  di una “psicologia degli assediati e dei dimenticati”, di autoassoluzioni e autodenigrazioni, di una (pretesa) identità per “<<difesa>> e <<reattiva>>”  che ha scavato sempre più un solco profondo tra sé e gli Altri.

 

La convenzionalità del linguaggio svela in realtà l’inganno della pericolosa trappola mentale in cui sono caduti accusati e accusatori, incapaci di uscire dall’angolo angusto di immagini sclerotizzate (che vuole gli uni arretrati e incapaci di cambiare, gli altri aperti e recettivi verso il flusso incessante della contemporaneità) e di creare spazi di ascolto e  dialogo. La cura, per Teti, c’è ed è quella di lasciare alle spalle lamentele e autocommiserazione per guardare senza timori nella propria linea d’ombra, facendo i conti con il passato e con un presente che <<non può essere vissuto soltanto come degrado e decadenza>>.

maledettosud

Ed allora non resta altro che

rimettersi in cammino, guardare e vedere, osservare, condividere, raccontare, accogliere. Una diversa etica dell’erranza e della ‘restanza’. Partire, restare, tornare non si contrappongono ma si rinviano……La salvezza del nostro piccolo universo non è possibile rinchiudendoci in noi stessi. Siamo tutti nelle stesse nebbie delle galassie, nel vortice dei venti.

 

Un libro che lancia segnali e sfide e non cessa di porre domande, che abbiamo subito girato all’autore.

 

In questi ultimi mesi sono diversi i libri che affrontano il tema del Sud. Lei lo fa partendo da miti e stereotipi, antichi e difficili da sradicare, che abbiamo contribuito per primi ad alimentare e perpetuare, chiusi in un Inferno dorato (o in un ‘Paradiso diabolico’, faccia lei) in cui le maledizioni si autoavverano.  Non perdiamo l’occasione di citare con orgoglio la civiltà di cui siamo eredi, le nostre bellezze artistiche ed architettoniche, la folla di calabresi capaci, geniali e di talento sparsi nel mondo ma poi dimostriamo incuria e noncuranza verso le testimonianza di quella civiltà, lasciamo marcire il nostro patrimonio e fuggire la ‘meglio gioventù’. Un po’ contraddittorio, no?

Assolutamente contraddittorio. Non a caso, per leggere alcuni aspetti della realtà meridionale, adopero la categoria del “doppio“, che mi consente di ripensare le contraddizioni e i contrasti presenti nelle società del passato e in quella attuale. Prendiamo il caso di Sibari, che oggi è al centro di un importante dibattito lanciato da Il Quotidiano della Calabria e da molti studiosi.  Questa sensibilità per le rovine (altro motivo di cui mi occupo nel mio libro) non ha impedito che Sibari e altri siti archeologici venissero abbandonati a sé stessi, occultati dalla forza della natura e dall’ incuria degli uomini.

emigrazione americaCerte descrizioni del Grand Tour sembrano più generose e ottimistiche della situazione attuale. Questo vuol dire che il degrado del passaggio, lo sventramento del territorio, l’abbandono, la devastazione di montagne e marine, il loro avvelenamento vanno letti in una prospettiva di lunga durata e con un’assunzione di responsabilità da parte dei meridionali, che debbono cessare di dare, con un atteggiamento “paranoico”,  autoflagellatorio e lacrimevole, la colpa sempre agli altri.

Può essere comodo, ma intanto il nostro patrimonio continua a marcire. C’è bisogno, come scrivo nel libro, di “persuasione”, verità, pazienza, capacità di riconoscere le proprie ombre e c’è urgenza di dismettere la retorica e le immagini edulcorate e neoromantiche che prosperano al Sud, soprattutto ad opera di politici-politicanti e di élites intellettuali, professionisti, operatori che spesso preferiscono adagiarsi, assecondare i deliri e le ipocrisie della “politica”, e non prendere posizioni libere, coraggiose, controcorrente.

Ricordava Alvaro che mentre tanti studiosi locali si rifugiavano nel passato glorioso e spesso mitizzato, i contadini e i braccianti fuggivano all’estero? Oggi i giovani diplomati e laureati, capaci e meritevoli, debbono di nuovo partire, lasciare, la loro terra, mentre si susseguono le retoriche sulla Calabria bella, paradiso, terra ospitale, ricca di beni paesaggistici e archeologici. Le parole e gli slogan non servono più. Bisogna fare e progettare secondo valori e un’idea di progresso. Bisogna elaborare un nuovo vocabolario capace di trasformare la maledizione in benedizione, l’incuria in cura, la melanconia sterile e lacrimevole in melanconia attiva, capace di riguardare il passato e i luoghi per renderli risorse dell’oggi. Occorre decostruire e ribaltare le immagini e i pregiudizi esterni, che spesso sono stati assunti acriticamente dagli stessi meridionali.

Torno al grande motivo della melanconia del calabrese e del meridionale, assegnata alle popolazioni almeno a partire dalMelancolia, 1894-1896Cinquecento. In alcuni mei libri (Il paese e l’ombra del 1989, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, 1993, La melanconia del vampiro 1994, in tanti saggi fino ad arrivare a Maledetto Sud, dove c’è un capitolo dal titolo Melanconici) ho mostrato come questa afflizione e patologia, da inserire nella storia del pensiero Occidentale, sia stata attribuita ai calabresi come segno della loro alterità estrema. Ho parlato di melanconia da catastrofe per collegare quella che gli osservatori esterni (da Porzio al De Renzi, da Lombroso a Niceforo) consideravano quasi un tratto etnico e antropologico-fisico, ma che era in realtà un’elaborazione culturale legata ad una storia di calamità, catastrofi, terremoti, alluvioni, frane, spostamenti di abitati, esodo di popolazione, emigrazione. Eppure i meridionali hanno subito il fascino di questo sguardo e, spesso, si sono rappresentati come melanconici, altri, diversi. Come diceva Costabile: noi dobbiamo deciderci. Dobbiamo scegliere. Dobbiamo assumerci lo stereotipo e rovesciarlo. C’è la melanconia luttuosa, sterile, lacrimevole, sconfinante nella lamentela e nell’autocommiserazione, tendente all’apatia e all’inazione. Contro questa visione, che spesso alimenta nuovi stereotipi e pregiudizi interni, occorre nobilitare e considerare una melanconia che ha che fare con il planctus critico, con la pietas per cose, luoghi e persone, con la capacità di trasformare lo scoramento in coraggio di fare, senza autocompiacimento, con garbo. Una melanconia positiva e attiva che diventa un antidoto alla globalizzazione esterna e che recupera, attualizzandole, le più profonde elaborazioni della cultura popolare e colta.

 

 

Il suo è un atto di amore verso questa terra, come ha scritto qualcuno, ma anche un preciso atto di accusa verso quanti ancora non hanno fatto i conti con stereotipi inveterati –radici comprese-, rifiutando di sobbarcarsi il peso di un presente sempre più asfittico e degradato ma soprattutto di guardare dentro le cose per  assumere le proprie responsabilità e fare scelte precise…..

corradoalvaroCorrado Alvaro diceva che amava la sua regione anche se non ne capiva bene il perché. L’amore rimane, per dirla con il titolo di un romanzo di Mario Fortunato.  L’amore rimane anche dinnanzi alle mille delusioni e ai tanti tradimenti, come scrive per Napoli Alfonso Scotto Di Luzio. Non si può non amare la terra che ci ha generato, dove siamo stati allattati e cresciuti, dove abbiamo sviluppato i sensi e le sensibilità, il nostro sentimento di appartenenza. L’amore, però, non deve essere cieco, non deve impedirci di guardare la realtà così com’ è, di andare, come dice lei, dentro le cose, nelle nostre ombre, nei nostri vizi.  L’amore non ci deve fare dimenticare che questa terra è stata spesso violentata, venduta e che sono stati i suoi figli “degeneri” a svenderla e a farla prostituire.

Fare scelte precise significa essere poco indulgenti con noi stessi o, peggio, autoassolutori, ma anche evitare di cadere in forme di autosvilimento e di autodistruzione. Bisogna camminare, ascoltare, dare voce, parlare, affermando una nuova etica che sappia dare un senso ai nostri beni comuni, che poi sono le nostre risorse identitarie ed economiche.

 

 

In questa società paralizzata e ripiegata su sé stessa si avverte la mancanza non solo di un ceto politico capace, dinamico, propositivo ma soprattutto degli intellettuali. Mancano gli Alvaro, i Costabile, i Calogero….

Società paralizzata e ripiegata su sé stessa, dice bene. Terra frammentata, incompiuta, lacerata, senza una “società” capace di pensare sé stessa e il bene comune. Se debbo rispondere con un tweet, è innegabile che mancano gli Alvaro, i Costabile e i Calogero.

franco costabileManca lo sguardo poetico, lirico, lucido di Alvaro, che ha osservato la realtà calabrese e meridionale nella sua complessità e ricchezza antropologica. Le immagini alvariane di “una terra incompiuta” ed  “in fuga“, di un luogo dove i gruppi dirigenti prosperano anche sulle catastrofi e sulle calamità – e potrei continuare a lungo – restano insuperabili, vere, profonde. E così quell’invito di Costabile, rivolto al Sud, di non fare prevalere il suo cuore troppo cantastorie e di non raccontarsi favole mi sembra di grande attualità. E la poesia dolente e  utopica di Calogero,  che oggi viene scoperta anche grazie alla possibile lettura critica dei suoi quaderni, custoditi presso l’Unical, e accessibile dopo cinquant’anni di occultamento, penso sia tra gli esiti poetici più importanti del Novecento italiano ed europeo.

Tuttavia Alvaro, Costabile, Calogero non potevano svolgere alcun ruolo propositivo e dinamico nella e per la loro terra, dove erano non solo ignorati, ma a volte irrisi e derisi. Soltanto oggi, finalmente, ci si rende conto della dimensione civile, sociale, utopica, innovativa delle loro opere (parliamo di opere e di autori diversi). Tuttavia ancora non sono un patrimonio condiviso e identitario e non trovano (insieme a tanti altri, da Strati a La Cava, da Seminara a De Angelis, da Altomonte a Gambino) l’udienza che meriterebbero nelle scuole, tra i docenti e gli studenti. Spesso vengono citati fuori luogo, in maniera inappropriata e anche per ragioni poco nobili.

Purtroppo i poeti incidono molto poco nella contemporaneità.

Bisogna, però, dire che se mancano gli Alvaro, i Costabile e i Calogero, oggi abbiamo, fuori e dentro della Calabria, scrittori, poeti, critici letterari e meridionalisti (mi fa piacere ricordare Pasquino Crupi scomparso di recente), autori di teatro (il mio pensiero va a Vincenzo Ziccarelli che ci ha appena lasciati), registi, giornalisti, artisti capaci di “narrare” la Calabria e il Sud in maniera letterariamente  apprezzabile e con una grande tensione civile e “politica”.

Oggi più che mai bisogna mettersi in cammino, aprirsi, individuare problemi e indicare soluzioni. L’intellettuale però non saveriostratideve essere solo caricato di colpe e di responsabilità (che pure ha)….. Come non abbiamo bisogno di “eroi” così, laicamente, dobbiamo capire che un poeta, uno scrittore e un artista può giocare un ruolo critico, fare da stimolo, ma  non può davvero incidere se non c’è una società civile reattiva, una scuola che funzioni, dei circuiti culturali aperti, se non si costruiscono più scuole e più biblioteche, se i ceti professionisti non hanno uno scatto di orgoglio per allontanarsi da quella zona grigia nella quale sono risucchiati.

Al di là del ruolo svolto dagli intellettuali, è necessario che ogni cittadino, ogni donna, ogni uomo si rendano conto del loro insostituibile ruolo di cittadini, amanti delle regole, rispettosi della giustizia, desiderosi di un nuovo mondo. Il cammino è lungo, ma non difficile, e più prendiamo consapevolezza del fatto che i responsabili siamo noi e che gli “eroi” sono quelli che vivono rettamente e onestamente, prima la Calabria potrà uscire da queste ombre nelle quali è stata cacciata e si è cacciata.

Questa Calabria negli ultimi decenni è stata devastata da uomini politici corrotti, incapaci, litigiosi, ignoranti, affaristi. Non generalizzo, non amo i qualunquismi, ma so distinguere, ho un senso alto della politica  e spero ancora nei partiti anche se registro che la politica più efficace e più incisiva è quella che arriva dal basso, dai comuni, dalle associazioni, dal volontariato, dai giovani, dalle donne.