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Pasolini: ritratto a tinte forte dell’Italia del XX secolo. Un film su un outsider dei nostri tempi

Scritto da on 5 marzo 2011 – 17:11nessun commento

Il regista Mario Sesti ha presentato a Catanzaro lo scorso 22 febbraio 2011  La voce di Pasolini, il docu-film dedicato al grande poeta, scrittore, regista friulano, ad oltre trent’anni dalla morte.

Anch’io ho amato quei solchi scolpiti sul volto da contadino. Anch’io ho amato quegli occhi fissi sul mondo.

Anch’io, come tanti, ho iniziato a conoscerlo attraverso i suoi film per avvicinarmi incuriosita alle poesie, agli Scritti corsari ed alle Lettere luterane.

Anch’io faccio parte di quella generazione che ha amato senza se e senza ma questo outsider della cultura italiana, morto troppo presto, lasciando dietro di sé un vuoto sconfinato.

Della stessa generazione fanno parte Mario Sesti e Matteo Cerami, autori del film La voce di Pasolini (Feltrinelli, 2006), presentato qualche giorno fa a Catanzaro dall’Associazione Otto e mezzo e dalla Biblioteca F. De Nobili, un omaggio viscerale e commosso al Pasolini poeta, scrittore, regista. Ad un artista  profondo conoscitore di tutte le infinite possibilità del linguaggio, della potenza della parola scritta e di quella tradotta in immagini, del linguaggio cinematografico e di quello pittorico (utilizzato a piene mani in tutti i suoi film), che seppe  padroneggiare splendidamente. 

La parola come strumento artistico e nello stesso tempo morale e politico, quale mezzo di trasmissione e di dialogo fondamentale per la crescita di una società.

Folgorato dal cinema (un amore a prima vista) predilisse al linguaggio lussureggiante utilizzato negli scritti quello semplice ma pur sempre ‘pensato’ dell’immagine filmica . <<Pasolini usa il cinema come Masaccio – osserva a questo proposito Mario Sesti-. Le inquadrature sono frontali, nessuno entra mai di quinta, gli attori non sono professionisti, il montaggio è sempre lineare, non ci sono mai discontinuità temporali  e costruisce, come diceva lui, quasi delle chiesette romaniche. La caratteristica del nostro cinema è stata quella di piazzare la cinepresa sul mondo perché il mondo rivela un’intelligenza, un’espressività, una forza, una complessità, molto meglio di quanto possiamo dirlo a parole. Pasolini ha preso questa cosa tipica del cinema italiano del dopoguerra, del neorealismo di Zavattini e di Rossellini: non c’è bisogno di inventare storie,  basta andare in giro nel mondo e ne troverete molto di più di quelle che potreste inventare. Anche perché non c’è niente di più espressivo del nostro corpo. Basta prendere 10 persone e ci troverete un mondo. La nostra faccia, i nostri gesti, il nostro modo di camminare si esprime naturalmente, esprime quel “troppo di realtà” che piaceva a lui, la capacità che hanno le persone e gli oggetti di esprimersi e raccontare senza bisogno che qualcuno lo faccia. Basta posizionare la macchina da presa. Ecco perché non gli piacevano gli attori >>.

Ed il migliore interprete dei suoi lavori non può essere che Pasolini stesso, la cui voce, presenza viva e palpitante,  percorre tutto il film, insieme a quella di Toni Servillo, recitando poesie e brani tratti dagli articoli pubblicati e la trama dell’ultimo film, al quale stava lavorando prima di morire, Porno Theo Kolossal, che avrebbe dovuto avere come interpreti Eduardo de Filippo e Ninetto Davoli .

Sullo sfondo si alternano ai fotogrammi tratti dai suoi film ed alle belle animazioni di Annalisa Corsi che evocano alcune scene di  Porno Theo Kolossal, le immagini di una Italia che nell’arco di un trentennio, dalla fine della guerra agli anni  ’70, passa da un’economia rurale al boom economico, da una cultura rurale  a quella capitalistica, un passaggio di cui Pasolini presagì gli esiti nefasti, denunciando la potenza deflagrante di un mercato che ha cancellato in una manciata di anni una storia millenaria.

<<Ci siamo chiesti come illustrare Pasolini –confessa Sesti-. Ci è sembrato scontato inserire solo i suoi film. Abbiamo lavorato invece molto sul repertorio, del resto molto usato in Tv, che ci consente di raccontare la storia d’ Italia. Siamo andati a pescare nelle cineteche immagini mai viste utilizzando materiali dagli anni ’50, che hanno una grande freschezza.  La storia di Pasolini è anche una storia esemplare di coloro che hanno creduto alle grandi illusioni del dopoguerra, che hanno vissuto questo momento straordinario e drammatico. Un’altra scelta che abbiamo fatto e che si è rivelata importante riguarda l’ amore dei Pasolini per il dialetto. Cos’è che somiglia al dialetto nel cinema? I filmini di famiglia, che ci hanno consentito di  riproporre lo sguardo di chi viveva in quella civiltà precedente all’omologazione  del capitalismo, quella capacità di cogliere la pienezza della realtà, dei corpi, della vita prima che una civiltà smaterializzasse, omologasse, riducesse…..>>

Il film ripercorre la filmografia e le opere letterarie di Pasolini, l’intensità con la quale visse ogni istante della sua vita, l’ impegno politico, il rigore dello sguardo critico di fronte al flusso dei cambiamenti sociali, l’amore per il popolo ed il disprezzo per la borghesia, l’ omosessualità, la morte. <<La morte di Pasolini coincide con la scalata di un noto network privato. Sarebbe interessante capire se Pasolini avrebbe potuto fare la differenza. Mi chiedo –conclude Sesti- se l’affermazione di una certa filosofia che è la quintessenza del neocapitalismo, la mercificazione, la omologazione, ha avuto campo libero anche perché quel poco o tanto di resistenza che un intellettuale come lui, con il suo miracolo di parole e immagini poteva organizzare sul campo. Ma Pasolini non è solo la sua morte ma è la sua vita, quello che ha fatto, il suo impegno>>.

Anna Puleo