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Memento: l’arte, la memoria, lo spazio pubblico in un libro di Pietro Gaglianò

Scritto da on 6 ottobre 2016 – 08:37nessun commento

Remember me!”. Ricordami! urla ad Amleto lo Spettro del padre dopo avergli svelato di essere stato ucciso, invocando la vendetta. Remember ha la sua radice nel latino memini, ricordare, che all’imperativo fà memento. Ma per rappresentare il ricordo, la memoria, i nostri antenati usavano anche un altro verbo, moneo, che significa pure educare, ammonire.  Un articolato impasto linguistico dal quale parte Pietro Gaglianò nel suo ultimo libro, Memento. L’ossessione del visibile.

monumento-ciano-livorno-gagliano-internaGaglianò, curatore e critico d’arte di fama, origini vibonesi ma fiorentino d’adozione, partendo dal monumento dedicato a Ciano a Livorno, compie il suo Grand Tour tra monumenti e spazi urbani presidiati dalla presenza di simboli di un passato difficile da rimuovere. L’arte come patrimonio collettivo, il suo viaggio nel tempo, e l’uso strumentale che ne fa il potere, che la utilizza come strumento di propaganda.

I romani utilizzavano i monumenti, resi perenni dalla pietra o dal bronzo, per consegnare al futuro e all’eternità la grandezza di Roma. Per educare e ammonire. Per unire sotto un unico tetto i popoli -e con essi culture, linguaggi, fedi- dominati.

Oggi, alla persistenza del marmo, del granito o del bronzo, si sono sostituite, nell’era della riproducibilità tecnica, le strade e i nodi della Rete, dove tutto scorre con velocità inusitate ma anche, paradossalmente, è destinato a impigliarsi nelle fitte maglie del web.

I monumenti e i medium della comunicazione di massa assolvono la stessa donatello_monumento_equestre_al_gattamelata_03funzione”, spiega Gaglianò: controllare i cittadini e diffondere la narrazione dominante.  Dentro c’è la centralità dell’immagine in una società invasa da dati e informazioni a gettito continuo, che tuttavia -ancora un altro paradosso- più che a una stanza dalle pareti di vetro, dalle quali è possibile vedere l’interno, somiglia sempre più a una camera oscura.

…come per i monumenti così per la manipolazione attraverso i media, il luogo in cui avviene la compressione dell’autodeterminazione e del pensiero autonomo, e dove il contrasto si fa più iniquo, è la sfera pubblica…

Lo spazio urbano giorno dopo giorno viene desertificato, prosciugato dai simboli e dai luoghi della condivisione e della cultura comunitaria, mentre alla logica dei beni comuni si sovrappone quella del marketing e del merchandising di beni sempre più virtuali, privi di valori identitari e simbolici.

In questo contesto, negli ultimi anni l’azione artistica si è spostata nello spazio pubblico, invadendolo, pervadendolo, dandosi regole e linguaggi capaci di catanzaro-monumento-cadutirivolgersi e di coinvolgere le comunità, di condividere idee e progettualità, di produrre spazi di resistenza all’abuso della società dell’immagine. Cercando di trovare parole e immagini nuove per descrivere le cose e tradurle in pensiero.

Magari partendo da una rinnovata riflessione su ciò che oggi è l’opera d’arte, il ruolo dell’artista e dello spettatore ma anche degli spazi in cui l’arte da sempre è confinata.

 

L’artista non è un creatore o una piccola divinità indipendente dagli altri e la sua presenza non è autosufficienza….l’artista ha bisogno di stare in contratto con il nocciolo duro della realtà…La presenza è la forma necessaria che si scontra corpo a corpo con la realtà, è una necessità assoluta. L’arte, proprio perchè è arte, è resistenza: si oppone ai fatti, alle abitudini politiche, estetiche e culturali. (Thomas Hirschhom).