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18 settembre 2017 – 10:26 |

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Noi che siamo calabresi d’Argentina. Un libro per ricordare i desaparecidos di Calabria

Scritto da on 7 gennaio 2016 – 08:42nessun commento

30.000. Sono tanti gli uomini e le donne argentine che, dal 24 marzo 1976 giorno il cui un golpe militare portò Jorge Rafael Videla al potere, non tornarono più nelle loro case. Risucchiati in un oscuro vortice che li sottrasse ai padri e alle madri, ai mariti e alle mogli, ai figli, sopprimendone in molti casi persino l’ identità giuridica e di cittadini. Sono trascorsi molti anni da allora, diversi processi, anche in Italia, hanno tentato di rendere verità e giustizia alle migliaia di argentini colpiti da una tragedia immane, per la quale non esistono parole adatte a descrivere ciò che accadde.

Di quei 30.000 desaparecidos oltre mille –ma secondo alcune stime almeno il doppio- erano emigrati calabresi. Come Andrés Scutari, Hugo e Francisco Bellizzi, come Filippo di Benedetto ed Ernesto Sabato. Volti di una Calabria fiera e coraggiosa, che non esitarono a fare quello che sentivano di potere e dovere fare nel nome della libertà.

immagine copertinaDi loro e di tanti altri parla Impossibile gridare, si ulula. Storie di desaparecidos italo-argentini, il libro (Aracne ed.), vincitore nel 2015 del Premio Acat (Azione Cristiana per l’Abolizione della Tortura), nel quale Rossella Tallerico ripercorre la Guerra Sucia, la guerra sporca, il piano sistematico di repressione messo in atto da Videla e i suoi per liberarsi dell’opposizione attraverso le detenzioni illegali, i sequestri, le torture, la desaparición.

Un processo massiccio e pianificato in tutti i dettagli che coinvolse dal 1976 al 1983 migliaia di persone, attivisti, dissidenti ma anche semplici cittadini, di tutti i ceti e le età, portati nei Centri di Detenzione (come l’ESMA o il Garage Olimpo, reso famoso dal bel film di Marco Bechis), torturati per giorni e mesi per scomparire nel nulla in uno dei famosi voli della morte.

Pagine dolorose sono legate alla sorte dei bambini uccisi o sottratti alle madri e affidati alle famiglie dei militari e che spesso solo da adulti hanno saputo di essere figli di desaparecidos e si sono potuti riappropriare di una identità a lungo negata.

Il saggio ripercorre le storie dei desaparecidos calabresi e di quanti, come Filippo Di Benedetto o il Console d’Italia Enrico Calamai, riuscirono a sottrarre uomini e donne alle spire infernali della polizia.

Quella di Filippo Di Benedetto è una storia esemplare. Impegnato nel sindacato, filippo de benedettogiovanissimo si butta nella lotta antifascista, conosce il carcere a Castrovillari e, finita la guerra, nel 1947 diventa sindaco di Saracena. Nel 1952 emigra in Argentina, ma la sua passione è e resta la politica. Negli anni della dittatura, insieme al console Calamai, l’unico che in Ambasciata lo ascolti, Di Benedetto salva centinaia di giovani facendoli espatriare, nascondendoli in luoghi sicuri e denunciando quel che avviene. Senza tentennare, pur sapendo di mettere a repentaglio la sicurezza sua e dei suoi familiari.

Ma sono tante le vicende ripercorse dall’autrice, sulle quali sarebbe sceso l’oblio senza le lotte delle Madri di Plaza de Mayo, dei familiari degli scomparsi, delle organizzazioni, nazionali e internazionali, che con ostinazione e coraggio hanno tirato fuori e rese pubbliche le prove terribili di un massiccio progetto, noto sotto il nome di Operazione Condor, finanziato dalla CIA ed esteso a quasi l’intero Sudamerica, ufficialmente diretto contro le formazioni di guerriglia di sinistra ma in realtà teso a sradicare ogni forma di dissenso, sociale, culturale o politico che fosse.

Un’epoca che non si può ancora considerare chiusa. Alcuni dei torturatori dell’epoca e dei loro complici e fiancheggiatori vivono serenamente dentro e fuori dall’Argentina. Sono diversi poi i dossier aperti sui tanti di cui si è persa ogni traccia (dei 500 bambini rapiti solo un terzo è stato ritrovato) così come sugli epigoni di quella triste stagione, che premono per la riconciliazione nazionale senza aver mai chiesto perdono alle vittime né essersi assunti la responsabilità dei propri atti.

desaparecidosC’è da chiedersi quale riconciliazione possa esserci se non si ristabiliscono verità, giustizia e memoria. Memoria che, ricorda Carlos Cherniak nella Prefazione, richiede non solo il racconto dei fatti ma il

…farsi carico della storia e farsi gli anticorpi per evitare che quanto accaduto non accada mai più.

 

Durante i lunghi mesi di prigionia ho spesso pensato a come riferire il dolore provocato dalla tortura. È ho sempre concluso che non è possibile riuscirci. È un dolore privo di punti di riferimento, di simboli rilevatori, di segnali d’indicazione. L’uomo viene spostato così rapidamente da un mondo all’altro che non ha modo di attingere a una riserva d’energia per far fronte a tanta scatenata violenza. È questa la prima fase della tortura: cogliere l’uomo di sorpresa, senza consentirgli nessuna difesa. All’uomo, le mani vengono chiuse dai ferri, dietro la schiena; gli vengono bendati gli occhi. L’uomo viene sommerso da una gragnola di colpi. Viene buttato a terra e qualcuno conta fino a dieci, ma, non viene ucciso. L’uomo viene condotto a quella che potrebbe essere una branda, o un tavolo; viene denudato, irrorato d’acqua, legato alle estremità della branda o del tavolo, braccia e gambe allargate. E comincia l’applicazione delle scariche elettriche. È impossibile gridare, si ulula. Quando comincia il lungo ululato dell’uomo qualcuno con morbide mani gli controlla il cuore, qualcuno ficca una mano nella sua bocca per estrarne la lingua e impedire che l’uomo soffochi. Qualcuno introduce un pezzo di gomme nella bocca dell’uomo per impedire che si morda la lingua o che si distrugga le labbra. Una pausa breve. E poi tutto comincia daccapo. Questa volta accompagnato da insulti. Una pausa. E poi le domande. Una pausa. E poi parole di speranza. Una pausa. E poi insulti. Una pausa. E poi, le domande. (Jacobo Timerman, giornalista, sopravvissuto)

 

….ahi, quantomar quantomar per l’Argentina

la distanza è atlantica, la memoria cattiva è vicina

e nessun tango mai più ci piacerà

ahi, quantomar ecco, ci siamo

ci sentite da li?

Ma ci sentite da li?

(Ivano Fossati, Italiani d’Argentina)